Parlare del Medioevo come società primitiva è un falso storico e una forma di auto-assoluzione

Se ciò̀ che non ci piace della società̀ contemporanea è “fanatismo medievale”, allora non c'è bisogno di prendere coscienza delle proprie arretratezze, né di riconoscerle e nemmeno di combatterle. 

Parlare del Medioevo come società primitiva è un falso storico e una forma di auto-assoluzione
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Gabriella Piccinni Modifica articolo

12 Settembre 2021 - 21.42


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In tutto l’orrore prodotto dalle tragiche notizie che ci vengono da Kabul una certezza quasi granitica ha sostenuto giornali, televisioni, social, commentatori di tutti i livelli. Non è colpa dei talebani, delle ambiguità degli americani, della politica flaccida degli europei, non è colpa di culture patriarcali e maschiliste, degli estremismi religiosi, degli interessi dei signori della guerra o del mercato della droga. Non è colpa ‘nostra’, insomma, giammai! è tutta colpa di un medioevo che non ci vuole lasciare. 

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Secondo questi ignorantissimi commentatori se non ci fosse stato il medioevo saremmo oggi nel proseguo di un fulgido e mai interrotto rinascimento. Staremmo come papi, come topini nel formaggio. Tutti lì a dipingere e arredare, a progettare palazzi, satolli di buon cibo, vestiti di broccati e coperti di gioielli. Con la mente aperta (a parte un po’di Inquisizione, qualche strega da bruciare e qualche reclusorio pieno di mendicanti, ma non si può avere tutto). Sarebbe tre volte Natale e Pasqua tutto l’anno. 

Insomma alle donne afghane potrebbe finalmente tornare il sorriso se buttassimo giù la torre di Pisa e il Duomo di Milano. Se bombardassimo tutti i palazzi del potere politico, i castelli, le torri e le rocche che ci troviamo sulla strada e diverse splendide cattedrali, chiese e abbazie, che nel più ci sta il meno. E parecchi ospedali e Università, naturalmente, perché molti sono sorti proprio nel medioevo. Se vi capita, mi raccomando non vi dimenticate di bruciare tutte le copie della Divina Commedia che avete in casa, anche i riassunti del liceo. E già che ci siete anche il Canzoniere del Petrarca e il Decameron. E gli ulivi millenari, necessariamente piantati nel buio medioevo.

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Se in questa rubrica sono tornata fino alla noia contro l’uso della metafora del Medioevo come società primitiva è perché sono convinta che la rimozione delle nostre responsabilità di contemporanei si traduca, alla fine, in un processo autoassolutorio, che ci esime da pensare troppo e da metterci davvero in discussione: perché se tutto ciò̀ che non ci piace della società̀ contemporanea è chiamato “fanatismo medievale”, allora questa nostra società̀ non ha bisogno di prendere coscienza delle proprie arretratezze, né di riconoscerle, alla fine nemmeno di combatterle. 

Intendiamoci, agli storici gli stereotipi negativi sul medioevo sono assai familiari. Alcuni ormai sospirano sull’ignoranza diffusa e tirano a campare. Altri se ne lamentano forte ma poi si rassegnano come si fa davanti a una battaglia perduta. Altri ancora si consolano pensando che questa immagine sia comunque residuale, se non nell’opinione pubblica nel suo complesso, almeno nella scuola grazie ai buoni manuali prodotti negli ultimi decenni. 

C’è però nell’aria qualcosa di nuovo. I tanti studiosi delle società medievali che da tanto tempo hanno spostato l’attenzione sui loro elementi dinamici e innovativi, sembra vogliano finalmente rimboccarsi le maniche per provare a spiegare, e rispiegare, come stavano le cose, ribaltando la metafora del Medioevo come società primitiva, pericolosa e arretrata. Ecco l’idea: provare a creare un collegamento, una ricostruzione ‘sistemica’, tra le tante forme di ‘creatività’ che connotarono i differenti momenti del millennio medievale.

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Il 7-10 ottobre prossimi il XXVIII convegno internazionale di una istituzione prestigiosa, il Centro italiano di studi di storia e d’arte di Pistoia, sarà dedicato proprio a Medioevo che crea. Innovazione, invenzione e sperimentazione . Gli storici – tra i quali nomi prestigiosi e noti, come quelli di Cardini, Todeschini, Carrocci, Vallerani, Frova… – si misureranno con questa impresa ambiziosa scegliendo come terreno di analisi l’Italia nei secoli del suo più accentuato sviluppo, della fase più conclamata di mutamento (metà X secolo-metà XIV), anche se le origini dei processi di cambiamento potrebbero condurre a guardare un po’ più indietro rispetto al termine di partenza e le loro conseguenze a spingere un po’ oltre il punto di approdo.

Si tratta probabilmente di un tentativo temerario, se non altro perché il numero dei fenomeni osservabili è potenzialmente elevato e i criteri di selezione sono sempre perfettibili. Ma intanto si cominceranno a mettere al centro dell’attenzione i cambiamenti e le novità nelle forme del potere e nell’organizzazione della vita civile, nella città e i servizi, nella tecnica, nella società e nell’economia economia, nelle trasformazioni del sapere, nei nuovi linguaggi, idee e rappresentazioni. 

Chi fosse interessato al programma può visitare questo sito.

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