Storia di Maribel Ziga, memoir di una mamma vittima del patriarcato

Dopo il successo di "Diventare Cagna", Itziar Ziga torna in con il suo inconfondibile stile potente e disincantato

Itziar Ziga

Itziar Ziga

Desk 11 marzo 2021

di Francesca Fradelloni 

Il punto è la sessualità, anche la sessualità come oggetto di discriminazione. E oggi, a pochi giorni dall’8 marzo, è un bel giorno per segnarsi questo appunto, questo altro tassello della differenza di genere. «Per secoli hanno continuato a perseguitarci perché avevamo una sessualità, una maternità e delle idee nostre. Siamo state lobotomizzate chirurgicamente e culturalmente. Ma non ci siamo mai arrese», una manciata di parole vere e crude di Itzigar Ziga, giornalista e saggista anarchica, una delle attiviste transfemministe più conosciute in Europa, per chiarirci le idee sulla nostra storia.

Itziar Ziga torna con il suo inconfondibile stile iconoclasta in un mémoire potente e disincantato. Con La felice e violenta vita di Maribel Ziga, suo secondo libro tradotto in Italia, l’autrice esplora la sua dolorosa infanzia con l’intenzione di far emergere, dagli eventi che hanno caratterizzato la vita di sua madre Maribel, la violenza sistemica a cui ogni donna è soggetta. Il libro appena uscito per D Editore (Collana Malatempora diretta da Maya Checchi; PP. 160; prezzo di copertina: 15,90€) è il diario intimo di una persona che ha dedicato la propria vita alla lotta femminista e, allo stesso tempo, il manifesto per una sorellanza intergenerazionale e internazionale. È pure una cronaca puntuale di come avvengono sotto silenzio e nella normalità famigliare i maltrattamenti. Storia di madre e figlia, ma anche di uomini dolci e amabili, amiche sincere e vita.

Maribel Ziga è una vittima del patriarcato. La dittatura franchista non le permetterà di continuare gli studi e suo marito si rivelerà un uomo vile e brutale. Il suo affresco è un affresco di madre, di donna unica e combattente. Il suo amore materno, prezioso e mai asfissiante aveva insegnato a Itziar e alla sorella Ainhoa a cercare la felicità, sempre. Nonostante tutto, nonostante la sofferenza aveva sempre avuto come priorità la ricerca del bene. Maribel era una madre burlona, come le madri migliori, che faceva le ragazzate, che aveva insegnato ad amare. «Tutti i giorni, sentivo che mia madre era stata annientata da mio padre e mi si torcevano le budella. Ma all’epoca non avevo risposte. Adesso le ho. Il femminismo me le ha date sotto forma di conoscenza, lotta, comunità e terapia», racconta la Ziga nel libro. Il suo processo di liberazione è finito, ora, come molte di noi, è padrona della sua storia.

«Sapeva che avrei scritto questo libro, perché è anche la mia storia – scrive Itziar -. E perché sento il desiderio rivoluzionario di chiarire che non eravamo solo donne che hanno subito violenza, e che molto spesso eravamo tremendamente felici. La conquista della felicità è il movente. Noi donne siamo cresciute per secoli in un mondo costruito contro di noi, soprattutto da quando bruciarono le nostre sorelle sui roghi della cristianità. Lo chiama, femminicidio fondativo, la scrittrice, che creò nelle nostre comunità la frattura necessaria a strapparci il potere sociale e sessuale. «Ma della nostra stupidità è convinto solo il patriarcato, nessuna di noi accetta davvero di essere sottomessa. Semmai, lo sopportiamo. Nel frattempo, sviluppiamo progressivamente strategie di mutuo aiuto e di autodifesa».

Viene fuori che l’amore romantico è la colla magica del patriarcato. «Come avremmo potuto noi donne, in sua assenza e con così tanti svantaggi, ingoiare tutto?», si chiede nel libro. È molto vero che veniamo socialmente educate all’empatia, alla cura dell’altro prima di quella di noi stesse e a mantenere i nostri vincoli. Anche alla violenza. È una minaccia perpetua che in qualsiasi momento può abbattersi, e spesso si abbatte, su ciascuna di noi. Il nostro genere è un thriller romantico. Nessuna donna sceglie di essere maltrattata, però tutto è predisposto perché il prezzo per smettere di esserlo siano esperienze orribili o, a volte, la nostra vita.

«Perché mai una ragazza come mia madre, così intelligente, così frizzante, così accattivante, così circondata da buona gente, così amata, così amorevole, così tosta, così fantastica, così solare, avrebbe dovuto sopportare tutto questo?», si domanda ancora l’autrice. Ed è proprio qui che sta il nodo che a volte ci sembra troppo stretto da sbrogliare per capire il nero mondo del femminicidio. È un libro importante, pieno zeppo di verità nascoste, di esistenza vera, condivisa e tante volte celata anche nelle belle apparenze. Tutto passa anche attraverso quel negare il diritto al lavoro, che il primo scalino per l’emancipazione. Donne sempre in prima fila per la “catena produttiva”, ma sacrificabili.

È un libro importante oggi, un 8 marzo importante quest’anno, la pandemia ci ha consegnato un Paese che si regge sul welfare familistico dove il vero ammortizzatore sociale continuano ad essere le donne, sempre più vittime. La casa è diventata una prigione violenta durante la pandemia le denunce dei centri antiviolenza sono aumentate del 74% rispetto allo scorso anno e crescono i femminicidi, a fronte della diminuzione degli omicidi. L’isolamento, la convivenza forzata, l’impossibilità di sottrarsi materialmente alle violenze uscendo di casa hanno reso le donne e i loro figli ancora più esposti alla violenza domestica. È un dato allucinante quello che ci consegna il VII Rapporto Eures che ci racconta come durante i mesi del primo lockdown, l’80,8% delle vittime viveva con il proprio assassino.