C'era una volta il toscano simpatico. Poi Renzi gli ha inferto un duro colpo...

Agli Italiani l’avevano fatta conoscere un gruppo di artisti, attori, comici, cabarettisti, e chi più ne ha più ne metta. Ma poi un fiorentino arrogantello con la camicia bianca...

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Maurizio Bettini 1 marzo 2021

C’era una volta la Toscana simpatica. Agli Italiani l’avevano fatta conoscere un gruppo di artisti, attori, comici, cabarettisti, e chi più ne ha più ne metta, che avevano fatto divertire un sacco di gente la quale, prima di quel momento, era praticamente convinta che dopo la fine del Rinascimento i toscani avessero smesso di esistere. 

Questi nuovi eroi del centro(-nord) Italia si chiamavano Francesco Nuti, Leonardo Pieraccioni, Alessandro Benvenuti, Athina Cenci, Giorgio Panariello, e poi David Riondino, tanti altri, molto diversi fra loro, ma tutti simpatici. Erano spiritosi, avevano la battuta pronta e quasi sempre imprevista, cantavano “tu c'hai le puppe a pera!” e cose del genere, perché certo, a volte erano un po’ sboccati, ma piacevano anche per questo. Per parte sua Virzì aveva reso popolare la razza dei livornesi, toscani-non-toscani ma dotati comunque di un umorismo così dirompente che si facevano perdonare anche le battute talora ciniche, e comunque sempre intemperanti, del “Vernacoliere”. Giornale peraltro largamente venduto anche fuori regione, da Milano a Napoli, e (udite udite) molto popolare anche fra i Pisani, benché la satira non li risparmiasse di certo.

 

E poi c’era lui, il divo, il dio, Benigni, che prendeva in braccio Berlinguer e recitava Dante. Un’apoteosi della Toscana. Poi però è cambiato tutto. E’ accaduto infatti che sulla scena si sia presentato un giovane toscano con la camicia bianca, anche lui molto simpatico, battuta pronta, faccetta arrogante ma brillante, da fiorentino furbo. Non salì sulla scena dello spettacolo, come certo avrebbe potuto, ma fece il suo clamoroso ingresso nell’arengo della politica, ed ebbe così tanto successo che pensò addirittura di rifare l’Italia.

 

La cosa però non piacque, anzi, man mano che il tempo passava il fiorentino baldanzoso piaceva sempre di meno – si vedeva dai sondaggi - ma nonostante questo lui si ostinava a esibirsi, un po’ sudato, sempre in camicia bianca e pantaloni a zompafosso, recitando interminabili monologhi su un palco circondato da gente che (magari quella che era lì) mostrava ancora di adorarlo. Ebbe un tracollo nel gradimento nazionale, ma non si dette per vinto. La battuta era sempre pronta, però era divenuta acida, spesso rancorosa.

 

Tutto si compì in Arabia Saudita, quando vi si recò per convincere un principe, sospettato seriamente di omicidio, che nel deserto si potesse avviare un nuovo Rinascimento. Idea bizzarra, che neppure la notoria (e fertile) bizzarria toscana sarebbe stata in grado di motivare. E così la Toscana non fu più simpatica, e quando qualcuno, del Sud, del Nord, sente l’accento di noi toscani finisce per esclamare “Uh Dio” - e ho detto tutto, per citare Peppino De Filippo. Per ultimo ci si è messo pure uno storico fiorentino, professore a Siena, che a una nota leader politica italiana ha indirizzato, via radio, alcune espressioni offensive che avrebbero sconcertato perfino il “Vernacoliere”.

 

Non perché fossero volgari - e lo erano molto, intendiamoci – dato che al Vernacoliere non ci badano a queste cose: ma perché non facevano neppure ridere. Davvero troppo, volgari e banali. E’ stato il colpo di grazia inferto alla Toscana simpatica. Peccato. Eh, avremo di che lavorare per riconquistare le nostre posizioni nel gradimento nazionale!