Il Rinascimento si dissocia: Renzi, l'Arabia Saudita e l'uso (non corretto) del passato

Per il senatore/conferenziere Rinascimento vuol dire  avvento di un mondo bellissimo e opulento. Ma le cose non stanno così

Renzi e il principe Salman

Renzi e il principe Salman

Gabriella Piccinni 1 febbraio 2021
I fatti sono noti. Matteo Renzi nell'ultimo giorno del vertice internazionale organizzato in Arabia Saudita per attrarre investimenti stranieri, ha incontrato l’erede al trono e ha detto, prima di lanciarsi in una conversazione intorno al tema dello ‘sviluppo’ e della realizzazione di città faraoniche nel deserto in grado di pompare investimenti, nell’ordine: che il “Rinascimento è diventato grande dopo una pandemia”; che anche dopo la pandemia odierna ci sarà un nuovo Rinascimento; che l'Arabia Saudita può essere il luogo di quel nuovo Rinascimento. 
Frasi dette mettendo in parentesi il fatto, nell’ordine: che il principe saudita è protagonista di una violenta repressione dell’opposizione; che ha fatto a pezzi il giornalista dissidente Jamal Kashoggi; che il basso costo del lavoro che Renzi ammira è ottenuto affamando i lavoratori; che alle donne di quel paese fino a due anni fa era vietato guidare, andare al cinema o allo stadio; che esse hanno dritto a metà dell’eredità; che la loro parola non è previsto che venga ascoltata; che devono avere un tutore. 
Ce n’è di che gridare che il Rinascimento italiano si dissocia da tutto ciò. 
Ma tralasciando qui, pur con grande fatica, ogni valutazione di carattere politico ed etico, c’è da rimanere allibiti anche solo per la semplificazione superficiale di cose leggiucchiate qua e là.
Prendiamone una: l’idea che quello che chiamiamo Rinascimento nasca come conseguenza della grande pandemia di metà Trecento. Naturalmente sappiamo che la peste del 1348 e le sue successive ondate provocarono la morte di almeno una metà della popolazione del continente Europeo e che, come è facile capire, quando tanta gente muore è automatico che una grande ricchezza si concentri in un numero minore di mani. Dal momento, insomma, che le pestilenze distrussero gli uomini e le donne, ma non le terre e i capitali, quella che si aprì per i superstiti fu un’epoca in cui ognuno ebbe potenzialmente a disposizione molti più beni del passato. Dunque dal punto di vista economico - e se non prendiamo questa considerazione in modo meccanico - le parole di Renzi potrebbero anche essere dotate di qualche senso: ci fu una redistribuzione del reddito e i poveri furono, per un po’ di tempo, un po' meno poveri e i ricchi parecchio più ricchi. 
Questi ultimi, i ricchi divenuti sempre più ricchi, cominciarono poi a sviluppare una predisposizione al consumo superiore a quella del passato e questo mise in moto l’economia del lusso. Ecco il trionfo delle sete, dei gioielli e dell’oro, delle cerimonie, degli apparati festivi, degli spettacoli, degli edifici grandiosi e dell’arte, tutto al servizio del potenziamento dell’immagine dei signori e dei loro progetti politici. Il risultato fu una società più diseguale, con pochi ricchissimi e tanti a poco a poco più poveri e disprezzati, via via che la nuova crescita della popolazione li fece diventare un problema per le città, che li mandarono ai loro margini con quel senso di ribrezzo che, in piena età moderna, fece da spartiacque tra le categorie sociali. La ‘città ideale’ del Rinascimento, è utile ricordarlo, previde anche l’espulsione degli indesiderati nei reclusori, in nome della razionalità, dell’igiene, dell’armonia, della bellezza. 
Ma tutto questo Renzi non lo sa.
Prendiamone qualche altra, di cose mal leggiucchiate. Per il senatore/conferenziere Rinascimento vuol dire  avvento di un mondo bellissimo e opulento. Ignora, per dirne una, che sono “rinascimentali” anche: la persecuzione delle donne accusate di stregoneria; la cacciata degli ebrei dalla Spagna, nel 1492, che definendo impossibile ogni convivenza segnò la società moderna con quel terribile contagio culturale con il quale ancora facciamo i conti; il primo ghetto ebraico, nato nel 1516 in una ricca e magnifica metropoli come Venezia. Ignora dunque anche che forse, sì, l’Arabia può essere patria di un nuovo Rinascimento ma solo in quel terribile senso che la fa paragonare ai più orribili aspetti di quello vecchio.
Parafrasando Umberto Eco si può dunque augurare lunga vita al Rinascimento e al suo sogno “purché non sia un sonno della ragione. Di mostri ne abbiamo generati abbastanza”.