La voce degli studenti. I ragazzi del Liceo Marconi di San Miniato diventano un esempio.

Una scuola occupata, ragazzi che si organizzano e protestano pacificamente. Il liceo Marconi diventa un esempio di responsabilità e partecipazione.

La voce degli studenti. I ragazzi del Liceo Marconi di San Miniato diventano un esempio.
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6 Novembre 2026 - 23.18


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di Lilia La Greca

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Nelle ultime settimane, molte scuole delle province di Pisa e Firenze sono state occupate dagli studenti. Cercando su internet, non è difficile imbattersi in episodi molto spiacevoli: aule vandalizzate, computer rubati, edifici danneggiati. Sono queste le notizie che fanno più rumore e che, inevitabilmente, finiscono per attirare maggiormente l’attenzione.

Oggi, però, vorrei raccontarvi una storia diversa. Quella di una scuola in cui gli studenti hanno deciso di occupare, ma anche di dimostrare che protestare non significa necessariamente distruggere. Siamo al Liceo Marconi di San Miniato, in provincia di Pisa.

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Martedì 3 novembre, sei ragazzi sono entrati nell’edificio scolastico, dichiarandolo occupato. Da quel momento, l’accesso è stato riservato esclusivamente agli studenti dell’istituto, una scelta maturata anche alla luce di quanto accaduto altrove, dove alcune occupazioni sono state accompagnate da episodi di vandalismo, perpetrati pare, da soggetti esterni.

Per evitare che si ripetessero situazioni simili, gli organizzatori hanno deciso di controllare personalmente i documenti e le email istituzionali, un modo per sapere chi si trovasse all’interno dell’edificio e cercare di garantire il rispetto degli spazi scolastici.

Quando oggi sono andata a intervistare gli studenti, ho avuto modo di parlare con alcuni ragazzi di quinta. Ed è stata proprio la loro motivazione a colpirmi particolarmente.

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Perché, diciamocelo, avrebbero potuto tranquillamente farsi gli affari propri: sono all’ultimo anno, hanno la maturità davanti e tra pochi mesi lasceranno quella scuola. Avrebbero potuto scegliere di non esporsi, evitare il rischio di eventuali ripercussioni e concentrarsi soltanto sul proprio futuro. E invece sono lì.

Quando gliel’ho fatto notare, mi hanno spiegato che non stanno protestando soltanto per se stessi, ma soprattutto per chi verrà dopo di loro: per gli studenti che il prossimo anno continueranno a frequentare quelle aule, per chi merita di avere un’aula fissa in cui seguire le lezioni, bagni sufficienti e riscaldamenti funzionanti. Condizioni che dovrebbero essere scontate e che, evidentemente, non lo sono. Le loro richieste, però, vanno oltre i problemi strutturali dell’edificio: al centro della protesta c’è anche la necessità di investire maggiormente nell’istruzione, invece di continuare a considerarla un settore su cui risparmiare.

Ma ciò che mi ha sorpresa davvero è stato il modo in cui hanno organizzato queste giornate. Entrando nell’istituto, ho trovato una scuola che, pur senza le normali lezioni, continuava ad essere piena di vita.Tra quei corridoi sembra essersi creata una vera e propria piccola società, con regole, responsabilità e compiti da dividere. Ognuno contribuisce a modo suo e gli spazi vengono gestiti per permettere a tutti di partecipare alle attività.

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Alcune aule ospitano dibattiti, altre sono dedicate alla pittura o al ballo. Non mancano i gruppi studio, per chi vuole approfittare di questi giorni per prepararsi e portarsi avanti con il programma. L’aula magna, invece, è diventata un luogo di incontro con esperti di diversi settori, dal fitness alla nutrizione, fino all’educazione sessuale. Questi ragazzi non si sono limitati a interrompere le lezioni per qualche giorno, ma hanno provato a dare un significato diverso al tempo trascorso a scuola, trasformando l’occupazione in un’occasione per confrontarsi e assumersi delle responsabilità.

Oltre alla collaborazione tra gli studenti, mi ha colpita la lucidità con cui stanno gestendo l’intera situazione: i laboratori di scienze, la presidenza e la segreteria, per esempio, sono stati chiusi a chiave dagli stessi ragazzi, proprio per evitare che qualcuno potesse danneggiare (anche in maniera accidentale)  materiali, attrezzature o documenti. Un dettaglio che può sembrare banale, ma che racconta molto, perché questi studenti stanno protestando contro i problemi della loro scuola, senza per questo dimenticare che è anche un luogo da rispettare e proteggere.

All’esterno dell’edificio ci sono sempre alcuni insegnanti. Non entrano, non interferiscono con l’occupazione e non cercano di gestire la situazione, rimangono lì per sostenere gli studenti e assicurarsi che tutto si svolga in sicurezza.Anche questo, in fondo, fa parte dell’educazione: lasciare ai ragazzi lo spazio per prendere decisioni e assumersi delle responsabilità, senza far mancare il sostegno degli adulti.

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Un’occupazione è una forma di protesta che può essere condivisa oppure criticata. Ma credo sia importante distinguere tra chi sfrutta queste occasioni per creare disordini e chi cerca invece di portare avanti delle richieste precise. Al Marconi, per quello che ho potuto osservare, gli studenti stanno dimostrando organizzazione e consapevolezza.
La mobilitazione ha già prodotto un primo risultato: la Provincia ha confermato l’avvio dei lavori richiesti da anni. Naturalmente, una promessa non equivale alla sua realizzazione e sarà importante verificare che gli impegni vengano rispettati. Resta però il fatto che gli studenti sono riusciti a ottenere una risposta concreta dalle istituzioni.

Siamo abituati a descrivere i giovani come poco interessati alla vita pubblica, distanti dalle istituzioni e concentrati soprattutto sulle proprie esigenze. Esperienze come questa dimostrano quanto sia riduttiva una simile rappresentazione.

Gli studenti del Marconi hanno scelto di informarsi, confrontarsi, organizzarsi e rivendicare quello che considerano un loro diritto: frequentare una scuola sicura e adeguata.

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La scuola non dovrebbe limitarsi a trasmettere conoscenze, ma insegnare anche a pensare con la propria testa, a riconoscere ciò che non funziona e a non restare indifferenti: i diritti non sono soltanto qualcosa da studiare sui libri, ma anche da conoscere, difendere e, quando necessario, rivendicare.

Forse il Marconi di San Miniato, proprio attraverso i suoi studenti, sta dimostrando cosa significhi essere una buona scuola. Perché vedere ragazzi così consapevoli, informati, capaci di confrontarsi e di assumersi delle responsabilità è anche la prova che, tra quelle mura, qualcosa di importante è stato insegnato. Non soltanto nozioni e programmi scolastici, ma la capacità di ragionare, di avere una propria opinione e di sentirsi parte di una comunità. E non è forse questo uno dei risultati più belli che una scuola possa raggiungere?

Perché gli adulti continuano a insegnare ai ragazzi che un mondo migliore è possibile. Ma forse, ogni tanto, dovrebbero smettere di spiegare loro come costruirlo e iniziare a osservare chi ha già trovato il coraggio di provarci.

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