di Lilia La Greca
Fare il giornalista comporta una responsabilità che va oltre il semplice racconto dei fatti. Significa scegliere cosa approfondire, a chi dare voce e quali domande porre. Una notizia può essere vera e, allo stesso tempo, raccontare soltanto una parte della realtà.
Per osservare come Libero ha raccontato le proteste di ottobre, abbiamo preso in considerazione alcuni articoli online, video della rubrica Liberamente e la pagina dedicata alle lettere dell’edizione cartacea del 27 ottobre. Non è un giudizio sull’intera produzione del quotidiano, ma uno sguardo sulle priorità che emergono da questi contenuti.
Il 17 ottobre, Liberamente pubblica un video sulle proteste contro il caro affitti: “Le proteste dei tendini: non esiste nessun diritto di vivere e studiare in centro”. L’obiezione è semplice: nessuno ha diritto a un appartamento in centro. Ma il problema degli studenti fuori sede non si esaurisce lì. Quanto costa frequentare un’università lontano da casa? Quante famiglie possono permetterselo? Tra un affitto sostenibile e un attico con terrazza esiste, fortunatamente, una certa differenza. Ridurre la questione alla pretesa di vivere nelle zone più prestigiose delle città rischia di allontanare l’attenzione da un problema concreto, quello del diritto allo studio e delle difficoltà economiche che molti studenti devono affrontare.
Anche nelle cronache dei cortei prevale spesso il conflitto. Un video pubblicato il 30 ottobre titola: “ROMA, LO SCIOPERO E LE MANIFESTAZIONI: GLI ANTAGONISTI ROSSI BLOCCANO UN TRAM”; a Milano, dopo gli scontri del 18 ottobre, compare “Milano devastata da maranza e compagni”. I blocchi, i danni e le aggressioni vanno raccontati senza attenuanti, ma chi rompe una vetrina non rappresenta automaticamente tutti coloro che manifestano, e le ragioni di una mobilitazione non coincidono necessariamente con i suoi episodi più violenti.
Un’impostazione simile sembra emergere anche nel racconto delle proteste degli autotrasportatori. Nell’articolo del 17 ottobre, “Sciopero dei tir e supermercati vuoti: cosa sta succedendo”, l’attenzione si concentra soprattutto sui disagi provocati dai blocchi e sulla dimensione politica della mobilitazione. Le difficoltà economiche dei camionisti, tra l’aumento del carburante e i costi sempre più difficili da sostenere, rischiano così di passare in secondo piano.
Il 22 ottobre Libero torna sull’argomento riportando le dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio, secondo il quale esiste una forte probabilità di strumentalizzazione e infiltrazioni criminali nella protesta degli autotrasportatori. Il ministro non sostiene che i camionisti appartengano alla criminalità organizzata, ma sottolinea il rischio che le mafie possano approfittare della situazione. Nello stesso intervento difende anche il nuovo decreto sicurezza, affermando che non limita la libertà di manifestare e che, al contrario, garantisce maggiormente chi protesta pacificamente.
Sono dichiarazioni che hanno certamente rilevanza giornalistica e che meritano di essere riportate. Ma anche in questo caso è interessante osservare quale aspetto della protesta venga messo in evidenza. Dopo i disagi provocati dai blocchi, l’attenzione si sposta sul rischio di infiltrazioni criminali e sulle misure di sicurezza. Non si tratta di negare l’importanza della sicurezza o di sottovalutare eventuali infiltrazioni mafiose, ma di chiedersi se, accanto alle parole del ministro, non sarebbe stato altrettanto utile ascoltare direttamente i lavoratori e approfondire le ragioni della loro mobilitazione. Perché raccontare ciò che potrebbe accadere durante una protesta è importante, ma lo è anche spiegare perché quella protesta sia cominciata.
Un altro video di Liberamente, “Ecco come il politicamente corretto parla dei maranza e delle loro violenze”, prende di mira proprio il modo di descrivere i disordini. Il commentatore contesta la parola “corteo” e parla di gruppi dediti alla guerriglia urbana e ai saccheggi, associandovi anche esponenti delle seconde generazioni di immigrati. Respinge poi la formula “generazione senza futuro”: quei giovani, osserva, vivono in una parte del mondo che garantisce un benessere ragionevole e la libertà. Resta però una domanda: riconoscere le difficoltà sociali significa davvero giustificare i reati? E vivere in un Paese relativamente prospero (ricordandoci però che oltre il 2,1 milioni di famiglie vive in povertà assoluta) esclude per definizione precarietà e mancanza di prospettive? Cercare di comprendere le cause di un fenomeno non significa necessariamente giustificarne le conseguenze.
La pagina delle lettere del 27 ottobre rende ancora più evidente questa contrapposizione. Tra i titoli figurano “Adesso vanno mandati via”, “I maranza a scuola manco ci vanno” e “C’è un clima di puro terrore”. Un lettore ipotizza, senza portare prove nel testo, una regia dei disordini legata a persone musulmane non integrate. Un altro propone di rimandare i responsabili “a casa loro”, mentre altri liquidano il disagio giovanile come una scusa per non impegnarsi.
Sono opinioni dei lettori, non dichiarazioni della redazione, e la pagina ospita anche riflessioni diverse, come un invito al compromesso. Tuttavia, la selezione delle lettere e i titoli con cui vengono presentate sono scelte editoriali. Colpisce soprattutto un intervento che chiede di condannare la violenza senza tentare di capirne la genesi. Come se comprendere un fenomeno e punirne i responsabili fossero operazioni incompatibili. Il rischio è quello di costruire una contrapposizione netta tra chi manifesta e chi subisce le conseguenze delle manifestazioni, senza lasciare molto spazio alle sfumature.
Il quadro, comunque, non è uniforme: il 24 ottobre Libero racconta anche gli “Studenti col tricolore in piazza contro i devastatori”, dando spazio a una manifestazione pacifica e alle proposte dei suoi organizzatori, non si può quindi dire che il quotidiano ignori tutte le proteste non violente. Il confronto mostra piuttosto come cambi ciò che viene messo in primo piano e come la scelta dei titoli, delle immagini e delle dichiarazioni possa orientare l’attenzione del lettore verso determinati aspetti della realtà.
La sicurezza è un tema reale: lo è per i commercianti che subiscono danni, per i cittadini e per chi lavora nelle forze dell’ordine. Ma il giornalismo può raccontare tutto questo senza rinunciare a chiedersi perché si protesta e ad ascoltare chi non ha distrutto nulla. Altrimenti la vetrina infranta finisce per avere sempre l’ultima parola.
