di Luisa Marini
Le vetrine spaccate delle manifestazioni di questi giorni mi hanno fatto pensare al rapporto tra realtà e visione virtuale e a quello simbolico tra schermo e specchio.
La mia riflessione non vuole giustificare la violenza che si è espressa nelle strade negli ultimi giorni, ma proporre un punto di vista che parta da dentro, dai bisogni di vita, espressione e libertà che dovrebbero essere garantiti a tutti senza distinzioni.
Quei vetri infranti simboleggiano la crisi di certi modelli capitalistici che respingono i bisogni degli ultimi. Compro dunque sono. Se i diritti fondamentali non vengono assicurati, la vetrina con oggetti che solo alcuni si possono permettere simboleggia il superfluo, non necessario ma comunque desiderato, che divide la società in ricchi e poveri. La vetrina diventa dunque lo specchio, il luogo reale che riflette le differenze, e la repressione armata delle proteste assume una distanza stridente dalla realtà sociale.
Io faccio parte di quella generazione che si doveva relazionare solo con la realtà, buona o cattiva che fosse, senza schermi in tasca, se non quelli della tv e del cinema a rimandare modelli e tendenze. Il confronto con gli altri avveniva, come oggi, a scuola e in università, in famiglia, sulle strade della città, ma la formazione dello sguardo e del proprio punto di vista sulle cose del mondo non era mediato anche dallo scroll degli schermi degli smartphone, oggi preponderante. Certo, oggi il virtuale ha allargato al mondo intero stimoli e informazioni, ma spesso a scapito di un ragionamento diffuso sui suoi limiti e pericoli, dove le bolle di comunicazione restano distinte e i discorsi d’odio spadroneggiano. Da adolescente, un tempo lo sguardo desiderante si formava nella realtà, guardando i coetanei e le vetrine del corso, e non anche e soprattutto attraverso il proprio schermo personale, con la possibilità magari dell’acquisto on line a rate. Prima, si creava un rapporto diretto e reale, personale con le cose e le persone, per sceglierle.
Oggi, sono cambiate le modalità, ma i bisogni umani sono rimasti gli stessi e, ben prima degli ultimi scoppi di violenza, pilotati o no, si stava registrando un nuovo ritorno al reale, soprattutto da parte delle nuove generazioni, per un confronto diretto tra persone e una protesta contro modelli che, invece di migliorare la vita delle persone, la peggiorano.
L’errore della politica, del governo come anche delle opposizioni, è non mettersi davvero in ascolto del disagio sociale e non portare avanti una progettazione partecipata che tenga conto dei reali bisogni delle diverse fasce di età della popolazione.
