È la Mappa dell’Intolleranza 9 a fare luce sull’hate speech, in particolare sull’evoluzione e sulle diverse sfaccettature di questo fenomeno ormai onnipresente e articolato. Si tratta di un’edizione estremamente dettagliata realizzata dall’Osservatorio italiano sui diritti con l’Università degli Studi di Milano e con l’aiuto dell’agenzia The Fool. Sono 2 milioni i contenuti presi in esame tra gennaio e novembre 2025 e il 56% sono stati definiti negativi. Un dato che conferma la stabilità dell’odio online, se confrontato con il 57% dell’anno precedente.
La novità della presente edizione è stata quella di introdurre tre nuove prospettive di ricerca per offrire una lettura più approfondita del fenomeno. La prima riguarda le modalità con cui si presenta l’odio online: i ricercatori hanno scoperto che segue modelli ben precisi che si ripetono e suggeriscono la presenza di reti strutturate. Il secondo nuovo aspetto riguarda lo studio realizzato dal Prof. Paolo Inghilleri e dal Dott. Nicola Rainisio – psicologi sociali del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano – secondo cui l’odio online punterebbe ad annullare l’umanità dell’altro, servendosi di diverse strategie facilmente identificabili. Infine l’ultima analisi dimostra come la metà degli stereotipi rilevati si diffonda nel web in modo implicito attraverso battute e generalizzazioni, in modo da non subire blocchi dai sistemi di moderazione.
Silvia Brena, giornalista e co-fondatrice di voxDiritti, dichiara: “Uno dei dati più inquietanti riguarda l’odio contro le donne. È apparentemente diminuito, ma si è fatto più pericoloso. Anzi, si è fatto più pervasivo perché si è normalizzato: come a dire che gli stereotipi misogini, venandosi anche delle sfumature perverse del linguaggio dell’abuso, si sono sedimentati, costruendo un lessico accettato e di uso comune. Il che rende l’odio misogino più difficile da registrare e quindi da combattere. Si tratta di un fenomeno così pervasivo che, come registra la Mappa n.9, appartiene oggi alle stesse donne, novelle haters misogine, xenofobe, razziste”.
Altro fenomeno emerso dallo studio è la deumanizzazione. Marilisa D’Amico, docente ordinaria di Diritto costituzionale e Pubblico dell’Università degli Studi di Milano e co-fondatrice di VoxDiritti, Spoke leader Human Hall, ha affermato: “Ciò che la nostra rilevazione mostra è assai inquietante. Destituire le persone del loro status attraverso parole che annientano l’essenza umana riporta a un passato forse ancora troppo vicino: attraverso la propaganda fascista e nazista, attraverso una comunicazione “animalesca” e “reificante” si è riusciti a diffondere un’idea molto chiara: alcuni individui non sono tali, ma appartengono ad altre “specie”. Il linguaggio, lo ribadisco, è più del sangue: un linguaggio che vuole negare l’individuo si insinua tra le pieghe non solo del web, ma della società tutta, mettendo a rischio le fondamenta – culturali, sociali e politiche – della nostra democrazia”.
In rete è presente anche la misoginia che comprende il 37% dei contenuti negativi, segnando un calo rispetto al 50% del 2024. Numeri che però non sono assolutamente rassicuranti, in quanto le analisi qualitative suggeriscono che il discorso misogino è percepito come normale data la sua onnipresenza. Gli insulti sessisti sono parte del linguaggio quotidiano e sono diffusi in diversi contesti online; siamo così esposti a degli stereotipi che si sono normalizzati. Tale fenomeno rende quindi più ardua la sfida di combatterli perché più difficili da intercettare e contrastare. Un dato sorprendente è che il 43% dei contenuti misogini è prodotto da donne.
Lo studio suggerisce che le donne occupano un posto minore nell’hate speech complessivo, ma i loro contenuti offensivi hanno una maggiore diffusione sul web rispetto a quelli degli uomini, raggiungendo dunque più persone nel momento in cui diffondono odio online. Inoltre l’odio circola spesso all’interno degli stessi account e a essere in testa alla viralizzazione ci sono Lazio Lombardia, rispettivamente con il 26,54% e il 21,74% dei contenuti virali geolocalizzati.
Una parte dello studio è stata dedicata poi all’analisi della grammatica dell’odio. Su 26.844 tweet analizzati la deumanizzazione emerge in più di un terzo dei contenuti e ogni categoria adotta un proprio linguaggio. Gli insulti più ricorrenti, l’80,7%, sono di matrice abilista e fano per lo più riferimento alla biologizzazione (76,4%): cerebroleso, mongoloide e handicappato diventano le etichette da attribuire a chi viene percepito diverso o deviante. La xenofobia si attesta al 52,5%, con l’animalizzazione che tocca il 71% delle occorrenze. Nell’islamofobia si attiva un meccanismo inedito: l’accusa di disumanizzare l’altro diventa il pretesto retorico per disumanizzarlo a propria volta. A diffondersi è poi il fenomeno dell’antisemitismo, dal 27% del 2024 al 29% del 2025, e ad essere maggiormente attaccato è il sionismo.
