La “Malapena” degli stranieri irregolari: per l’avvocato Veglio i Cpr sono “atti di apartheid”

Nel suo saggio l’esperto di diritto delinea l’incubo dei Centri per il rimpatrio dove i diritti si dissolvono. Emma Bonino nella prefazione: le politiche migratorie passino alla Ue 

Particolare della copertina del libro di Maurizio Veglio “La malapena”

Particolare della copertina del libro di Maurizio Veglio “La malapena”

redazione 22 febbraio 2021
Cosa diremmo se noi, o nostri cari, fossimo infilati in carcere per il semplice fatto di trovarci dove ci troviamo, senza aver commesso alcun reato? E se questo accade, se una pratica è legittima per alcune persone poi la potrà applicare a tutti, noi o nostri cari inclusi. Porta a queste e a osservazioni analoghe il viaggio nei Cpr, i Centri di Permanenza per il Rimpatrio (ex Cie) di Maurizio VeglioLa malapena. Sulla crisi della giustizia al tempo dei centri di trattenimento degli stranieri” (Edizioni Seb27, pp. 104, €15,00, prefazione di Emma Bonino) che a ragione nella scheda editoriale definisce “la detenzione amministrativa dello straniero nei centri per il rimpatrio (Cpt, Cie, Cpr) un rito di segregazione, un atto di apartheid che avalla la mortificazione della dignità umana”, che definisce un “obbrobrio giuridico del nuovo millennio”.
 
Per l’autore, avvocato specializzato in diritto dell’immigrazione, socio Asgi e lecturer all’International University College di Torino, “i reclusi subiscono il potere statale nella sua forma più invasiva e feroce”. Cosa accade? “Giudici non professionisti” sono “autorizzati a convalidare la detenzione di persone che non hanno commesso alcun reato. E poi c’è il paradosso dell'inefficienza: nonostante l’enorme impiego di denaro, appena il 50% delle persone trattenute viene rimpatriato”. Più in là: “Cosa può nascere dal rifiuto e dal risentimento? In quale pace può sperare una società che, in nome della sicurezza, sacrifica la libertà e la dignità dei più vulnerabili?”, domanda Veglio nella scheda editoriale. 

Tecnicamente non è “detenzione”, “trattenimento amministrativo”, ovvero lo Stato trattiene stranieri irregolari che non ha fornito documenti di identità validi. I Cie furono istituti nel 1998 “dalla Legge Turco Napolitano, che per prima istituì i Cie, prevedendo però un periodo di trattenimento massimo di 30 giorni (da allora gradualmente ampliato sino a 18 mesi e ora stabilito in 6 mesi)”, come ricordava Paolo Borgna in un articolo sul libro pubblicato da “Avvenire” il 3 febbraio scorso. che annota che nei Cpr “reali le condizioni di vita e quelle igieniche fanno rimpiangere il carcere”, dove la zona dei gabinetti nei “moduli” non è separata da quella dei letti, che il “trattenimento” degli stranieri ha luogo “in gabbie che ricordano terribilmente quelle di uno zoo”, i quali vivono in “totale forzata inattività perché nei Centri mancano quelle strutture (biblioteche, laboratori, palestre) di cui dispongono le carceri”. 

Quei centri sono gironi infernali. Scrive ancora Borgna: “Il risultato è un imbarbarimento della vita quotidiana che dai “trattenuti” si riverbera sul personale: le forze dell’ordine che sorvegliano; gli operatori e mediatori, contrattualizzati mese per mese dall’ente gestore tramite agenzie; gli operatori legali e il personale sociosanitario. In un sistema in cui tutti sono vittime e l’odio e la diffidenza si diffonde persino tra i “trattenuti”. Gonfiando una “fame di violenza” verso gli altri e se stessi. Molto più che in carcere gli atti di autolesionismo nel Cpr sono quotidiani: labbra cucite; ingestioni di pile; tentativi di impiccagione, abuso di psicofarmaci, ustioni; e poi, tagli, tagli, tagli su ogni parte del corpo. Tagliarsi come disperato tentativo di farsi ascoltare”. 

Una via d’uscita. “le politiche migratorie divengano patrimonio dell’Europa e non appannaggio di 27 staterelli ognuno con i propri egoismi e le proprie convenienze”, scrive Emma Bonino.