Le voci dal sisma del 2016: “Genova ha ricostruito il ponte, l’Italia ha dimenticato noi”

Il 26 e 30 ottobre 2016 ci fu la seconda ondata delle scosse. Parlano gli abitanti di Arquata e Norcia. “Servono prospettive, lavoro e tornare in casa: stanchi delle casette d’emergenza”

Arquata del Tronto al 30 agosto 2020. Foto Stefano Miliani

Arquata del Tronto al 30 agosto 2020. Foto Stefano Miliani

redazione 25 ottobre 2020
di Stefano Miliani

Arquata del Tronto è il borgo un tempo di gran fascino incassato tra i Monti Sibillini, tra le Marche meridionali e il Lazio. Non dista molto da Amatrice. Il paese storico dal 2016 è chiuso, molte case sventrate. Ai bordi della zona rossa pietre, l’erba cresce sul selciato, silenzio, un silenzio che pesa. Sono passati quattro anni.
Il 26 e il 30 ottobre 2016 scosse violentissime, sulla scia del terremoto del 24 agosto che devastò anche Arquata, portarono distruzione nelle Marche centro-meridionali, nell’Umbria meridionale, in Abruzzo e nel Lazio orientale già colpito. Da allora a oggi la ricostruzione è almeno iniziata? La risposta è la solita: no. Pure se in questo 2020 occorrono dei distinguo. Il quarto commissario speciale incaricato alla ricostruzione dal secondo governo Conte il 14 febbraio scorso, Giovanni Legnini, in un periodo ostacolato dalla pandemia ha facilitato le procedure a colpi di ordinanze e agito negli incontri con le autorità riscuotendo fiducia e instillando fiducia su più fronti, tra sindaci per primi. Ciò registrato, in migliaia vivono ancora nelle casette delle Soluzioni abitative in emergenza chiamate “Sae”, in un’emergenza pluriennale, e che vanno a formare villaggi senza un volto, uguali, anonimi, in scenari montani incantevoli. Come accade proprio ad Arquata del Tronto, che fu distrutta quel 24 agosto e ora è la prima tappa di una ricognizione compiuta per globalist il 30 agosto. Lo stato d’animo prevalente? Di sconforto nei luoghi più colpiti come Arquata, di fiducia in centri staccati dall’epicentro come Amandola nel maceratese, di incertezza a Norcia. Ma la costruzione in tempi rapidi del nuovo ponte a Genova progettato da Renzo Piano al posto del Morandi crollato nell’agosto 2018 acuisce la sensazione che l’Italia dimentica il suo centro Italia perché lo tiene ai margini. Un tema che tutti avvertono: servono prospettive di lavoro soprattutto per i giovani altrimenti si ricostruisce, chissà quando, nel vuoto umano. Ed emerge però anche una costante, anche questa molto umana: una gran dignità, la richiesta di sostegni per avere prospettive, non mance o reddito a fondo perduto.

Le voci di Arquata del Tronto
Lungo la strada funziona un bar, staccato dal borgo storico, vicino al gruppo di Sae. Alessio Filotei, un avventore, è della frazione di Pescara del Tronto e ha 49 anni: “Dopo quattro anni siamo ancora così. Per le Sae hanno speso grosse cifre e io vivo un una dal luglio 2017 dopo un anno in albergo. Per i ragazzi di qui non c’è nulla da fare. Non vogliamo soldi, servono opportunità di lavoro per ripartire. E basta con la passerella dei politici: ci hanno stufato, vengono a farsi vedere”.
Celeste Paci, 29 anni, lavora al bar, è originaria di Faete, una frazione sull’altura dirimpetto ad Arcquata. Constata: “Non è cambiato nulla. Cosa vorrei? Incentivi, non contributi, vorrei opportunità di lavoro per tornare. Sto ad Ascoli per fare anche altre cose. Servono strutture. Per esempio per ospitare ragazzi di famiglie originarie del posto ma non c’è nulla qui. Magari si potrebbe aprire un hotel con ristorante, darebbe lavoro a molte persone. Un grosso problema è lo spopolamento”. Un gruppo di ragazzi che passa di qui e conosce il luogo prende una birra o un caffè a un tavolo. Simone, 28 anni, viene da una frazione di Accumoli, Illica: “È stato fatto veramente poco per ricostruire”. Gianluca, anche lui 28enne, è di Ascoli: “Le potenzialità turistiche per il periodo estivo ci sarebbero ma non vengono sfruttate”. Una buona notizia è che il Comune ha commissionato al gruppo Mate Engineeringdi cui fa parte Stefano Boeri un piano per indicare quali criteri adottare per ricostruire.

Le voci di Amandola
Salendo più a nord, nel maceratese, Amandola registra un clima del tutto diverso in confronto a un paio di anni fa. Circola molta gente in piazza, a fine estate erano soddisfatti. Giorgio Tassi, fotografo con una sua galleria d’arte e al lavoro nell’ufficio turistico registra: “Ho 55 anni, ricordo cinque terremoti, quello del 2016 è stato epocale, devastante, abbiamo avuto novemila scosse ben oltre il 2016. Ma nel 2018 e 2019 il flusso turistico è ripreso e questa estate abbiamo avuto dati positivi, inaspettati, non ci possiamo proprio lamentare”. In piazza transita Paolo, 48 anni, anche lui di Amandola: “La ricostruzione è ancora in alto mare mentre il Ponte di Genova è stato costruito in poco tempo. Certo, rispetto agli anni precedenti in questo 2020 abbiamo avuto molta più vivacità, il Covid ha portato turismo alla montagna”.

Le voci di Norcia
Scavallando l’Appennino tramite tornanti e gallerie, Norcia appare abbastanza frequentata da turisti. Alessandra, 30 anni, dipendente di una vendita di salumi e formaggi lungo la via per la città, commenta: “Ho casa a Norcia, in famiglia, sono rientrata, ma è vergognoso quanto la burocrazia ha reso lunga l’attesa. Noi ragazzi del posto non abbiamo locali dove trovarci, un pub, niente”. Il turismo? “Questa estate è andato meglio ma Norcia aveva un turismo sia religioso sia culturale e senza chiese ricostruite dopo la passeggiata in centro dove vai?”. Gli edifici ecclesiastici sono effettivamente tutti puntellati, semi distrutti. Per la basilica – simbolo di San Benedetto una commissione di esperti chiamata dall’agenzia Invitalia ha intanto scelto tra 14 concorrenti un’impresa temporanea di ingegneri e architetti (tutti professionisti iscritti nell’elenco speciale per il sisma del 2016) per progettare la ricostruzione dell’edificio in una gara curata dall’agenzia per conto del Ministero per i beni e le attività culturali e del turismo.
Enrico, dipendente della stessa azienda di Alessandra, abita a San Pellegrino, che è zona rossa: “Lì tranne uno nessuno è rientrato nella sua casa, siamo tutti in Sae. Non è come a casa propria. Per ora non ci sono prospettive. Ho un figlio di 20 anni e una figlia di 16: un problema è l’isolamento”. Gli fa eco Claudio Paradisi, nato nel 1971, romano, a Norcia da venti anni, meccanico da cinque, abita anche lui a San Pellegrino: “Nella casa Sae abbiamo un po’ di giardino, due bagni, tre camere, un bel salone, ho tre figli: 22, 21 e 14 anni. I ragazzi si trovano bene, certo meglio che in roulotte. Le casette non sono idonee a certe temperature e qui il freddo è tanto. Ti abitui ma mia madre, di 77 anni, vuol tornare a casa prima di morire”. Come vede il futuro? “Si ricostruirà forse tra vent’anni. E con il coronavirus ho dovuto chiudere l’officina, non potevo più pagare l’affitto. Norcia era un’isola felice, il terremoto ha spazzato via tutto. E tranne un albergo di lusso non c’è un hotel. Tolto il turismo, compreso l’indotto, di cosa si vive qui? Non c’è volontà politica di ricostruire se no si ricostruiva. Guardate il ponte di Genova”.
“È uno stallo completo, la città sarà un cantiere per i prossimi vent’anni”, riflette Katia, 50, negoziante di salumi e formaggi squisiti come li hanno a Norcia in coppia con il marito sistemati nella fila di negozi in fila nelle casette di fronte a una porta della città. “La comunità è disgregata, uscire a far due chiacchiere è difficile, la gente si è chiusa. Dobbiamo farci coraggio ma la voglia di riaprire sbatte contro un muro di gomma. Non c’è un responsabile e sei in balia del nulla. Nostro figlio ha vissuto l’adolescenza in tenda, roulotte, poi casette”. “Senza monumenti cosa si vede a Norcia? A Castelluccio? Almeno c’è il paesaggio – afferma un abitante del paese, Alessandro - Per la fioritura delle lenticchie quest’anno abbiamo avuto un boom di turisti ma si deve mangiare tutto l’anno. Il guaio è che non c’è lavoro per i giovani: vanno via, il paese invecchia e tante famiglie dopo il terremoto non sono tornate”.
Ricostruire le città, restaurare le chiese, lavoro per evitare l’abbandono che tanti vivono sulla propria pelle. Questo chiede chi vive in queste terre di una bellezza profonda. Non un’eterna attesa nel limbo.