«L’Aquila stava risorgendo, il Covid19 è una mazzata»

Niente fiaccolata per ricordare il terremoto del 2009. Parlano il docente Luca Pezzuto, la guida Roberta Ianni, il ristoratore Stefano Cardelli. «Troppi paesini sono abbandonati»

L’Aquila fotografata da Francesco Cardarelli

L’Aquila fotografata da Francesco Cardarelli

redazione 4 aprile 2020
di Stefano Miliani

La quarantena da Coronavirus spegne anche la fiaccolata aquilana che nella notte tra il 5 e il 6 aprile voleva commemorare le 309 vittime del terremoto del 2009. La cerimonia collettiva viene sostituita da un vigile del fuoco che alle 23.30 di sabato accende un braciere vicino alla chiesa di Santa Maria del Suffragio (più conosciuta come “Anime sante”) in piazza Duomo. Lo affiancano il prefetto della Provincia dell’Aquila Cinzia Torraco, il sindaco Pierluigi Biondi e il primo cittadino di Barisciano, Francesco Di Paolo, per i paesi del cratere ancora lontani da una vera ricostruzione. Assenti per forza i cittadini e i Comitati dei familiari delle vittime.
Gli organizzatori chiedono agli abitanti di accendere una luce dalle finestre, tuttavia la cerimonia mancata rappresenta visivamente il silenzio e lo sgomento da Coronavirus che qui ha un doppio effetto: la città si stava risollevando. Come vive queste giornate sospese? «La nostra cittadinanza vive l’emergenza con consapevolezza. Undici anni fa ha subito un’altra catastrofe, si sta comportando nel modo giusto», riscontra Luca Pezzuto, professore di Museologia e critica artistica e del restauro all’università e che abita nel centro storico. «Sappiamo più o meno cosa è una catastrofe, per quanto quella del Covid19 sia diversa ci attrezzeremo. Fatto sta che ha colpito un tessuto delicato, qui siamo in doppia zona rossa».

Con la cultura L’Aquila stava gradualmente rifiorendo o puntava tutto sul turismo? «L’università ha sempre avuto una parte essenziale nella vita della città, salvo cali fisiologici post-sisma e per politiche inadeguate del passato – risponde il professore -. Le iscrizioni stavano aumentando grazie all’ottima politica culturale della ex rettrice Paola Inverardi; varie associazioni operano soprattutto in ambito musicale, abbiamo il Conservatorio, L’Aquila non punta solo sul turismo. Lo stop per il Coronavirus è una mazzata. Ancor più per zone come il Gran Sasso e i paesi dell’entro terra montano che vivevano di un turismo slow, come va di moda dire oggi. In un tessuto già ferito che stava ripartendo un colpo così fa più male. Una parola va spesa sulle tante frazioni e luoghi di montagna: sono ancora abbandonati a sé stessi e questa distinzione tra cittadini di serie A e B è inammissibile».
I monumenti restaurati dalla Soprintendenza speciale per L’Aquila e il cratere e dal Segretariato regionale dei beni culturali hanno rimarginato ferite e creato capisaldi nel tessuto civile e culturale: valgano le chiese delle Anime Sante, di Collemaggio, San Silvestro, San Bernardino. Restano da completare altri luoghi monumentali, beninteso, come il Castello spagnolo, il lavoro è tutt’altro che terminato, eppure, non fosse stato per il Covid19, il 31 marzo si sarebbe inserita una presenza che potrà influire molto sulla vita urbana: a fine di un ottimo restauro eseguito dalla soprintendenza, commissionato dal segretariato, finanziato dalla federazione russa (7,2 milioni di euro), con due milioni stanziati per l’allestimento dal ministero per i beni e attività culturali e del turismo, il settecentesco Palazzo Arghindelli veniva consegnato al museo Maxxi di Roma affinché lo renda un centro delle arti contemporanee di calibro almeno nazionale. Il programma è pronto. Consegna con festa per gli abitanti rinviata, l’inaugurazione fissata a giugno al momento resta obbligatoriamente in sospeso.
«Avere qua il museo Maxxi, che si è fatto strada in maniera importante nell’arte contemporanea, sarà un fattore estremamente positivo e non capisco certe polemiche provinciali nel senso deteriore del termine – riflette fiducioso Pezzuto - Certo il museo dovrà dialogare con le realtà territoriali, le quali a loro volta non dovranno avere un comportamento di chiusura».

«Siamo abbastanza ligi nel rispettare la quarantena», riflette Roberta Ianni, guida turistica dell’associazione Viaggiatori del parco. «Il Covid19, anche se qui non ha colpito come in altre zone, fa paura ed è arrivato quando la città stava risorgendo: più monumenti sono stati restituiti alla loro bellezza, molti l’hanno scoperta in questi ultimi anni». Dopo l’emergenza come vede il futuro? “Non sono ottimista: resterà per un po’ la paura di andare insieme nei luoghi chiusi per concerti, mostre e spettacoli, la cultura sarà penalizzata. Spero di sbagliarmi. Ci vorrà tempo. Sicuramente resterà penalizzato il mondo turistico: alberghi, ristoranti, bar, tour con guida, pullman ... Senza parlare degli stranieri: a giugno saltano due matrimoni di americani. La città si blocca nel momento della rinascita. Anche i cantieri della ricostruzione si sono fermati. Ricominciare non sarà facile».

Uscendo dalle mura urbiche, interviene un professionista che campa con un turismo tranquillo, poco frenetico, dai ritmi lenti, e con gli avventori locali: Stefano Cardelli, titolare del ristorante e albergo “Osteria della posta” a Poggio Picenze, a undici chilometri dall’Aquila. «La situazione per il blocco da Coronavirus è catastrofica. Stavamo andando incontro a un nuovo sviluppo, eravamo appena usciti dai problemi del terremoto del 2009. Ora sono arrivate le disdette». L’Abruzzo, osserva il ristoratore con fondati motivi, è una terra tanto particolare quanto carica di fascino. «Abbiamo la natura, i cammini del trekking, vasti spazi montani, cibo genuino, alberghi non troppo grandi dove è come stare in una casa, luoghi ben poco affollati. Già prima dello stop al circolare qui intorno non incontravi nessuno. Spero gli italiani vengano» . Cosa succederà una volta finita l’emergenza? «Ce lo chiediamo lo tutti. La gente tornerà alle solite abitudini? Potremo riprendere a lavorare? È l’interrogativo che ci preoccupa davvero».