di Pino Di Blasio
In tempi in cui l’Odissea torna prepotentemente in auge, il mondo continua a dividersi sulla risposta da dare a una domanda: cos’è più importante in un viaggio, il viaggio stesso o la meta, la destinazione? Cos’è più importante, Calipso o Penelope, Polifemo o Telemaco, le sirene o i pretendenti? Personalmente preferisco un’altra risposta: la compagnia. È fondamentale con chi dividi il cammino, con chi dividi il pane mentre sei in viaggio. Degli 80 anni di viaggio di Maurizio Boldrini, io ne ho condivisi 41. Altri compagni molti più di me, più di 50, forse persino 60. A me manca il periodo amiatino, l’infanzia e l’adolescenza a Piancastagnaio, la passione per i dischi, l’infatuazione per la politica, l’approdo al Nuovo Corriere Senese.
Qualcosa mi hanno raccontato. Mi vengono in mente due o tre frammenti: un manifesto del Pci dedicato ai giovani, con Maurizio e Anna Serafini fotografati di profilo e in chiaroscuro; qualche titolo o servizio del Nuovo corriere senese dei suoi tempi. E soprattutto lo straordinario aneddoto del suo primo comizio da dirigente della federazione del Pci di Siena in un centro della provincia. I militanti, letto il manifesto sul comizio, si aspettavano che arrivasse Arrigo Boldrini, il mitico comandante Bulow, presidente dell’Anpi dal 1947 fino alla sua morte nel 2008, nonché deputato. Si ritrovarono quell’ignoto funzionario di provincia, lo fecero parlare dopo un’ora di comizio del segretario locale. Che gli dette la parola dicendo: “e ora parlerà il compagno Boldrini, che non è quello che ci aspettavamo, ma qualcosa deve dire pure lui”.
Il settimanale locale era uno spazio troppo stretto per chi voleva raccontare tante storie. Maurizio fu chiamato all’Unità di Firenze, che a quei tempi, a fine anni ’70, era una redazione che faceva un giornale capace di vendere decine di migliaia di copie. Poi il salto a Roma, alla redazione centrale. Ma lì prevalse la logica platonica di Maurizio Boldrini: la vita deve essere vissuta come un gioco. Troppo seriose le gabbie della grande Unità, meglio tornare a Firenze e lavorare al fianco di Giulio Quercini nella segreteria regionale del Pci, occupandosi di stampa e propaganda, come si chiamava allora il dipartimento.
Però prima ci fu quell’altra tragicomica avventura nel carcere di San Gimignano. Avvenne nell’agosto 1975, due prigionieri tentarono di evadere ma la fuga fallì. Erano armati, presero in ostaggio 8 agenti di custodia e quattro giornalisti, li tennero sotto tiro nel cortile dell’ora d’aria. Tra quei giornalisti c’era anche Maurizio Boldrini. Che così racconta quelle ore da ostaggio: “Improvvisamente si aprì il portone del carcere, noi giornalisti ci precipitammo dentro, ma si richiuse subito alle nostre spalle. Dalle murate del penitenziario, i rivoltosi ci intimarono di dire nome e cognome. Cominciò Riccardo Berti, La Nazione. Poi parlarono gli altri, io dissi Maurizio Boldrini l’Unità e dopo di me toccò a Romano Francardelli, corrispondente da San Gimignano de La Nazione, che è ancora in attività. Il rivoltoso disse: Tu, Francardelli, puoi andare, gli altri restano prigionieri”. Raccontando sul giornale quelle ore da ostaggio, fino alla fucilata di un carabiniere che uccise un rivoltoso, Boldrini e gli altri vinsero il premio Senigallia, assegnato ai migliori cronisti.
Arriviamo a noi, al 1985. Maurizio Boldrini doveva occuparsi dell’ufficio stampa e della comunicazione di un festival nazionale dell’Unità dedicato ai giovani. Si chiamava Futura, quel festival, durò 15 giorni alla Fortezza medicea. Gli serviva uno schiavetto che si occupasse dei giornali locali, Daniele Magrini gli fece il mio nome e io fui convocato in agosto nelle stanze della federazione. Con Boldrini c’era Erasmo D’Angelis, all’epoca scriveva per il Manifesto. Quelle che seguirono furono le mie prime settimane da ‘vero’ giornalista, alle prese con dibattiti, spettacoli e convegni che finirono sulle pagine di tutti i giornali nazionali. Io ne scrissi quattro o cinque per il Messaggero, il 25 agosto 1985 uscirono due miei pezzi, uno sul quotidiano romano e l’altro in prima pagina sull’Unità. Fu il giorno in cui mi montai la testa e non smisi più di farlo. Conservo ancora una rassegna stampa con centinaia di articoli che parlavano di quel festival sacrilego per il Pci, in cui si cominciava a discutere di cambiare nome, si parlava di nucleare e edonismo reganiano, e capitava di avere come relatori allo stesso dibattito Aceto e Beniamino Placido.
Pochi mesi dopo, a Boldrini toccò dirigere l’ufficio stampa del convegno nazionale del Pci a Firenze che elesse Alessandro Natta segretario dopo la morte di Berlinguer. Siccome lo schiavetto aveva lavorato bene a Siena, mi chiamò anche a Firenze. E anche in quell’occasione prendemmo tutto come un gioco, a partire dal voto sul nucleare, una mozione che fu votata ad alzata di mano. Il sì al nucleare passò per 9 voti, due mesi dopo accadde la tragedia di Chernobyl e il Pci fece marcia indietro.
Risalgono quell’epoca anche il falso Nuovo Corriere, diretto allora da Gabriella Piccinni, simile al Male, con la locandina ’Sospeso il Palio. Cossiga firma un provvedimento pazzesco’, che fu sequestrato subito nelle edicole senesi, con tanto di chiamata in questura degli autori di quello scherzo.
E il compleanno dei 40 anni del nostro eroe, festeggiati sulla terrazza di casa sua sopra la rotonda di Palazzo Diavoli.
Un salto di un paio d’anni e Boldrini torna a Siena dopo l’esperienza a Roma a Botteghe Oscure, nello stesso dipartimento di Walter Veltroni e Vincenzo Vita. Si inventa il nuovo Nuovo Corriere senese, un settimanale con quattro redazioni locali, una grafica studiata da Andrea Rauch e diverse firme prestigiose. Per un anno e mezzo ci divertimmo a fare i giornalisti veri, ricordo ancora il reportage ‘Faccia da Aids’, dove raccontavo le mie peripezie da falso sieropositivo, con tanto di certificato medico artefatto, che veniva respinto da ristoranti, alberghi, lavanderie, bar e tutti i negozi. Solo una ragazza, al bar della stazione di Chiusi, mi servì un caffè, fregandosene di quel certificato. E per questo fu premiata dall’allora sindaco della città.
Costava troppo quel giornale, la federazione del Pci lo chiuse anche perché aveva altri guai da affrontare. E da lì comincia la nuova vita di Maurizio, la vita accademica. Il rettore Luigi Berlinguer lo chiama per lanciare sui giornali il 750° anniversario dell’Università di Siena. Una trovata pazzesca, sulla scorta del successo dei 900 anni dell’Alma Mater di Bologna, con lo storico discorso di Alexander Dubcek, prima del crollo del Muro di Berlino. Inutile ricordare il successo di quelle celebrazioni, il pirotecnico calendario di eventi, convegni, spettacoli, mostre (celebre quella degli ingegneri senesi che ispirarono Leonardo), la sfilata dei rettori europei con i loro ermellini fino alla Basilica di San Francesco, che marchiarono a fuoco quell’anno.
Chiuse le celebrazioni, Boldrini creò e diresse l’ufficio comunicazione dell’ateneo, contribuì al primato di Siena nelle classifiche Censis delle migliori università d’Italia, dette una mano decisiva al record di iscrizioni nelle varie facoltà senesi, in quello che fu il periodo aureo per la città, per l’università e persino per il Monte dei Paschi e la neonata Fondazione. Un decennio d’oro finito con sprechi colossali, per colpa di un’autarchia suicida.
Da trent’anni Maurizio Boldrini insegna Teoria e tecnica del linguaggio giornalistico (o come si chiama ora la materia) all’Università, nel dipartimento di Scienze della comunicazione, ha scritto tanti libri e manuali, uno anche firmato con Omar Calabrese, uno dei più grandi amici e mentori, purtroppo scomparso prematuramente.
Se qualcuno dei suoi studenti leggerà queste righe, capirà che dietro quel professore serioso, che parla di linguaggi e cita Marshall Mc Luhan e Noam Chomski, c’è un giornalista che si è divertito a fare quel mestiere. E ha fatto divertire anche i suoi compagni di viaggio.
La foto è di Augusto Mattioli.
