Gerda Taro, la tedesca ribelle pioniera del foto-giornalismo

Qui Gerda non è la donna di Robert Capa. Capa è l’uomo di Gerda. Quando la storia inizia, loro sono ancora Gerda Pohorylle e André Friedmann e poi...

Gerda Taro on the Cordoba front. Spain. September 1936, Robert Capa © International Center of Photography

Gerda Taro on the Cordoba front. Spain. September 1936, Robert Capa © International Center of Photography

Sonia Boldrini 12 aprile 2021

In tempi di girl empowerment e dibattito sull’Europa, leggere la storia di Gerda Taro raccontata da Helena Janeczek in “La ragazza con la Leica” (Guanda, pp. 333, 2018) fa uno strano effetto.

L’Europa che noi conosciamo non c’era, erano gli anni ’30, ci si preparava alla guerra, quella che la maggior parte di noi non ha conosciuto.

Qui Gerda non è la donna di Robert Capa. Capa è l’uomo di Gerda. Quando la storia inizia, loro sono ancora Gerda Pohorylle e André Friedmann, il fotografo diventato poi famoso presso il grande pubblico per le foto dello sbarco in Normandia. Due nomi inventati a tavolino, un po’ Greta Garbo e Robert Taylor, creati da Gerda e André, “così esaltati per il loro parto che ogni momento era buono per annunciarlo a chiunque”.

Robert Capa suonava un po’ italoamericano, era compatibile con la sua faccia, bastava inventare anche una storia di ricco scapolo statunitense in giro per l’Europa. Le storie “vanno inventate come si deve, altrimenti fanno acqua”, dice Robert presentandosi con il suo nuovo nome il 1 maggio del 1936, mentre intorno una sfilata quasi immobile al canto di “pour le pain, la paix et la liberté” (per il pane, la pace e la libertà) anticipa di pochi giorni la vittoria del Fronte popolare. Una scelta che si rivelerà molto azzeccata, un nome destinato a diventare famoso. Fino alla fotografia del miliziano spagnolo che cade colpito a morte, fino a quelle dello sbarco in Normandia e dell’arrivo delle truppe statunitensi in Sicilia, fino alla fondazione dell’agenzia Magnum nel 1947 (https://www.magnumphotos.com) e alla morte sul lavoro in Indocina, dove Capa finirà con il saltare su una mina salendo su un terrapieno per fotografare una colonna militare in avanzamento.

Erano due rifugiati, Gerda e lui: una tedesca di Stoccarda di origini ebree polacche, Gerda, e un ebreo ungherese, Endre Ernő Friedmann già francesizzato in André, finiti a Parigi insieme a molti altri. Un microcosmo di intellettuali, artisti, che sente stringersi intorno a sé il cerchio della violenza antisemita e nazifascista. Tra loro anche i fotografi David “Chim” Seymour (https://www.magnumphotos.com/photographer/david-seymour) e Fred Stein (http://www.fredstein.com).

La storia raccontata nel libro, che è valso all’autrice il premio Strega nel 2018, è quella di Gerda ma anche dei suoi amici, compagni e amori. “Coppie, fotografie, coincidenze”, che danno il nome alle tre parti del testo: Willy, Ruth e Georg. Ruth Cerf, l’amica originaria di Lipsia, con cui la Taro aveva vissuto nei tempi più duri a Parigi, dopo la fuga dalla Germania; Willy Chardack, poi diventato medico negli USA, e Georg Kuritzkes, allora impegnato a combattere nelle Brigate Internazionali.

Le loro speranze, i loro pensieri si concentrano, come quelli di molti giovani d’Europa, sulla guerra in corso in Spagna, molti vanno a vedere da vicino, a combattere, come possono, anche fotografando, per opporsi alla prima guerra nazifascista sul suolo europeo.

Il bel libro della Janeczek, autrice tedesca di famiglia ebreo-polacca che vive in Italia da più di trenta anni, è anche il frutto di lunghe ricerche documentarie e questo si sente (fotografie e materiali di approfondimento su https://www.helenajaneczek.com). Tanto da mettere a volte in difficoltà il lettore, con nomi, date e riferimenti che molti non sono in grado di riconoscere immediatamente ma, per fortuna, c’è internet.

Gerda diventa fotoreporter, fotografa di guerra, forse la prima, e cade sui campi di combattimento della Spagna, a Brunete, travolta da un carro armato nel luglio del 1937. “Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino” diceva Capa. Gerda era vicina, sempre troppo vicina. Non solo al teatro di guerra ma anche a idee e passioni del fronte antifranchista.

A riportarla a Parigi dalla Spagna vanno Capa, l’amica Ruth e Paul Nizan, lo scrittore francese autore di “Aden Arabie”, allora corrispondente del giornale Ce Soir. 

E il 1 agosto del 1937 il corteo funebre di Gerda Taro, che proprio quel giorno avrebbe compiuto 27 anni, a Parigi è una sfilata di bandiere rosse. Pablo Neruda e Louis Aragon leggono l’elogio funebre, “una sepoltura straordinaria, dove tutti i fiori del mondo si sono incontrati”. Poi la memoria è stata meno generosa con lei che con Robert Capa, il tempo è passato, ma di Gerda Taro restano le fotografie scattate con la Leica.