Richard Russo: «Con 'Le Conseguenze' narro l'America tra le menzogne di Nixon e Trump»

Lo scrittore già premio Pulitzer parla del suo bellissimo romanzo su tre amici, un'amica, il rock e il suo paese: "Con Trump via sono cautamente ottimista ma in 70 milioni lo hanno votato"

Richard Russo

Richard Russo

Redazione 4 febbraio 2021

di Rock Reynolds


Si può ancora dire che un romanzo è bello, senza perdersi in giri di parole ed evitando di cercare espressioni contorte? Le Conseguenze (Neri Pozza, traduzione di Ada Arduini, pagg 384, euro 19,00) di Richard Russo, già premio Pulitzer con Il declino dell’impero Whiting, è un romanzo bello, anzi, bellissimo, che incastona la vicenda di tre amici (Lincoln, Teddy, Mickey) e un’amica – Jacy, che tutti e tre vorrebbero come più di una semplice amica – nello scenario impagabile di due successive crisi d’identità americane, dipanandosi tra tre piani temporali diversi: un weekend del 1971 a Martha’s Vineyard e i giorni nostri, con tutto quello che nel frattempo si verifica. Cioè tanto, dato che quella breve vacanza postuniversitaria sarà il momento di svolta nella vita dei protagonisti: la fuga di Mickey in Canada per evitare di partire per la guerra in Vietnam, il difficile ritorno alla normalità degli altri due e poi di Mickey stesso, la sparizione misteriosa di Jacy. Un affresco socioculturale, dunque, ma pure un accorato intreccio di accadimenti personali, di normali vicende umane. Sembrerebbero esserci le premesse per un vero e proprio dramma shakespeariano o, magari, per un thriller di stampo psicologico e, perché no, di un romanzo di formazione collettivo. Le attese non vengono deluse. Semmai, ad arricchire la narrazione è un saldo collante storico, che ne contestualizza perfettamente i chiaroscuri.


Per capire meglio la genesi de Le Conseguenze, abbiamo fatto qualche domanda a Richard Russo.


Quand’è nato il suo romanzo?


Suppongo la sera della vigilia di quella prima lotteria nazionale di reclutamento, nel 1969, da studente della University of Arizona. Ciò che vissi quella sera è raccontato nel libro e non ho dovuto cambiare granché. I miei amici e io ci raccogliemmo intorno a un piccolo televisore. Pensavamo di essere tutti sulla stessa barca, ma, alla fine, capimmo che così non era, che ognuno di noi aveva un destino diverso. È da una decina d’anni che mi concentro sul tema del destino e, prima di questo libro, ho scritto una serie di cose che, nel complesso, sono le mie riflessioni su come i mattoni del destino (fato, libero arbitrio, fortuna) si intrecciano e su come molti di noi fraintendono come operano, anche (soprattutto?) nelle nostre vite. Le persone di successo amano sottolineare il libero arbitrio: hanno compiuto scelte intelligenti e, dunque, hanno avuto successo. Ovviamente, è una fesseria. Come Teddy, nel mio romanzo, ho avuto buona sorte quando mi serviva (nel giorno della lotteria) e la vita che ho condotto è frutto parimenti di fortuna e fato come di lavoro duro e buone decisioni.


Un’atmosfera tragica permea il romanzo, la sensazione che stia per accadere qualcosa di brutto. È stata una scelta consapevole?


Credo che ogni buon romanzo sia un romanzo di suspense, persino quelli che non sono incasellati in quel genere. La suspense non dipende dalla trama ma da personaggi credibili che noi autori collochiamo in situazioni rischiose, creando pressione su di essi. Più semplice a dirsi che a farsi. Il lettore deve sapere cosa vogliono e cosa temono i personaggi perché è questo a renderli vulnerabili alla tragedia che si annida appena dietro la prossima svolta.


Questo libro avrebbe potuto scriverlo prima dell’avvento di Trump?


Questo romanzo si posiziona intenzionalmente tra due presidenti bugiardi: Nixon che mentì sul Vietnam e Trump che, all’inizio del romanzo, appare sulla scena nazionale, mentendo sul luogo di nascita di Obama. Credo che questo libro parli del costo delle menzogne, che siano detto sul palcoscenico nazionale oppure che siano bugie più intime, d’amicizia e amore. E, naturalmente, le bugie che ci raccontiamo da soli.


La musica rock è un tratto fortemente distintivo della cultura popolare americana. Quanto davvero ha definito la vostra storia?


Direi che il mio libro ha in sé una colonna sonora. E non si tratta semplicemente della colonna sonora di una generazione. Ciascuno dei personaggi principali si definisce attraverso un genere musicale. Mickey è un appassionato di rock duro che si prende gioco della musica da crooner – per esempio, Johnny Mathis – che piace a Lincoln, così come del rock più melodico e cerebrale – come Crosby, Still & Nash – che piace a Teddy. La musica che piace a Mickey ormai, purtroppo, non c’è quasi più, per quanto Springsteen e qualcun altro continuino a portarne il testimone. Non rimpiango la scelta di fare lo scrittore se non in quelle rare occasioni in cui la radio trasmette una bella canzone rock e mi viene una voglia matta di imbracciare una chitarra elettrica e di alzare il volume.


Che segni ha lasciato in lei e nei suoi coetanei il reclutamento forzato oppure la fortuna di non essere scelto e di vedere altri partire per il Vietnam o fuggire all’estero?


Ho ancora sensazioni vivissime. Nel 1969, avevamo idee chiarissime: la guerra era immorale e servire nelle forze armate avrebbe significato esserne moralmente complici. Quello che era meno chiaro era cos’avrei fatto se la lotteria non mi avesse risparmiato la decisione. Protestare andando in prigione sarebbe stato moralmente giusto, ma pure uno spreco. Non mi sarebbe restata altra scelta che fuggire in Canada, come fa Mickey, non fosse stato per mio padre, un vero eroe di guerra sbarcato in Normandia. Anche lui era convinto che il Vietnam fosse il vertice della follia. Tuttavia, non riuscivo a togliermi dalla testa l’idea che, fuggendo in Canada, lo avrei disonorato. Ora che sono più vecchio, mi turba maggiormente ciò che turba Mickey: ovvero che un altro giovane il cui nome è finito su quel muro sia morto al posto mio. Il che non giustifica la guerra. Non avrebbero dovuto esserci guerre, muri, nomi. Ma, come dice il padre di Mickey, “Un povero stronzo ci andrà”. Ho avuto la stessa discussione con mio padre.


Cosa pensa del sistema scolastico americano, lei che è stato un insegnante?


È da molto che non insegno, ma, ultimamente, ho pensato tanto all’istruzione in America. Ho insegnato presso grandi atenei statali e pure piccoli e costosi college privati come quello frequentato da Lincoln, Teddy e Mickey, e sono giunto, seppur con riluttanza, alla conclusione che i college e le università d’élite esistono soprattutto per mantenere lo status quo, in quanto scuole private per le classi privilegiate. Ovviamente, è un giudizio un po’ esagerato. Tutte le università d’élite prevedono borse di studio per studenti capaci che, altrimenti, non sarebbero in grado di frequentarle. Ma fin troppi posti sono allocati ai figli di famiglie che da generazioni le frequentano. Le cose migliori nel sistema universitario americano odierno spesso si fanno nei community college, atenei pubblici di base. È lì che si sta attuando un vero cambiamento sociale.


Dove sta andando l’America, dopo la stagione di Trump?


La domanda è: e ora che si fa? Chi non desidererebbe saperlo? Sono cautamente – d’accordo, solo cautamente – ottimista. Trump non è più al comando e gli è stato negato Twitter, il suo megafono. Il livello di disinformazione circolante sui social media è stato fortemente ridimensionato. Alcuni sostenitori di Trump iniziano lentamente a capire di essere stati ingannati, anche se in larga parte hanno creduto alle sue menzogne a tal punto che non lo ammetteranno mai. Ma 70 milioni di persone hanno votato per Trump e, dopo l’insurrezione del Campidoglio, molte di quelle persone sono più arrabbiate di prima, non meno. E, nonostante Twitter e Facebook e altri colossi informatici sembrino aver dato un giro di vite, non dobbiamo scordarci che il loro modello di business è imperniato sul libero flusso delle informazioni. A loro non importa se quelle informazioni sono veritiere oppure cariche di menzogne, a patto che il flusso sia indisturbato. Finché non vi si pone rimedio, le bugie continueranno ad avere la meglio.


Le Conseguenze si legge come un thriller-non-thriller…


Ho concepito Le Conseguenze come una sorta di anti-thriller. Volevo che fosse una storia alimentata da una domanda semplice, in stile thriller: cos’è successo a Jacy? Solo quando scopriamo la risposta a quella domanda ci rendiamo conto che il libro non è mai stato un thriller, che la caccia è fin dall’inizio un’altra. È davvero stata una delle mie preoccupazioni principali finché il libro non è uscito. Alla gente piacciono i thriller. Come avrebbe reagito dopo aver capito di aver seguito una pista falsa per tutte quelle pagine? Con mio grande sollievo, quasi nessuno si è sentito ingannato. Oppure, semplicemente, i lettori sono stati così garbati da non dirmelo.