I comunisti italiani e la costruzione della democrazia

A cento anni dalla fondazione del Pci alcuni libri interessanti aiutano a ripercorrere la storia del grande partito protagonista della Resistenza e della ricostruzione democratica dell'Italia

I comunisti italiani e la costruzione della  democrazia
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Daniele Magrini Modifica articolo

20 Gennaio 2021 - 23.15


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L’ideale nostro alfin sarà l’Internazionale, futura umanità”. Il testo dello storico inno dei comunisti è chiaro. Fin da cento anni fa, quando il Pci nacque, puntava ad una futura umanità, libera ed eguale, ma di livello internazionale, globale oggi si direbbe. E lo slogan era: “Proletari di tutto il mondo unitevi”. L’Italia, dunque, era questione secondaria? Ecco, sciocchezza più grande di questa non ci potrebbe essere, se solo pensiamo alle vite tormentate di tanti comunisti che scelsero di avversare il fascismo, di combattere strenuamente per la libertà, di essere l’argine più solido contro il terrorismo degli anni Settanta. Potendo così a pieno titolo essere definiti “patrioti”. Come fa Matteo Pucciarelli, giovane giornalista di Repubblica che, insieme a Sara Fabrizi, ha scritto “Comunisti d’Italia – 100 patrioti rossi che hanno costruito la democrazia”, edito da Typimedia.

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Pucciarelli è livornese e proprio a Livorno, il 21 gennaio 1921 nacque il Partito Comunista. Ce ne sono molti di libri che, in uscita in queste settimane, sottolineano questo anniversario e inducono ad approfondire, a cercare di capire, oltre le cortine fumogene della nostra contemporaneità populista.

Un’analisi oggettivamente interessante è quella di Marcello Flores e Giovanni Gozzini, docenti universitari, intellettuali di chiara fama, nel loro “Il vento della rivoluzione – La nascita del Partito Comunista Italiano” (Laterza). È un libro fondamentale, per capire anche – come spiega uno degli autori, Giovanni Gozzini a Robinson di Repubblica – “perché i comunisti italiani non seguirono mai l’Urss, ma rimasero riformisti quasi vergognandosi”. E dunque, furono a pieno titolo “patrioti italiani – come scrive Pucciarelli nel suo libro – che hanno costruito la democrazia italiana”.

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Il volume edito da Typimedia non ha l’ambizione di raccontare la storia del Partito Comunista, ma semmai di fornirci tracce da seguire per capire la forza ideale che stava dietro a quel partito e che ne motivava l’appartenenza, attraverso le storie di 103 comunisti: “La storia e le vicende che riguardano i comunisti italiani sono legate ad alcuni valori – scrive Matteo Pucciarelli – Li pensavamo condivisi, tutelati dalla Costituzione, e non lo sono più: “uguaglianza, diritti sociali, libertà, democrazia”.

Ecco, nel libro questi valori emergono attraverso le biografie che compongono l’opera. E ci sono Calvino e Camilleri, Guttuso e Margherita Hack. Non solo i politici. Ci sono i martiri uccisi dai fascisti come il ferroviere fiorentino Spartaco Lavagnini. Ci sono Lama e Di Vittorio, strenui difensori del lavoro come valore di dignità umana, che oggi non sta più nella prima riga dell’agenda politica. E c’è Enrico Berlinguer, tenace assertore della “questione morale”. Pucciarelli opportunamente ricorda di Berlinguer anche la scelta dell’eurocomunismo e la critica aperta nei confronti della mancanza di democrazia in Unione Sovietica e in tutti i Paesi del blocco sovietico. Una orgogliosa rivendicazione di autonomia che gli valse – qualche volta gioverà ricordarlo – l’attentato dei servizi segreti bulgari del 3 ottobre 1973 a Sofia. Un fatto raccontato con scrupolo da Giovanni Fasanella e Corrado Incerti nel libro “Berlinguer deve morire – Il piano dei servizi segreti dell’est per uccidere il segretario del Pci”, pubblicato da Sperling & Kupfer nel 2014. Oggi, Matteo Pucciarelli scrive la cosa più vera e più semplice sulla figura di Berlinguer, “ancora oggi evocata con nostalgia e rimpianto. Il leader capace di interpretare i tempi, che nella sinistra lasciò un grande vuoto”. Berlinguer sorrideva poco, ma i comunisti di quegli anni avevano il sorriso negli occhi che oggi, invece, è difficile leggere perfino nei giovani.

Di quella storia non resta che la memoria, ma dalla galleria dei 103 “Comunisti d’Italia”, emana comunque un profumo di aria pulita. Tracce di polvere, anche ragnatele, ma il sapore antico dell’onestà emerge dalle pagine del libro di Matteo Pucciarelli sui comunisti italiani che erano, scrive Luigi Carletti, presidente di Typimedia nella prefazione, “radicali, settari, ideologici, a volte perfino ottusi nelle loro convinzioni non scalfibili neanche dall’evidenza. Tutto vero. Ma poi, anche generosi, onesti, ricchi di quell’umanità che coniuga saldezza morale e consapevolezza dei valori fondamentali”.

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Gente, in fondo, a cui oggi chiederemmo l’amicizia su Facebook. Anche per litigarci viralmente e virilmente su dove sorga realmente “il sol dell’avvenire”.

 

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