Con l’humor nero lo scrittore McGahern svela l’altro lato della cattolica Irlanda

Eccellente la raccolta di racconti “Cose impossibili di tutti i tipi”. Christine Dywer Hickey e Sam Millar spiegano perché amano questo scrittore

Una scena da “Korea”, film di Cathal Black da un racconto di McGahern in “Cose impossibili di tutti i tipi”

Una scena da “Korea”, film di Cathal Black da un racconto di McGahern in “Cose impossibili di tutti i tipi”

Redazione 10 dicembre 2020
di Rock Reynolds

Terra di scrittori, l’Irlanda. Terra di uomini fieri e passionali, per secoli vessati dall’odiata Inghilterra, che governò il paese con il pugno di ferro, senza però mai domare lo spirito libero di un popolo che, a più riprese, si sollevò ed espresse i propri aneliti attraverso la poesia e la musica, oltre che col sangue.
Non so quanto il romanziere John Gahern (1934-2006) possa essere ascritto all’olimpo dei poeti dell’isola, ma di certo la sua prosa sapeva talvolta toccare corde impensabili per un autore in grado di scandalizzare un paese a parole bacchettone e nei fatti tutto sommato libertino.
McGahern esordì nel 1963 con il romanzo The Barracks, accolto con entusiasmo dalla critica e pure dal pubblico per la sua fedele e cruda descrizione dello stile di vita irlandese e della disperazione dell’individuo. Ma fu con il romanzo successivo, The dark (1965), il ritratto di un adolescente vittima del desiderio perverso di alcuni parenti maschi, soprattutto del padre, in una società chiusa e repressa. La sua disamina senza veli di una certa sessualità malata incappò nella rabbia dei censori, gli valse l’allontanamento dal ruolo di insegnante e lo spinse a trasferirsi in Inghilterra, per poi tornare a vivere nelle campagne irlandesi in semi-autoreclusione. Il pornografo (1979) non è che abbia migliorato le cose, raccontando la vicenda umana di un uomo che scrive libri pornografici per vivere e intrattiene una relazione sentimentale con una donna molto più giovane, mettendo in discussione i propri sentimenti alla scoperta della sua gravidanza. La disinvoltura con cui McGahern parla di certe tematiche e il suo scetticismo in materia di religione, come detto, gli complicarono non poco la vita in patria, nonostante il quotidiano inglese The Observer lo abbia definito a suo tempo “il più grande scrittore irlandese vivente” e il Guardian “il più importante romanziere irlandese dopo Samuel Beckett”.

Mantenendo fede a una lunga e fruttuosa tradizione nazionale, McGahern ha scritto diverse raccolte di racconti. Cose impossibili di tutti i tipi (Racconti Edizioni, traduzione di Stefano Friani, pagg 229, euro 17), impreziosita da una accattivante veste grafica, mette insieme alcuni tra i migliori racconti di tre diverse antologie, consentendo al lettore di farsi una prima idea del suo stile, per quanto i romanzi tendano a enfatizzare la cupa disperazione che nella forma narrativa più breve è solo abbozzata, talvolta stemperandosi in dialoghi all’insegna del proverbiale umorismo irlandese, retaggio di secoli di storie raccontate di fronte al focolare o di battute scambiate davanti a una pinta (diverse pinte, magari) di birra scura al pub.

Uno dei racconti più celebri è “Corea”, anche perché nel 1995 il regista Cathal Black ne trasse un film: Korea, appunto. La vicenda prende le mosse dalla notizia che si diffonde in un paese di pescatori: il figlio di un loro conterraneo emigrato negli USA (come molti conterranei) è morto nella guerra di Corea e il padre ha ricevuto un assegno di compensazione. Il giovane protagonista teme che suo padre lo voglia spedire al di là dell’Atlantico con l’idea di farlo entrare nelle forze armate e, magari, di incassare una somma alla sua morte in battaglia.

Naturalmente, c’è tanto umorismo nero anche nei racconti di McGahern, che certo non ha il dono – o la zavorra, a seconda dei punti di vista – della delicatezza formale e dell’ossequio per le convenzioni sociali. Ma McGahern in questi racconti mostra di essere un fine prosatore anche nelle descrizioni. Eccome il ritratto di una dimora nel racconto “Paracadute”. “La casa in cui viveva la sorella era una piccola bifamiliare in un nuovo quartiere: un doppio cancello, un garage, un pezzetto di prato circondato dal cemento, una luce sopra la porta. Le stanze erano piccole, con la moquette. Un fuoco alimentato a carbonella bruciava nel camino piastrellato in salotto.”
Sembra quasi che McGahern ci prenda gusto a esprimere il proprio scetticismo – scelta temeraria fino a poco tempo fa nella cattolicissima Irlanda – nei confronti non tanto della fede quanto degli uomini preposti alla sua cura. Come, per esempio, ne “Il funerale di campagna”, l’occasione in cui una famiglia si ritrova unita alla morte di uno dei numerosi fratelli nella casa dei genitori. “Mrs. McCullen ci tenne molto ad assicurarsi che la stanza di sopra non fosse mai lasciata vuota, che qualcuno fosse sempre accanto a Peter nel suo ultimo giorno in casa.” E la preoccupazione principale della famiglia è che al rinfresco funebre non manchi la dovuta fornitura di alcolici. Nell’isola di smeraldo lo sanno tutti e il primo ad approfittarne, in quanto ospite d’onore, è il sacerdote che ufficia il rito funebre. Ma un conto è saperlo e un altro leggerlo. “Fede, speranza e carità” e “Alito divino” lo ribadiscono, quasi che il tema del funerale, ancor più di quello della morte, sia l’ossessione primaria dell’autore. McGahern non è certamente per tutti i palati, ma questi racconti sono il primo passo per familiarizzare con la sua prosa “forte”.

Secondo Christine Dywer Hickey, autrice irlandese di due romanzi di pregio, Tatty e Farley, disponibili in Italia presso Pagina Uno Editore, “McGahern ha l’occhio del poeta per il mondo naturale e quello dello psicologo per la natura umana”.
Sam Millar, irredentista di Belfast dalle focose convinzioni repubblicane, è un vorace lettore e si è ritagliato un ruolo di preminenza nello scenario del noir internazionale. Il suo memoir On the Brinks e il suo romanzo I cani di Belfast sono pubblicati da Milieu Edizioni. Ecco quali sono i suoi ricordi del primo contatto con la prosa di John McGahern. “Il primo libro di McGahern lo lessi nei primi anni dell’adolescenza. The Barracks era il suo primo romanzo e fu recensito splendidamente in tutto il mondo. Al tempo, lo si considerava un potenziale successore di James Joyce. The Barracks narra del sergente Reegan che abita nella caserma di una cittadina rurale irlandese e spera di andare in pensione e di comprarsi una piccola fattoria. È vedovo e ha l’opportunità di risposarsi. Il padre di McGahern stesso era un sergente della polizia, era vedovo e aveva una famigliola (la madre di McGahern era morta quando il ragazzo aveva nove anni). Il padre era senza discussione un fascista e un violento e la vita per il giovane McGahern e i suoi fratelli fu un incubo, per usare un eufemismo. Quel romanzo mi colpì molto per varie ragioni. Mia madre morì (anzi, sparì letteralmente dalla faccia della terra) quando io avevo nove anni e la vita per me e i miei fratelli in quel periodo mi sembrava (stupidamente) un incubo, sotto il controllo di un padre inflessibile. Tuttavia, quando fui un po’ più cresciuto e un po’ più saggio ed ebbi a mia volta dei figli, finii per capire che mio padre era stato un uomo fantastico che aveva badato a sei figli piccoli praticamente senza l’aiuto di nessuno. Il motivo per cui io scelsi quel libro non aveva minimamente a che fare con l’autore. Lo scelsi per via del titolo, The Barracks, la caserma. Anch’io vivevo in una vecchia caserma che veniva semplicemente chiamata The Barracks e, ingenuamente, pensai che fosse una storia sul posto in cui abitavo! Mio padre era un avido lettore e i romanzi di McGahern non mancavano mai nella sua ricca collezione di libri, all’interno della libreria speciale che si era costruito. Al tempo, non potevo certo sapere che, a distanza di anni, quella collezione si sarebbe arricchita anche di libri scritti da me, cosa che avrebbe fatto sorridere d’orgoglio mio padre nella nostra casa, The Barracks.”