Un saggio sui partiti digitali: una scossa all’apatia ma verticisti

La politica e la ricerca del consenso nell’era delle piattaforme: un bel libro del sociologo Paolo Gerbaudo

Leader di Podemos

Leader di Podemos

redazione 7 novembre 2020
di Giuseppe Costigliola

L’avvento dei partiti digitali, movimenti nati sull’onda della disaffezione e dello scontento dei cittadini nei confronti della politica tradizionalmente intesa, ha rivoluzionato il modo di gestire la cosa pubblica, di rapportarsi con le istituzioni, di determinare gli indirizzi da imprimere all’azione di governo; tutto ciò nel giro di una manciata di anni, durante i quali si è assistito a una vera e propria metamorfosi delle strutture democratiche in paesi come Francia, Spagna e, naturalmente, Italia.
Questa affascinante tematica viene analizzata con spirito critico e piglio scientifico da Paolo Gerbaudo, sociologo ed esperto di comunicazione politica, direttore del Centre for Digital Culture al King’s College di Londra, nel suo ultimo lavoro recentemente edito da Il Mulino: I partiti digitali. L’organizzazione politica nell’era delle piattaforme (p 280, euro 19).

Cercando di sviscerare i complessi meccanismi alla base del successo di movimenti come Cinque Stelle, Podemos, France Insoumise, l’autore riassume le caratteristiche salienti della rappresentanza democratica incarnata dai partiti, da quelli di massa tipici del Ventesimo secolo a quelli televisivi sorti negli anni Novanta, fino appunto alle realtà digitali che hanno intercettato le esigenze e le richieste di tutta una classe sociale, quella dei cosiddetti outsider connessi, in gran parte elettori giovani, della generazione dei millennials e di quella successiva, che hanno sperimentato le dolorose conseguenze della crisi economica, in primo luogo il generale peggioramento delle condizioni di lavoro.

A questa categoria, alle sue istanze di superamento dell’opacità e dello scollamento tra politica e cittadini, i partiti digitali hanno saputo offrire proposte alternative per superare l’impasse in cui ristagnava il modello basato sulla sovranità popolare: grazie alle innovazioni imposte dai social media e alle possibilità di interconnessione e gestione di enormi volumi di dati, le piattaforme partecipative online hanno apparentemente superato il vecchio schema della rappresentanza per approdare a un sistema fondato sulla disintermediazione, la promessa cioè di una democrazia più diretta, senza trait d’union fra elettori ed eletti.
Questo ne ha tuttavia determinato una debolezza, ai limiti dell’evanescenza: senza più quell’elemento intermedio teorizzato da Gramsci e in grado di saldare la base alla leadership, consistente nell’apparato burocratico di funzionari e quadri, il rischio è quello di un verticismo del tutto in contrasto con la narrazione di coinvolgimento paritario di tutti gli aderenti, che spesso si trovano semplicemente a ratificare decisioni calate dall’alto. Se dunque da un lato le posizioni apicali vivono in un costante monitoraggio delle opinioni degli iscritti, pronte a intercettarne gli umori e a scandagliarne il pensiero, perdendo di vista una coerenza programmatica e la linea politica, dall’altro si assiste a una funzione meramente reattiva, più che propositiva, dei militanti, di fatto tagliati fuori dalla fase decisionale che si vuole accreditare come accessibile senza ostacoli o pastoie di sorta.

Dopo questa lunga analisi, svolta sulla scorta di una ricerca condotta su materiali d’archivio, articoli di stampa, documenti ufficiali, interviste, Gerbaudo chiude la sua disamina – con cui ha messo in luce le criticità democratiche dei meccanismi tipici dei partiti digitali – e s’interroga sul futuro di tali movimenti, cui va comunque attribuito il merito di aver scosso dall’apatia e mobilitato centinaia di migliaia di persone con modalità impensabili per la classe politica precedente.

Le sfide da affrontare per proseguire nello sviluppo di un’azione efficace e fattiva sono chiaramente indicate nelle conclusioni, in cui si tirano le somme e si ribadiscono i punti chiave da tener presenti per formulare un giudizio spassionato su queste nuove realtà di potere. L’illusione che la tecnologia che ne ha permesso la nascita sia uno strumento neutro, un semplice supporto a una struttura rispondente ai bisogni dei cittadini e sempre attenta alla trasparenza, va inesorabilmente smontata: solo superando questo malinteso di fondo e realizzando nuove forme organizzative compiutamente democratiche si potrà infatti restituire alla politica quello strumento fondamentale e ineludibile che è il partito politico, finalizzato a realizzare un’autentica partecipazione civile e politica da parte dei cittadini.