Siena antidoto all’ingiustizia: il memoir di Hisham Matar tra Lorenzetti e il ricordo del padre

“Un punto di approdo” racconta il pellegrinaggio del premio Pulitzer, figlio di un oppositore di Gheddafi rapito e mai trovato, davanti ai capolavori senesi come l'Allegoria del Buon Governo

Allegoria del buon governo di Ambrogio Lorenzetti dallla copertina di "Punto di approdo" di Matar

Allegoria del buon governo di Ambrogio Lorenzetti dallla copertina di "Punto di approdo" di Matar

redazione 28 ottobre 2020

di Sonia Boldrini


L’incantamento per Siena di Hisham Matar parte da lontano, dalle sue prime visite, agli inizi degli anni ’90, alla National Gallery di Londra, che tuttora accoglie i visitatori all’ingresso con alcuni capolavori della Scuola senese. 


Premio Pulitzer per la biografia e l’autobiografia nel 2017 con “The return: Fathers, Sons and the Land in Between” (“Il Ritorno. Padri, figli e la terra fra di loro”, Einaudi), Hisham Matar è uno scrittore libico, la cui opera è fortemente segnata dalla vicenda del padre, l’attivista libico Jaballa Matar, oppositore del regime di Gheddafi, sequestrato, rinchiuso nella prigione di Abu Salim a Tripoli e fatto sparire per sempre, “come sale nell’acqua”.


“Il padre è una figura molto intima, molto vicina, forse addirittura troppo vicina per poterla mettere a fuoco”, dichiara l’autore in più di una intervista. E lui continua a provarci girando la ghiera, aggiustando la mira, anche con questo libro. È, infatti, qualche tempo dopo il rapimento del padre che Matar, diciannovenne, prende l’abitudine di andare ogni giorno alla National Gallery di Londra, dove scopre Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, i fratelli Lorenzetti e inizia a sognare il viaggio a Siena.


Matar scrive “A month in Siena” (“Un punto di approdo, l’incomprensibile titolo in italiano: un titolista fiorentino a Einaudi?, pp. 128, € 16,00) nell’intervallo tra la conclusione del libro premiato con il Pulitzer e la sua pubblicazione, ma anche tra due contraddizioni: l’impresa felice di aver concluso il libro e l’ineluttabile rivelazione di dover vivere senza sapere cosa ne sia stato del padre e dove possano essere i suoi resti. L’arte torna, suo padre, quel padre che sapeva parlare italiano, resta un lutto senza tomba.


È il racconto di un pellegrinaggio, un breve memoir delle settimane trascorse a Siena, dell’incontro tra lo scrittore e la città. Con i suoi vezzi da illusionista, la sua piazza: “Attraversarla è come prendere parte a una coreografia vecchia di secoli, fatta per ricordare a tutti gli esseri solitari che non è bene né possibile esistere interamente da soli”, e l’Allegoria del Buon Governo nel Palazzo pubblico: “Se il governo civico fosse una chiesa, sarebbe la sua pala d’altare”.


Matar sa restare fermo per ore a guardare un quadro, un’opera, con una sedia pieghevole come quella che gli portano le custodi della Pinacoteca di Siena. È il contrario dello scrolling delle immagini sui social, dopo 10 anni di Instagram. Sono dipinti che contano sulla tua presenza, scrive Matar, sulla tua intelligenza e sulla tua disponibilità a impegnarti.
Recuperare la capacità di stare fermi e guardare, ascoltare, prestare attenzione, è, secondo lui, un antidoto al rischio di commettere ingiustizie. Su quelle italiane in Libia, sulla incapacità del nostro paese di ammettere le proprie responsabilità in quel paese, l’autore si è espresso più volte in questi anni. E la Libia fa capolino qua e là anche nel libro: i termini italiani confluiti nel dialetto libico (tuta, marciapiede, cucina, baracca, come quella delle frittelle di riso in Piazza del Campo), i biscotti ai semi di finocchio identici a quelli dell’infanzia libica, il documentario italiano Tripolitania del 1939 visto in tv.


Non c’è consolazione nel suo senso dell’arte: è una resistenza al vuoto, un atto contro l’oblio, un antidoto alla natura violenta della nostra distrazione, un esercizio di idee, un gesto di desiderio, compassione, curiosità. Ti tiene confinato entro i margini dell’opera e ti offre “una sorta di rara libertà che può venire solo dai limiti”.


Matar discute di religioni, peste nera, con pagine che si fanno particolarmente interessanti in questi mesi pandemici, e sepolture di massa, letteratura e arte e conosce palesemente molto delle città europee, mediterranee, delle loro mura che non sono solo una barriera fisica ma una sorta di cerchio magico.


Ha evidentemente letto molto su Siena, la sua arte e la sua storia, eppure mantiene lo sguardo del turista estasiato che coglie, e sottolinea, solo la bellezza, con quel tocco naïf e pittoresco tipico degli stranieri. Le parole che spende nei confronti della città sono affettuosamente ammirate: “quando ci sei, Siena finisce per sembrarti l’unica città, o la città che sta dentro ogni città, o nient’affatto una città, bensì un’allegoria di città”.
Zadie Smith ha scritto che tutti dovrebbero trascorrere un mese con Matar guardando opere d’arte (Wall Street Journal, Books of the Year 2019). Intanto, per allenarsi, si può andare per musei, anche in pieno COVID-19, fino al prossimo Dpcm.


In un tempo futuro senza pandemia, la città, la sua università e i suoi musei, vorranno invitare Matar a guardare insieme qualche opera?