Il Campiello a Remo Rapino, scrittore che critica capitalismo e liberismo

Il vincitore ha staccato Guccini e Patrizia Cavalli. Il suo romanzo “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” parla di fabbrica, lotta per i diritti, emarginazione, emigrazione dal sud

Il Campiello a Remo Rapino, scrittore che critica capitalismo e liberismo
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6 Settembre 2020 - 15.57


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Il premio letterario Campiello 2020 è andato Remo Rapino con il suo romanzo su un apparente “matto di paese”, Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio (Minimun Fax, 265 pagine, 17 euro), uscito un anno fa, nell’ottobre 2019. La cerimonia veneziana della finale si è tenuta per la prima volta all’aperto, in piazza San Marco, per il Covid ovviamente: 1400 gli invitati dall’organizzazione, la Fondazione il Campiello – Confindustria Veneto, per una serata condotta da Cristina Parodi.
Rapino ha vinto a sorpresa: con 92 dei 264 voti della Giuria dei Lettori Anonimi ha battuto Sandro Frizziero con Sommersione (Fazi, 58 voti), Ade Zeno con L’incanto del pesce luna (Bollati Boringjieri, 44 preferenze), Francesco Guccini con Tralummescuro (Giunti, 39 voti) e la poetessa Patrizia Cavalli con il suo primo libro di prose, Con passi giapponesi (Einaudi, 31 preferenze). A sorpresa perché il cantautore e la poetessa venivano dati come probabili vincitori, riferiscono più cronisti. Alessandro Baricco ha ricevuto il Campiello alla carriera, la ventenne napoletana Michela Panichi ha vinto il Campiello Giovani con il racconto Meduse, per l’opera prima vincitrice è Veronica Galletta con Le isole di Norman (Italo Svevo, 304 pagine, 18 euro)..

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L’edizione numero 58, la più anomala come è anomalo tutto quest’anno, ha quindi visto al primo posto lo scrittore abruzzese che ha insegnato filosofia e oggi ha 70 anni e vive a Lanciano in provincial di Chieti. Il suo romanzo ha avuto già riconoscimenti: era fra l’altro tra i dodici finalisti candidati allo Strega e nelle sue pagine ha largo peso l’invenzione linguistica e il ripercorrere la storia del ‘900 attraverso uno sguardo cui di norma non si dà peso. Il protagonista, Liborio, è nato nel 1926 e morto nel 2010: passa attraverso il fascismo, la seconda guerra mondiale, emigra dal sud al nord, vede il boom, partecipa alle lotte sociali, resta un emarginato, finisce in manicomio. Riporta la Minumun Fax nella sua scheda: “Liborio Bonfiglio è una cocciamatte, il pazzo che tutti scherniscono e che si aggira strambo e irregolare sui lastroni di basalto di un paese che non viene mai nominato. Eppure nella sua voce sgarbugliata il Novecento torna a sfilare davanti ai nostri occhi con il ritmo travolgente e festoso di una processione con banda musicale al seguito. Perché tutto in Liborio si fa racconto, parola, capriola e ricordo: la scuola, l’apprendistato in una barberia, le case chiuse, la guerra e la Resistenza, il lavoro in fabbrica, il sindacato, il manicomio, la solitudine della vecchiaia”.

Una lotta per i diritti del lavoro e che per lo scrittore deve assumere forse nuove forme ma non ha perso necessità. Alla domanda del Giornale di Brescia del 15 agosto scorso, e siglata da F. Mann, sul perché il lavoro è così insicuro e precario oggi Rapino ha detto: “Una risposta immediate: è capitalismo, bellezza. Il prevalere, ad ogni costo, anche e soprattutto sulla vita umana, della logica del profitto, delle leggi di un presunto liberismo e di un apparente liberalismo. Insicurezza e precarietà e perdita dei diritti sono forme di una violenza legalizzata che portano alla alienazione”.

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Ne ha scritto anche Goffredo Fofi su Internazionale del 31 ottobre 2019. Qui vi riportiamo un passaggio della sua recensione: “Rapino ci dice infine che è meglio un matto con radici, storia e dolore di una massa di uguali che si fingono diversi (…) Bonfiglio Liborio passa dal paese alla città attraverso vari lavori e le delusioni cocenti, infine, dell’esperienza della fabbrica, di più fabbriche, per finire in manicomio, sbocco quasi obbligato per chi ha vissuto e creduto, senza riscatto. In una tranquilla follia paesana e nella scelta di una tomba su cui si definirà “fiommista”, in ricordo della lotta”.

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