Pavese fascista nel “Taccuino segreto”? No: «Apolitico etico»

Aragno pubblica le controverse note dello scrittore. Per la curatrice Belviso in lui convivevano «un antifascista estetico e un apolitico etico». E occorre contestualizzare gli anni: il 1942-43

Cesare Pavese

Cesare Pavese

redazione 23 agosto 2020
Poco tempo fa demmo notizia della ripubblicazione Einaudi delle poesie di Cesare Pavese ricordando come il regime fascista ottusamente censurò alcuni testi della prima versione della raccolta Lavorare stanca, quella del 1936, per motivi “morali” (clicca qui per la notizia). Lo scrittore piemontese, il cantore delle Langhe, si uccise il 27 agosto 1950 gettandosi dalla tromba delle scale nell’hotel Roma a Torino: a quasi 42 anni, in questo mese è diventato oggetto di una scoperta, o meglio riscoperta, per una pubblicazione postuma decisamente spinosa, il suo Taccuino segreto (Nino Aragno editore, CXXVI + 129 pp, 25 euro, a cura di Francesca Belviso, con una testimonianza di Lorenzo Mondo e introduzione di Angelo D’Orsi).

Sono appunti del 1942-43: furono trovati ai primi anni ’60 dal giornalista Mondo a casa della sorella di Pavese, Maria. Mondo propose i documenti alla Einaudi dello scrittore ma con Italo Calvino l’editore torinese scelse di non pubblicarli e di conservare il manoscritto in cassaforte. Il testo originale pare non ci sia più o chissà dov’è. Mondo fece delle fotocopie, negli anni ’90 pubblicò quei testi con articoli sul quotidiano La Stampa, adesso quelle pagine controverse hanno visto la luce. E qualcuno a destra prova ad arruolare Pavese tra le fila dei fascisti. Perché in quelle pagine lo scrittore che nel 1945 si iscrisse al Partito comunista, che nel 1947 pubblicherà il romanzo Il compagno e che durante il fascismo era finito al confino, in quelle note «valuta con favore il programma della Repubblica sociale e si lascia tentare dall’ipotesi che gli italiani, passati per il cimento della guerra, possano finalmente diventare una nazione», ricorda Alessandro Zuccari sull’Avvenire del 20 agosto. Un arruolamento a destra è però fuori luogo.

L’autore di La luna e i falò è indulgente con il Duce e ben poco indulgente verso gli antifascisti. Pavese non condanna Mussolini, in quel bloc notes. Quando Mondo pubblicò i suoi articoli sulla Stampa Fernanda Pivano disse di sentirsi come pugnalata dallo scrittore che lei aveva tanto amato leggere. Pavese antifascista era fascista? Non esattamente. «Non sono i sintomi di un disorientamento improvviso, ma neppure le conseguenze di una piena adesione al fascismo – riflette Zuccari - . Piuttosto, è la conferma di come in Pavese convissero “un antifascista estetico e un apolitico etico”, come efficacemente sintetizza Francesca Belviso nell’ampio saggio che ora accompagna Il taccuino segreto».

«La ricostruzione della genesi scrittoria del Taccuino, redatto in uno dei periodi più tormentati del percorso esistenziale di Pavese, induce a contestualizzare questa scrittura diaristica e offre una chiave di lettura per la comprensione di alcuni dei frammenti più problematici dal punto di vista ideologico – scrive invece la casa editrice Aragno - Nell’appendice documentale, la pubblicazione delle immagini del block notes di 29 fogli permette infine di allontanare ogni dubbio sull’autenticità del documento. La prima edizione del Taccuino segreto di Pavese sembra dunque imporsi come un’operazione doverosa e necessaria, a trent’anni esatti dalla scoperta dell’inedito, poiché fornisce un tassello fondamentale al ritratto di un autore che ancora oggi sembra oscillare tra la figura dell’idolo inviolato e quella del mito infranto».

Converrà per orientarsi riprendere una riflessione di Cesare De Michelis pubblicata il 2 ottobre 2016 sul Sole 24 Ore: «I riscontri (del taccuino, ndr) avrebbero potuto suggerire una rilettura complessiva della figura intellettuale di Pavese, che nella spartizione tra fascisti e antifascisti non riusciva a ritrovarsi e mal si adattava anche alla collocazione in una neutra “zona grigia” che semplicemente aspirava a veder finita la guerra: in realtà Pavese, soprattutto dopo l’incontro e l’amicizia con Giaime Pintor -per il quale è valsa la medesima logica storiografica quando si dovette prendere atto della sua partecipazione alla conferenza degli intellettuali nella Weimar nazista (1941)-, esplorò la cultura filosofica e letteraria tedesca attento alle sue voci più originalmente “irrazionaliste”, da Nietzsche a Schmitt, a Jünger, da Mann a Kerenij, non solo studiandone la lingua, ma ricostruendo la mappa, allora ignorata, di un altro mondo, animato da segrete pulsioni psichiche e psicologiche, da forti tensioni mitiche e religiose, e soprattutto da una radicale insoddisfazione di fronte alle risposte razionaliste di un materialismo scolastico e dogmatico».

La domanda su Pavese fascista in quegli anni resta? «Pavese è persuaso che tutto sia concesso, tutto si possa perdonare al poeta: egli compie ognuno di quei gesti con una sorta di purezza; ovvero, inconsapevolmente, cioè senza una coscienza politica», registra Dell’Orsi nella sua introduzione. Poiché pare escluso che il Taccuino segreto sia un falso, il documento rivela (ma per farsi un’opinione personale occorre leggere tutte quelle pagine) un Pavese contraddittorio, non fascista.

Altrettanto certamente vanno registrati gli anni di quelle note, il 1942-43. L’occupazione nazista dell’Italia iniziava dopo l’8 settembre 1943. Tanti italiani, con il progredire degli orrori nazi-fascisti, cambiarono gradualmente idea sul fascismo e nel 1945 erano persone diverse da quello che erano anche solo un paio di anni prima. Senza nulla togliere alla contraddizione, forse andrebbe accettata questa possibilità anche per Pavese. Ma non l’ipotesi di iscriverlo nelle fila dei fascisti dopo le rovine della Seconda guerra mondiale.