Il Líder Máximo e la nipote del cardinale: Paola Sorge narra l’amore tra Fidel e Anna Maria Traglia

La giornalista e scrittrice in “Fidel in Love” racconta un legame “segreto” durato 40 anni tra l’ateo Castro e la donna italiana: ne pubblichiamo un estratto

Fidel Castro

Fidel Castro

redazione 10 luglio 2020
Una storia d’amore e, inevitabilmente dati i personaggi, di politica. Perché il legame è fra0 Anna Maria Traglia e, niente meno, Fidel Castro. La donna nel 1975 ha un marito, due figli, 27 anni, romana, va a Cuba. Qui incontra il Líder Máximo e lei, nipote del cardinale Traglia, di famiglia conservatrice, anticomunista, lo considera un “piccolo Stalin”. Di fronte a lui, al suo carisma, lei mantiene una qualità che lo conquista: è sincera. Nascerà un legame durato quarant’anni. Paola Sorge, scrittrice e giornalista, ricostruisce questa storia con una narrazione appassionante e partecipata, umanamente sentita, l’autrice sa comprendere anche i dubbi, le sfumature e le lacerazioni, le luminosità nel libro Fidel in Love. Il grande amore segreto del Líder Máximo (Castelvecchi editore, pp. 208, euro 16,80). Come rileva la casa editrice, Paola Sorge narra un legame amoroso «tra una cattolica osservante e l’ateo che ha chiuso tutte le chiese di Cuba» e dove lui e lei «finiranno per dirsi “Avevi ragione tu”».
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo un brano dalle pagine 68-70.

Paola Sorge: “Una notte Fidel le lesse … “

Una notte Fidel le lesse per sommi capi il discorso che aveva tenuto quella mattina davanti a una gran folla di fan.
Aveva parlato con amore della Spagna, terra dei suoi genitori, e del futuro dell’America Latina; aveva esecrato con rabbia le strutture di potere degli Stati Uniti. Come sempre, evitava il linguaggio freddo, burocratico, dei sistemi comunisti, le frasi fatte, gli elogi, le commemorazioni, le citazioni di rito. Usava invece l’immaginazione. I suoi discorsi erano lunghi, duravano fino a tre ore, perché ogni volta improvvisava, divagava, diceva cose che non aveva scritto ma che gli scaturivano spontanee dall’anima. Quello che diceva era sempre il frutto di una ricerca, di una ferrea autodisciplina, di una capacità mnemonica straordinaria, ma ad ogni frase, ad ogni parola che pronunciava, dava calore, passione. Tra lui e la folla si stabiliva così un’intesa che aveva del miracoloso.
«Dimmi che cosa pensi di questo discorso» la pregò con voce suadente.
Lei rimase senza parole. Non c’era niente da dire, ormai conosceva la lucida, strenua volontà di Fidel di migliorare il mondo. Per tutta risposta l’abbracciò. Nonostante tutto, lo ammirava incondizionatamente.
Lui la scostò, la guardò negli occhi. «Tu non sei corrotta. Sei sincera, sei onesta, e io voglio sapere veramente quello che pensi del mio regime» ripeté lui testardo. «Quelli che mi circondano sono delle iene!».
Allora lei si fece coraggio. Gli domandò come mai, nonostante tutte le sue riforme a favore del popolo, a Cuba regnava una miseria senza fine, per lei inimmaginabile. Negli ultimi lunghi giri per L’Avana si era accorta che i palazzi dalle splendide facciate, i monumenti imponenti, i parchi lussureggianti lasciavano presto il posto a file di case piccole e malridotte, le mura sgretolate, i cortili squallidi, sporchi; nei negozi di alimentari c’era ben poco da comprare, la frutta e la verdura arrivavano saltuariamente; nelle farmacie le medicine scarseggiavano. E la gente andava in giro vestita di stracci.
«Le donne mi fermano per strada, mi ammirano le scarpe, queste semplici ballerine nere che ho ai piedi, mi vedono come una principessa anche se vado in giro sempre così, in tuta. Loro non possono avere niente, non avranno mai niente di quello che per noi è normale possedere: abiti, borse, scarpe. I pochi oggetti importati sono carissimi, inaccessibili. Non ci posso pensare!».
«Es el bloqueo!» esclamò lui scuro in faccia. «Noi non abbiamo una rete industriale, le nostre risorse sono legate quasi esclusivamente alla coltivazione della canna da zucchero e delle piante di tabacco. Gli americani non importano più nulla dal nostro Paese, ci hanno ridotto alla fame. Io li conosco bene, l’embargo nei nostri confronti non lo toglieranno mai!».
Tirò fuori da una tasca del giubbotto una fiaschetta di rum, ne bevve
un sorso.
«Prima della Revolución i campesinos vivevano nella miseria e nell’ignoranza» proseguì in tono accorato. «Tagliavano canne da zucchero tutto il giorno, sotto il sole, vivevano in baracche senza né acqua né luce elettrica, lavoravano per uno stipendio da fame. Con la riforma agraria tutti ora hanno almeno un pezzo di terra da coltivare: il governo ha espropriato e ridistribuito ai contadini tutte le proprietà terriere superiori ai quattrocento ettari. Dopo la Revolución tutto quello che era proprietà degli Stati Uniti, le banche, le raffinerie di zucchero e quelle di petrolio e le miniere di rame, è stato nazionalizzato. E gli americani, naturalmente, si sono vendicati, non fanno più arrivare i loro prodotti a Cuba e, soprattutto, hanno sospeso l’importazione dello zucchero, che costituiva una delle maggiori risorse economiche dell’isola. Hanno rotto le relazioni diplomatiche con il governo cubano. Hanno bloccato ogni possibilità di investimenti esteri nell’isola. Hanno perfino vietato ai connazionali di recarsi a Cuba anche solo come turisti».
Si fermò, riprese fiato, bevve un altro sorso di rum.
«I danni causati dall’embargo sono enormi, incalcolabili. Ma ora finalmente qualcosa sta migliorando: gli Stati Uniti ci consentono almeno di guadagnare un po’ con il turismo» riprese.
«E la Russia?» domandò lei «vi aiuta o no?».
«I sovietici sono interlocutori difficili, capricciosi. Non hai idea di quanto mi chiedono in cambio di un loro appoggio. Ma li debbo tenere buoni» rispose lui sempre più cupo. «Ho già rotto con gli Stati Uniti, non posso rompere anche con loro…».
Il suono fortissimo di una sirena l’interruppe.
«Presto, stenditi a terra» le disse in tono pacato, come se le dicesse di portargli un bicchier d’acqua. «E mettiti lontano dalla finestra».
Finirono entrambi stesi per terra bocconi, uno accanto all’altro, vicino al divano che faceva da protezione.
Anna Maria confidava nella sua buona stella. Si sentiva emozionata, non spaventata. Fece una serie di respiri regolari, profondi. Se i vetri della finestra saltavano, si sarebbe morsa un dito per impedirsi di gridare. Facendo volontariato, aveva imparato a convivere con il pericolo.

[…]

Estratto da “Fidel in love. Il grande amore segreto del Líder Máximo” di Paola Sorge, Castelvecchi editore. (©) 2020 Lit edizioni S.a.s.
Per gentile concessione