George Orwell “marocchino” mentre l’Europa va verso il baratro

Tradotti i “Diari dal Marocco” e il saggio “Marrakesh” dello scrittore inglese. L’editrice e autrice Cecilia Mutti: “Li scrisse quando l’assetto coloniale scricchiolava”. Don Boyd: “Aveva coscienza sociale”

George Orwell. Wikimedia Commons

George Orwell. Wikimedia Commons

redazione 12 giugno 2020
di Rock Reynolds

Quante volte vi sarà capitato di sentir dire che uno scrittore è talmente bravo che varrebbe la pena leggerlo anche quando compila la lista della spesa.
Diari dal Marocco (Nuova Editrice Berti, traduzione di Cristina Colla, pagg 142, euro 17) di George Orwell non è esattamente una raccolta di elenchi raffazzonati di cose da fare, ma certo non può essere considerato il capolavoro assoluto del maestro inglese, non figurando solitamente tra le sue opere più citate. Attenzione, però, quando di un autore ci si spinge a dire che varrebbe la pena leggerne anche la lista della spesa, le belle sorprese sono dietro l’angolo.
Un esempio? “3 novembre 1938. Ieri, un uovo. Tramonto bellissimo, con un cielo verde. Il crescione e la calendula crescono molto bene. Durante la notte, dentro casa si stava male. Invece, piacevolmente tiepido fuori.” Dietro queste semplici annotazioni si annida la prosa secca che ha reso così amato Orwell attraverso opere senza tempo come 1984 e La fattoria degli animali? Possibile. In fondo, Orwell non è noto per il lirismo della sua scrittura, quanto per la sua intensità, un ermetismo che dice molto più di quanto il suo periodare asciutto lasci apparentemente intendere.

Nato in India, Orwell interruppe gli studi per arruolarsi nella polizia coloniale in Birmania, esperienza che lo toccò nel profondo. D’altro canto, l’avventura coloniale britannica in India e dintorni fu per molti anni una sorta di ineludibile paradigma culturale dal quale nemmeno Orwell si sottrasse del tutto, pur con una serie di profonde, dolorose riflessioni. In seguito, nel 1938, scelse di trascorrere una lunga convalescenza in Marocco insieme a sua moglie ed ecco da dove nascono i suoi Diari, con lo spettro sempre più manifesto di un nuovo conflitto mondiale alle porte. Eppure il Marocco e lo stesso Orwell si mostrano scettici di fronte all’autentico rischio di una catastrofe bellica mondiale. “Sento dire da un residente locale inglese: ‘Le cose stanno andando abbastanza bene. Hitler sembra intenzionato a conquistare la Cecoslovacchia. Se non riuscirà a ottenerla subito, continuerà a insistere finché non sarà sua. Meglio lasciargliela conquistare fin da ora. Ci faremo poi trovare pronti nel 1941’.” Malgrado le difficoltà che contraddistinsero buona parte della vita dell’autore, dalla penna di Orwell, soprattutto in questi Diari intimi, esce sempre qualche spunto ironico. E dire che Orwell pare più interessato in questa sua esperienza in Marocco al ritmo della natura che alla cultura e alla politica locale, ai piccoli fallimenti e successi nel suo orto che al cataclisma che sta per abbattersi sul mondo. Leggere per credere: “Le autorità locali reclutano particolari agenti per militare per… una forza conosciuta qui come la sûreté… Al momento non ho ancora raccolto informazioni attendibili, ma sembra che questi agenti speciali, come del resto i poliziotti regolari, siano autorizzati a frustare i ladri”.

Il volume si completa con un saggio finale, “Marrakesh”, che è di gran lunga la parte più “letteraria” dell’opera, quella in cui Orwell mostra autenticamente di che pasta sia fatta la sua verve narrativa. “… c’è un pensiero che ogni uomo bianco ha in testa vedendo marciare un esercito di neri… ‘Quanto ancora potremo prenderli in giro? Quando si decideranno a puntare le armi nell’altra direzione?’”

Diari dal Marocco è introdotto da un interessante saggio di Cecilia Mutti, un passato da traduttrice ed editor e un presente e futuro da sapiente editrice. Che alla domanda su come le è venuta l’idea di pescare questi diari inediti risponde: «In vista dell’anniversario della morte di Orwell, ho iniziato a spulciare tra le sue opere alla ricerca di qualche chicca rimasta inedita e mi sono comprata i Diari, che offrono ancora qualche passaggio tralasciato da tutte le edizioni italiane. Lì ho trovato le pagine dei diari marocchini e mi sono sembrate interessanti per la nostra collana dedicata ai viaggiatori di inizio novecento (insieme a Lawrence, Saint Exupéry, Kipling, Wells, la Bell). È una collana che riporta a un contesto in cui l’assetto coloniale iniziava a scricchiolare, lasciando spazio a nuovi scenari. Gli scritti di Orwell mi sono sembrati perfetti, nonostante la loro scarsa valenza “letteraria”».
Il testo è corredato da disegni molto intriganti … «Erano parte dei taccuini di Orwell, inseriti nelle posizioni in cui sono riportati. Sono stati ripuliti perché sia negli archivi online sia nell’edizione Penguin sono di pessima qualità. Spesso aiutano a comprendere il testo, specialmente dove vengono descritti attrezzi o procedimenti».
L’ultimo saggio, “Marrakesh”, era parte integrante dei diari? «Gli articoli e i saggi di Orwell in lingua originale sono praticamente tutti disponibili online – dice Cecilia Mutti -. Questo su Marrakech mi sembrava un giusto completamento ai Diari dal Marocco perché è il testo composto e pubblicato da Orwell a conclusione della sua esperienza. La forma è ovviamente più curata e c’è una sintesi ragionata di quelli che restano retropensieri appena accennati nei taccuini (nelle sue intenzioni non destinati alla pubblicazione). È come se tirasse le somme a esperienza finita e mi sembrava una giusta conclusione».
Ci saranno altre cose nascoste negli archivi di Orwell? Li cercherà? «È un autore che amo molto, per cui mi piacerebbe – conclude - . Di sicuro abbiamo in lavorazione una piccola antologia di suoi articoli (Libri contro sigarette) che affrontano il mondo dei libri da quattro diversi punti di vista: quello del libraio, quello del lettore, quello del recensore e quello dello scrittore. Sono molto ironici e piacevoli. Usciranno a fine giugno. In questo caso non si tratta di inediti, ma di una nuova traduzione».

Orwell piace tanto anche ad altri frequentatori del mondo letterario. Allo scozzese Don Boyd, per esempio. Scrittore, regista e produttore, con la direzione di pellicole come Twenty-One con Patsy Cline e, soprattutto, la produzione di La grande truffa del Rock’n’Roll, il docufilm sui Sex Pistols, Boyd ha idee chiare su Orwell. «Fu un eroe per me. La sua opera incarnava l’elemento vitale che ho sempre amato negli scrittori in grado di combinare autentica conoscenza dei meccanismi della politica e caratterizzazione umana. Ho adorato i suoi romanzi tanto quanto i suoi saggi. Omaggio alla Catalogna, La strada di Wigan Pier e Senza un soldo a Parigi e Londra ebbero un profondo effetto su di me. Mio padre servì da militare in India e Birmania. Sono certo che si siano conosciuti. Ovviamente, era un grande reporter. Mi vengono tuttora i brividi quando penso alla sua favolosa descrizione di un’esecuzione intitolata Un’impiccagione. Stranamente, il suo romanzo che mi è piaciuto meno è La fattoria degli animali: ho trovato la vena polemica un po’ troppo scaltra. Ma sono tutti capolavori. Strano pensare che fosse un vecchio studente di Eton. Se Boris Johnson, un altro studente privilegiato di Eton, avesse anche soltanto il 10% della coscienza sociale di Orwell…»