Enigma “Solaris”, lo scrittore Sergej Roić ai confini della conoscenza

L’autore croato-svizzero con un romanzo travalica il testo sul pianeta dall’oceano pensante che ispirò il film di Tarkovskij

Una scena da “Solaris” di Tarkovskij

Una scena da “Solaris” di Tarkovskij

redazione 14 maggio 2020
di Enzo Verrengia

Quando nel 1973 uscì nelle sale cinematografiche occidentali il film Solaris, diretto da Andrej Tarkovskij, la pubblicità trovò una formula infelice: “la risposta sovietica a 2001 Odissea nello spazio”. Tra i due capolavori non c’era nulla in comune. Kubrick effettuava una grandiosa esplorazione concettuale sulla possibilità di vita extraterrestre. Solaris costituiva un affondo totale nell’inconoscibile. Questo oceano pensante in una non meglio specificata zona dello spazio, dove gli uomini cercano invano di comunicare ma ne ricavano solo la materializzazione dei propri sogni, dei propri incubi e dei propri ricordi, è un classico della finzione filosofica. Perché deriva dal romanzo di un epistemologo, il polacco Stanislaw Lem, non interessato alla vita aliena, quanto piuttosto al cosmo interno e inconoscibile dell’animo umano.

Per questo ha buon gioco a tornarvi un autore della Svizzera italiana, ma di origini croate/jugoslave, Sergej Roić. Lui non punta a una operazione di sequel, bensì a sviscerare tutto il non-detto di Solaris. Lo si intuisce dalla prefazione, dove definisce quest’immensa creatura sospesa nell’infinito «l’emblema dell’inconoscibile, di ciò che si può (e si potrà) magari incontrare, ma che in ogni caso non si arriverà a conoscere.

Il libro comincia come un metaromanzo. Il filosofo Gabriele discute con l’autore degli spunti forniti da Lem nella sua opera originale, nell’ipotesi di doverne scrivere un seguito. Poi, con un ritmo d’inatteso coinvolgimento, nella narrazione entrano dei personaggi concreti. La strana e sfuggente Luisa, il cui nonno, Werner Traumlöwe, ha combattuto con i tedeschi ma ora è portatore di una saggezza atemporale che spazia sull’intera sequenza antropologica. Le sue parole si riflettono sui canali di Venezia, dove abita, fra i dialoghi con la nipote e gli aforismi che proietta sul narratore.

Bisogna superare, con ininterrotta aspettativa, diverse pagine, prima di arrivare al teatro avvenirista degli eventi veri e propri. E qui conoscere i personaggi di una sorta di commedia umana di un domani che sembra inclassificabile rispetto a ogni cronologia. L’epoca, il contesto, lo stato della tecnologia non contano in Solaris parte seconda. Roić persegue il disegno di un’escatologica analisi del rapporto impossibile tra mente e conoscenza. L’oceano che si presenta agli occhi dell’astronauta Petar Bogut non ha analogie nella letteratura di genere. È solo uno sconfinato portale di accesso a qualcosa che va anche oltre il soprannaturale. Mentre in 2001 l’accostamento tra le superintelligenze che hanno costruito il monolito e Dio diviene una cifra plausibile di lettura, Solaris parte seconda non offre neppure una soluzione analoga. Per di più, le illustrazioni di Renzo Ferrari che corredano il volume ne fanno una sorta di ipertesto cartaceo, senza il bisogno dell’elettronica.

Alla fine, l’impresa si compie su due piani. Roić riesce comunque a rispettare il “canone” di Lem con una storia ben distante dagli effetti speciali così triti nella produzione americana. L’astronauta Petar Bogut si confronta con l’enigma di Solaris come Kelvin, il protagonista di Lem. Ai lettori resta un esempio raro di scrittura che rifugge dallo squallore minimalista che imperversa sugli scaffali.

Sergej Roić, Solaris parte seconda (Mimesis, pp. 246, Euro 20,00)