Restaurazione, fine dell’impero o Rinascimento? Le vie post-Covid secondo Parsi

Lo studioso di relazioni internazionali nell’ebook “Vunerabili” prospetta i possibili scenari dopo la pandemia. Per rinascere o acuire le diseguaglianze

Opere di street art a Bruxelles

Opere di street art a Bruxelles

redazione 8 maggio 2020
di Antonio Salvati

Si discute molto del futuro con il Covid 19. Potremmo dire che il futuro è entrato brutalmente in scena e non era il futuro che volevamo. La vera novità, rispetto al passato, è forse la nostra maggior consapevolezza dell’interdipendenza, che tuttavia dovrà tradursi in tempestività d’azione e in capacità di governo. La soluzione di chiudersi dentro i confini, dentro le mura cittadine, dentro gli appartamenti non è più praticabile. Il mondo globale e consumista ci ha illuso che il futuro fosse nelle mani degli individui e che tutto si potesse acquistare e realizzare. In realtà, non funziona così. La nostra è una generazione viziata, illusa. Le generazioni precedenti hanno conosciuto la guerra, i regimi totalitari ma oggi il coronavirus ci si è rovesciato addosso. Il futuro è cominciato, per quanto difficilmente scrutabile. Il riflesso di molti è fuggire in un angolo, magari lamentandosi. L'hanno fatto già i paesi europei quando si sono rifiutati alla solidarietà.

La pandemia potrebbe essere un involontario agente di cambiamento geopolitico ed economico. Per il momento ci sforziamo di prefigurarlo, di immaginarlo con i dati e le competenze a nostra disposizione. Ma non è facile. Ci ha provato, anche coraggiosamente, Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica di Milano, con un agilissimo pamphlet pubblicato in ebook dal titolo Vulnerabili: Come la pandemia cambierà il mondo. Tre scenari per la politica internazionale (Piemme 2020, pp. 76, euro 2, 99).

In tempi straordinari, come quelli che stiamo vivendo a causa della pandemia, non basta evocare ed applicare misure straordinarie. Occorre anche un’idea, un pensiero lungo che consideri l’eccezionalità degli eventi. E quando torneremo alla normalità, quando i tempi, prima o poi, torneranno ordinariamente sicuri, dovremmo farci domande differenti. Abbiamo idolatrato l’efficienza a scapito dell’efficacia, avverte Parsi. Era la ridondanza delle strutture che ci circondano, a consentirci di vivere meno insicuri, limitando il peso della nostra vulnerabilità. Ci siamo scordati di una cosa che abbiamo sempre saputo e che applichiamo da sempre in tanti settori della nostra vita, anche se non in tutti: «un sistema è sicuro solo quando la sua componente più vulnerabile è sicura. Il livello di resilienza dell’elemento più fragile “detta” il livello di resilienza dell’intera struttura. In questo senso, la protezione del più debole, quella che tra umani chiameremmo la solidarietà, non è un lusso o un elemento sul quale spendere (ma dovremmo piuttosto dire investire) solo quando ce lo possiamo permettere: è semplicemente l’unico principio di precauzione sul quale si può costruire. Come potrebbe argomentare papa Francesco».

È una gigantesca, tragica sconfitta quella che abbiamo e stiamo vivendo. Non poteva essere altrimenti. Del resto, la struttura di cui era fatto il nostro presente era decisamente insostenibile. Le sconfitte – sottolinea Parsi - hanno un solo lato positivo: ci danno la possibilità di imparare. Con quali strumenti ci risolleveremo? Con la politica. La politica ci servirà eccome per uscire dalla crisi sanitaria e dalle sue conseguenze economiche. L’economia, la cura della “casa”, dalla sua antica radice greca (oikos) torna – spiega giustamente Parsi - a «farsi “economia politica” (quella di Smith, Ricardo, Marx, Keynes, oggi di Stiglitz, Krugman, Piketty, Rodrik, Mazzucato…), cioè inscritta dentro obiettivi che la politica, ovvero la comunità dei cittadini e delle cittadine, deve poter fissare. Perché è solo nella politica che può essere scolpita, protetta e articolata l’intrinseca uguaglianza di ogni essere umano». Bisognerà ripartire dalla consapevolezza che dovremo ricostruire l’interdipendenza mettendo al centro l’essere umano e la sua protezione. Dovremo fare della vulnerabilità umana il perno su cui fare leva per costruire una società, un’economia una politica e un’interdipendenza molto diverse da quelle da cui proveniamo.

L’autore suggestivamente propone tre scenari per il dopo–Covid: quello della Restaurazione, quello della Fine dell’impero romano e, infine, quello del Rinascimento. Tenendo conto che sempre i parallelismi storici – avverte Parsi - sono utili principalmente per la loro capacità evocativa: «bisogna rispettare la singolarità degli eventi e, al contempo, riuscire a trarre i possibili elementi comuni tra il futuro che cerchiamo di immaginare e il passato da cui ci facciamo aiutare».

In quello della Restaurazione, come accadde nel 1815, prevarrà l’illusione di poter tornare a ricostituire l’ordine del sistema politico ed economico (tanto domestico quanto internazionale) “come se” quello della pandemia fosse stato un lungo, drammatico incidente di percorso. Continuerà la competizione per la leadership tra Usa e Cina, la Ue sopravvivrebbe, tornando a una visione “budgettaria” della politica. I regimi politici interni accentuerebbero la loro dimensione tecnocratica spingendo alla demobilitazione politica. L’iperglobalizzazione «riprenderà la sua corsa, e gli attori del sistema internazionale – Stati, multinazionali, ONG, istituzioni internazionali e sovranazionali – continueranno la loro tradizionale dialettica, riassestata solo marginalmente per consentire la ripresa, all’insegna del business as usual!».

Nello scenario della Fine dell’impero l’autore vede meno democrazia e la fine della Ue. Si prevede il progressivo smantellamento di un’economia globale affiancata da una maggiore probabilità di involuzione autoritaria dei regimi democratici: regimi populistici caratterizzati dalla presenza di “leader forti”. Una sorta di regimi plebiscitari, in cui il leader di un partito è in grado di proporsi come interprete del “corpo” della nazione, «ricorrendo agli strumenti della manipolazione mediatica e alle tecniche di controllo sociale più raffinate che potrebbero essere state introdotte – per tutt’altri scopi e con le migliori intenzioni del mondo – durante la crisi sanitaria e nelle fasi successive, magari allo scopo di consentire il progressivo allentamento delle misure di distanziamento sociale».

L’autore ci ricorda che nove delle venti maggiori aziende dell’information technology sono cinesi e, se non sono ancora i leader nel campo dell’intelligenza artificiale, i cinesi lo sono già nelle sue applicazioni alla sicurezza e in generale nei suoi settori più avanzati: dal riconoscimento facciale alla tracciatura dei dati personali, dalla sorveglianza di massa alle comunicazioni 5G. Prevarrebbe la logica di Thomas Hobbes e del suo Leviatano, che però nasconde l’altra faccia della medaglia, «ovvero che, storicamente, la maggior parte delle minacce alla sicurezza individuale e collettiva non proviene da nemici esterni, e neanche dai concittadini, ma dalle autorità governative. Il solo modo di essere più sicuri è quindi quello di limitare il potere dei governi, e il modo più efficace sta nella separazione dei poteri, nell’indipendenza della magistratura, nella supremazia della legge sullo stesso legislatore. È la logica di John Locke: solo se si è liberi, si può essere sicuri».

L’ultimo scenario, quello del Rinascimento, richiede molta più energia da parte nostra, molta più partecipazione attiva, mettendo in gioco ognuno di noi insieme alla nostra responsabilità. Si una ricostruzione che parta dalla presa d’atto della vulnerabilità umana, dal riconoscimento della sua centralità e ineluttabilità, e inizi a sostituire l’interdipendenza delle cose con l’interdipendenza degli umani. Per Parsi l’interdipendenza delle cose ha esasperato quella degli umani, rendendone sempre più difficile la sua ricomposizione. In questi ultimi trent’anni, a mano a mano che altri elementi acquisivano più mobilità e più velocità e che il loro valore veniva fatto dipendere sempre più dalla mobilità e dalla velocità, la componente umana è stata svalorizzata, deprezzata. Oggi il costo del lavoro incide meno sul bene che viene prodotto e trasportato e abbattere il costo della singola unità prodotta è ritenuto più importante della tutela (previdenziale, fiscale, salariale, etc.) di chi offre la prestazione.

Occorre uscire da questa logica costruendo una rete che protegga innanzitutto il fattore umano e facendo riferimento al modello del New Deal per il quale il progresso – secondo il pensiero di Roosevelt - non significa aggiungere qualcosa alla ricchezza di chi ha molto, ma nel dare abbastanza a chi ha troppo poco. Non è paternalismo o generosa concessione, ma garantire la stabilità del sistema e dare seguito a quel periodo di riduzione della disuguaglianza e di allargamento della democrazia sviluppatosi dopo il 1948. L’attuale fase neoliberale prese avvio con la crisi degli anni 70 del Novecento. La pandemia negli USA sta colpendo in maniera assai severa e Trump ne ha negato persino l’esistenza. L’appuntamento elettorale di novembre consentirebbe di cambiare il senso di cosa si ritiene “normale”. Negli Stati Uniti – come nel 1929 - si potrebbe ancora innescare il cambiamento. E le idee per realizzarlo – sostiene Parsi - sono in circolazione da 30 anni. Un cambio di paradigma che prendesse avvio negli Stati Uniti avrebbe un impatto notevole. Non uno scenario di minore ricchezza, ma un mondo più equo e meno disuguale. Più ricco semmai, perché più solido, resiliente. Sarebbe un mondo capace di concepire che l’equipaggio non è solo la componente più vulnerabile della nave, ma anche quella essenziale e insostituibile. Senza equipaggio, una nave è solo un vascello fantasma alla deriva.

Servirà, come detto, in generale una maggior protezione del fattore umano a livello sanitario, economico (garantendo una minor volatilità del lavoro) e sociale. Sarà necessario porsi obiettivi di sostenibilità ambientale. Ma soprattutto sarà necessario ed indispensabile mettere in gioco la nostra responsabilità e la nostra libertà, come abbiamo fatto nelle settimane di quarantena forzata. Durante la fase acuta ciascuno ha sperimentato che poteva fare – e ha fatto – la differenza per difendere sé stesso e gli altri. Da soli non è possibile vincere nessuna partita.