Il cardinale poeta Mendonça: «Sosteniamo l’anima del mondo»

In un instant book il teologo portoghese invita a dare sostanza a parole che ne sono state deprivate: prossimità, vicinanza, umanità, popolo, cittadinanza

José Tolentino Mendonça. Foto Wikipedia

José Tolentino Mendonça. Foto Wikipedia

redazione 19 aprile 2020
di Antonio Salvati

Può sembrare irragionevole dirlo o semplicemente pensarlo, ma questo tempo costituisce anche un’opportunità preziosa per reincontrarci. Vivendo da più di un mese confinati nell’isolamento - insieme ai popoli di oltre 100 nazioni, più della metà della popolazione mondiale, miliardi di esseri umani – forse comprendiamo meglio che cosa significhi vivere insieme, essere parte di una collettività. Stiamo comprendendo che la nostra vita non dipende unicamente da noi e dalle nostre scelte: siamo tutti nelle mani gli uni degli altri, tutti sperimentiamo quanto l’interdipendenza sia vitale, un tessuto fatto di autonomia e relazione. Speriamo gli uni negli altri. Tanti stimolano positivamente a fare la propria parte. Tutti sembrano contare, anche quelli che fino a pochi giorni fa consideravamo i più insignificanti.

Il cardinale portoghese José Tolentino Mendonça, in uno snello instant book intitolato Il potere della speranza - un ebook pubblicato pochi giorni fa in esclusiva dalla casa editrice Vita e Pensiero (scaricabile gratuitamente nei diversi formati digitali dal sito della casa editrice e dai principali store online) – ci invita a non disprezzare questo tempo che può apparire un tempo sospeso dal quale non si sa come sarà il domani. Ovunque sembra dominare un generale sentimento di sconcerto, come fossimo entrati nelle viscere imprevedibili e confuse di una distopia. La nostra sicurezza non può provenire da una dispensa ben fornita o dal frigorifero stracolmo, avverte l’autore che è anche poeta e teologo. La vita è più della materialità necessaria alla sopravvivenza. Certo è anche questo, ma è più di questo. La stagione che stiamo vivendo rappresenta anche un’opportunità per riflettere su quello che ci nutre.

Tolentino Mendonça spiega che per troppo tempo non ci siamo resi conto che andavamo sviluppando una percezione del nostro mondo – quello di una realtà con maggiore speranza di vita, di un’umanità meglio nutrita e vestita, con maggiori sicurezze e garanzie – che si «fondava su un contesto storico che non è immutabile, o per lo meno non così immutabile come lo credevamo». Ha osservato giustamente Antonio Scurati che nella storia europea la nostra generazione è stata una jeunesse dorée. Tutti gli avvenimenti negativi – che non hanno smesso di accadere – succedevano sempre altrove. Significativamente, in tanti abbiamo, per meglio comprendere quanto ci accadeva attorno, rimesso mano ad alcuni classici come La Peste di Albert Camus e Cecità di José Saramago. Quest’ultimo è pieno di termini che in questi giorni sono divenuti più che familiari: epidemia, infezione, quarantena, provvedimenti restrittivi, dibattito etico sul valore della vita, paura, compassione. Nel romanzo di Camus, ascoltando le vicissitudini sulla peste raccontate da dott. Rieux, capiamo che nell’afflizione, si generano spazi imprevisti alla solidarietà tra gli uomini.

È il tempo in cui concretamente possiamo riapprendere cose fondamentali: «possiamo reimparare a restare nella nostra casa, ma anche a capire che dipendono da noi il nostro condominio, la nostra via, il nostro quartiere, la nostra città, il nostro Paese, conferendo sostanza effettiva a parole che tante volte ne sono state deprivate: parole come prossimità, vicinanza, umanità, popolo, cittadinanza. Possiamo reimparare a utilizzare i social network non come forma di divertimento e di evasione ma come canali di presenza, di sollecitudine e di ascolto». Anche se distanziati socialmente senza poter toccarci, «possiamo reimparare il valore del saluto, lo stimolo di un complimento, l’incredibile forza che riceviamo da un sorriso o da uno sguardo. Senza che le nostre braccia si stendano verso gli altri, possiamo abbracciarli affettuosamente, come già facevamo o in modo ancor più intenso, comunicando, con questi abbracci reinventati, l’incoraggiamento, l’ospitalità, la certezza che nessuno sarà lasciato solo. Senza conoscerci, possiamo infine reimparare a non condannare nessuno all’indifferenza, a non trattare i nostri simili da sconosciuti. Nessun essere umano ci è sconosciuto, poiché sappiamo per esperienza che cosa sia un essere umano: questo pulsare di paura e di desiderio, questo miscuglio di penuria e di prodigalità, questa mappa che unisce la polvere della terra con la polvere delle stelle».

In uno dei momenti più terribili del secolo scorso, una ragazza olandese di nome Etty Hillesum rinchiusa in un campo di concentramento scrisse: «Una volta ho scritto in uno dei miei diari: “Vorrei poter toccare con la punta delle dita i contorni di quest’epoca”. Ero seduta alla mia scrivania, allora, e non sapevo bene come accostarmi alla vita […]. Poi, d’un tratto, sono stata scaraventata in un centro di dolore umano, su uno dei tanti, piccoli fronti di cui è disseminata l’Europa. E là – sui volti delle persone, su migliaia di gesti, piccole espressioni, vite raccontate – su tutto ciò ho improvvisamente cominciato a leggere questo tempo […]. Se sapessimo capire il tempo presente lo impareremmo da lui: a vivere come un giglio del campo».

Questa quarantena è anche un’opportuna esperienza pedagogica, non solo un rimedio forzoso dove vediamo soltanto gli elementi negativi. Può essere il momento di cercare quanto abbiamo perduto; «di ciò che abbiamo sistematicamente rinunciato a dire; di quell’amore per il quale non abbiamo mai trovato una parola né l’occasione; di quella gratitudine soffocata che adesso possiamo gustare ed esercitare». La quarantena non è solo una sorta di congelamento della vita.

Alcuni sostengono che dopo questa pandemia guarderemo alla vita con altri occhi. La copertina del volume raffigura due mani destre, di due individui diversi, i cui avambracci s’incrociano e si allungano. Pascal scrisse che le mani sostengono l’anima. Abbiamo bisogno, invoca Tolentino Mendonça, di mani – mani religiose e laiche – che sostengano l’anima del mondo e «che mostrino che la riscoperta della speranza è la prima preghiera globale del XXI secolo».