Del Soldà: da Socrate a Corto Maltese l’amicizia argina la «propaganda identitaria»

Il giornalista e conduttore di Radio3 affronta in un saggio un sentimento tanto più necessario con la quarantena e avverte: dire «noi» contro «gli altri» è distruttivo

Una scena da un film sull’amicizia: “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, del 1974

Una scena da un film sull’amicizia: “C’eravamo tanto amati” di Ettore Scola, del 1974

redazione 11 aprile 2020
Come siamo messi, con gli amici? Come ci sentiamo, tappati in casa senza potere vedere né tanto meno abbracciare chi è in un’altra casa o città? Il narcisismo imperante non nega il vivere collettivo con altri? Un libro di Pietro Del Soldà sull’amicizia, da Socrate a Corto Maltese, pare mettere parole e sentimenti in una prospettiva civile, anche politica di fatto, reputando, tra l’altro, distruttivo chi fa «propaganda identitaria». E sull’ «identità» l’autore pone riflessioni quanto mai pertinenti.

«L’identità. Sembra essere questa, infatti, la parola chiave per comprendere la nostra società. Sul piano individuale ciascuno di noi, chi più chi meno, tende a inseguire e a investire sull’identità personale in chiave narcisistica e a dipendere con ansia dal riconoscimento e dal giudizio altrui. Nel lavoro, nello studio, nella vita sentimentale, nei rapporti familiari, ovunque aspiriamo a ottenere dagli altri la conferma della nostra versione “al meglio”, beautified (app per smartphone come Beautify o simili, che consentono di ritoccare il nostro volto fino a falsificarlo, appianando i segni del tempo e altre imperfezioni, non sono eccezioni: sono al contrario esempi di una tendenza generale che caratterizza ormai gran parte della nostra vita, online e offline)». Il passaggio appartiene all’ultimo libro del giornalista nato a Venezia nel 1973, voce e tra gli autori del programma Tutta la città ne parla che ogni mattina su Radio3 Rai alle 10 raccoglie spunti dalle telefonate alla trasmissione Prima Pagina.

Stavolta il saggista mette a frutto la sua formazione filosofica con Sulle ali degli amici. Una filosofia dell'incontro (Marsilio pp. 152, 16,00 euro, Ebook 9,99 euro). L’oggetto del saggio è quanto mai complesso come rilevante: l’amicizia. Un sentimento di cui si avverte ancora più bisogno nella quarantena da Coronavirus per cui queste pagine, pubblicate appena prima del blockdown e quindi rinviando le presentazioni pubbliche all’autunno, si rivelano forse ancora più necessarie mentre la pandemia imperversa.

«L’amicizia non è solo un volersi bene, non si esaurisce in quel legame semplice fatto di calore, affetto, vicinanza, aiuto reciproco e voglia di divertirsi insieme. È molto di più: è il gioco più serio, quello che finalmente, come dice Aristotele, “ci fa sentire che esistiamo”», spiega l’editore nella scheda editoriale online. Del Soldà muove infatti dalla cultura dell’amicizia nell’Atene di Socrate, Aristotele e Platone, dunque dalla filosofia fondante per l’Occidente, passa per Cicerone, Sant’Agostino, Montaigne, Nietzsche, il personaggio a fumetti Corto Maltese di Guido Crepax che fa dell’amicizia e della lealtà una colonna delle sue avventure, fino a un poeta – narratore latinoamericano come Álvaro Mutis (1923-2013).

Del Soldà intreccia i legami personali alla condizione collettiva. È dall’amicizia «che deve partire il nostro rapporto con il mondo e la sfera pubblica», ha dichiarato giorni fa all’Ansa entrano nelle giornate odierne: «L'esperienza dolorosa che stiamo attraversando rimettere al centro i legami. Facciamo lunghe e profonde telefonate con persone che magari di solito liquidiamo in un attimo. Abbiamo voglia di sapere come stanno gli amici. Sicuramente è legato al momento, ma questa situazione potrebbe trasformare in modo definitivo il nostro modo di stare al mondo o comunque lasciare un segno difficile da dimenticare». Delsoldà non esclude che dopo l’emergenza potremo essere ancora più «egoisti e individualisti di prima, più terrorizzati dal contatto con il prossimo e più ossessionati sulla sicurezza», ma nutre fiducia, spera il nostro comportamento possa prendere un’altra piega.

Si vedrà. Frattanto per il saggista, dottore di ricerca in filosofia all'Università Ca’ Foscari di Venezia e docente di Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma, occorre rivedere il nostro vivere l’amicizia come connessa semplicemente al divertimento, «frammentata, mai vissuta fino in fondo» non può compensare l’angoscia di vivere perennemente in competizione nel lavoro e nell’esistenza per un like in più. Non di meno, il discorso investe anche la sfera politica, nel senso della condivisione della cosa pubblica e delle scelte che le muovono. Delsoldà torna a quell’identità frantumata: «Qualunque cosa accada – da una crisi aziendale a un’alluvione o a un delitto –, soprattutto se il colpevole è uno straniero o l’esponente di un’imprecisata élite, la propaganda identitaria reagisce al volo, dirigendo subito l’emozione contro un bersaglio. Laddove ci siano frustrazione, paura, insicurezza, sofferenza, la propaganda non lascia spazio al dolore e al silenzio. Il dolore in quanto tale, infatti, non è utile a consolidare l’identità di gruppo e per questo va immediatamente trasformato in qualcos’altro, la sua energia emozionale va convogliata nel consolidamento del Noi». L’effetto però è distruttivo. Anche in chi abbraccia logiche identitarie contro gli “altri” e vuole erigere muri e barriere.