I drammi così umani nell’America ai margini di Kent Haruf

Anche con “La strada di casa” lo scrittore scomparso nel 2014 ha saputo scavare nell’animo dei suoi personaggi e nella provincia americana

Una scena dal film “The Burning Plain - Il confine della solitudine”

Una scena dal film “The Burning Plain - Il confine della solitudine”

redazione 20 marzo 2020

di Rock Reynolds


Uno straniero si presenta in paese, accompagnato da un alone di mistero: nulla è più come prima. È la classica storia shakespeariana, l’unica vera vicenda che valga la pena di raccontare, secondo molti scrittori di madrelingua inglese e non solo. Per gli americani, una sorta di modello letterario ineludibile, fortemente connesso al DNA stesso del paese, con la sua società costruita intorno alla diversità culturale e alla provenienza geografica più disparata eppure sempre più avvitata su se stessa e sulla paura di tornare a essere quello che l’ha originata: un mondo in cui le differenze balzano all’occhio in libertà.


A Holt, la comunità immaginaria creata da Kent Haruf, parrebbe che almeno questo problema non esista. Almeno fino a qualche anno fa, verrebbe da dire, considerato che Haruf, nome quasi impronunciabile persino per gli americani, è venuto a mancare nel 2014 e che di acqua sotto i ponti ne è passata parecchio. Acqua spesso turbolenta.


Prima di mettere le mani su un suo libro, nella fattispecie Canto della Pianura, primo volume della cosiddetta “Trilogia della Pianura”, la perplessità nell’affrontare un romanzo diventato un piccolo caso letterario mi aveva frenato non poco. Per una volta, si trattava di preoccupazioni del tutto infondate: Kent Haruf scrive meravigliosamente. Ciò che colpisce della sua prosa è la straordinaria semplicità, la leggerezza nel raccontare storie di profonda umanità e nello scavare nell’animo dei personaggi senza dar mai la sensazione di finire sopra le righe. E dire che, nel mondo piccolo di Holt, microcosmo dell’America di provincia più autentica, la nostra bussola europea rischia di andare in tilt, di impazzire sotto i colpi di un magnetismo difficile da interpretare. L’America di provincia, soprattutto quella bianca, che mi ha sempre affascinato, è assoluta protagonista delle storie di Kent Haruf, diventate molto popolari tra il pubblico dei lettori forti italiani, soprattutto delle nostre grandi lettrici. Peccato che Haruf non sia riuscito a godersi i frutti di un meritato successo: in proporzione, è molto più conosciuto da noi che nel suo stesso paese.


La strada di casa (NN Editore, traduzione di Fabio Cremonesi, pagg 194, euro 18,00) purtroppo è destinato a essere l’ultimo capitolo della sua parsimoniosa vicenda letteraria. Purtroppo perché l’editore italiano NN con questo romanzo ha dato fondo alla splendida, frugale produzione di questo grande autore. Attenzione, però: La strada di casa è tutto fuorché uno scarto. Secondo romanzo di Haruf, pubblicato diversi anni prima del libro che ne avrebbe risollevato le sorti, ovvero Canto della Pianura, condivide con quest’ultimo l’ambientazione vincente: Holt, cittadina immaginaria delle “High Plains”, lo sconfinato altopiano che dal Midwest sfuma verso le Montagne Rocciose attraverso enormi praterie riarse, è il fulcro stesso della poetica di Haruf, il personaggio silenzioso i cui ritmi ancestrali scandiscono la vita semplice, solitamente poco pretenziosa, quasi sempre noiosa dei suoi abitanti.


È un dramma shakespeariano, La strada di casa, dicevamo. Eppure non è l’arrivo di un cavaliere misterioso a scompaginare la routine del paese, a spezzare la monotonia di una vita di isolamento, fatta di duro lavoro, incontri ripetitivi, sostanziale alienazione sociale. Non è il leggendario Shane de Il cavaliere della valle solitaria (Shane, titolo originale), il romanzo di Jack Schaefer trasformato nell’omonimo film, uno dei più grandi classici del Western, con Alan Ladd e Van Heflin, a segnare l’inquietudine che dalla prima scena porterà al finale catartico, in un crescendo di emozioni.


Stavolta a mandare tutto a carte quarantotto è il ritorno di un cittadino di Holt, Jack Burdette, figura scomoda, “larger than life”, come direbbero i suoi compaesani. Scappato misteriosamente dal paese dopo aver sottratto i dividendi dei soci della cooperativa agricola locale ed essersi eclissato in California, abbandonando Holt e la donna da poco madre dei suoi figli, Burdette torna al paese, assumendosi il compito profondamente letterario di smuovere le acque chete, di sconvolgere il trantran che va avanti da decenni, di fare da deus ex-machina delle tragedie greche, da straniero misterioso shakespeariano.


A fargli da contraltare, l’io narrante di Pat Arbuckle, il direttore del quotidiano locale, una sorta di nemesi naturale del vecchio amico Jack. Anche in questo c’è tanta America vera: i quotidiani locali, giornali che vendono poche copie e la cui redazione talvolta è rappresentata da una sola persona, un assoluto, instancabile factotum, sono lo specchio della nazione e vengono letti più delle grandi testate nazionali. In fondo, nelle remote praterie del Colorado, a chi importano gli ultimi giochi di potere di Washington o i capricci della Borsa di New York?


 La strada di casa è uno specchio autentico di quell’America che raramente finisce sulle pagine delle riviste patinate e che esce dall’isolamento solo attraverso qualche significativa ma fugace apparizione in pellicole on the road che Hollywood dispensa con qualche freno. Mi vengono in mente Nebraska, con un Bruce Dern da Oscar; L’ultimo spettacolo, capolavoro in bianco e nero di Peter Bogdanovich; The Burning Plain - Il confine della solitudine, con una splendida Charlize Theron. Il denominatore comune è l’isolamento, la solitudine se non l’alienazione, in un ambiente naturale che sembra soffocare gli esseri umani in un abbraccio di bellezza.

Ci sono tutte le idiosincrasie dell’America bianca, quella figlia dei coloni che si sono aperti la strada nelle grandi praterie a colpi di salmi della Bibbia e di Winchester e che hanno fatto dei grandi spazi del Midwest e del West la loro nuova casa, lottando fino alla morte (propria o dei propri avversari) per la difesa pervicace delle proprie convinzioni. Ma ci sono anche le piccole storie di profonda umanità che trasmettono un senso di relativa certezza in questa precaria provvisorietà, storie di tutti i giorni ma non per questo meno eclatanti: il sorriso di una persona incontrata sul marciapiede, le note malinconiche di una ballata country & western, una tazza di caffè nero bollente, un pancake al mattino prima di andare al lavoro. Questo e molto altro è Kent Haruf. Ci mancherà. Chi non lo ha ancora letto o non ne ha letto l’opera omnia, ha la possibilità di rifarsi.