Un pamphlet di Veltroni avvisa: l’odio uccide la democrazia

Il regista, scrittore, ex politico, analizza un atteggiamento dilagante grazie anche ai social e favorito da alcuni politici. Veltroni incita a «odiare l’odio» usando «ragione e speranza»

Walter Veltroni un anno fa a Che tempo che fa

Walter Veltroni un anno fa a Che tempo che fa

redazione 16 marzo 2020
Anche nei giorni del Coronavirus qualcuno non risparmia parole violente, talvolta esplicite, talvolta più velate ma non meno nella sostanza. Come la signora che, al consueto dialogo degli ascoltatori con il giornalista di turno a “Prima pagina” su Radio3, una settimana fa intervenendo sulle rivolte nelle prigioni aveva definito con disprezzo i carcerati “individui» perché non li ritiene nemmeno persone. O chi si compiaceva se una persona di origine cinese viene picchiata perché ritenuta “untrice”, almeno finché gli “untori” non eravamo noi italiani. L’odio circola come un veleno ed è  nelle librerie un pamphlet su una caratteristica umana che oggi ha nuova virulenza grazie ai social: Odiare l’odio (Rizzoli, pp. 120, euro 10) scritto da Walter Veltroni.

L’ex segretario e uno dei fondatori del Pd, l’ex direttore dell’Unità, l’ex ministro dei Beni culturali e vicepremier con Prodi, l’ex sindaco di Roma, oggi regista di documentari (suo è il doc con le riprese del concerto di De André e Pfm), scrive tra altri passaggi: «Franklin Delano Roosevelt diceva che l’unica cosa di cui bisogna aver paura è la paura. Oggi l’unica cosa che bisogna odiare è l’odio». Il verbo «odiare» potrà sembrare contraddittorio, tuttavia lo è in apparenza perché intende un fatto semplice: non illudiamoci, non possiamo accontentarci delle mezze misure e tanto meno di prendere le manifestazioni d’odio sottogamba.

Nella sua recensione su Repubblica, il 9 marzo, Massimo Giannini rilevava:
«L’odio è la malattia sociale del nostro tempo. Si insinua nei pertugi delle nostre incertezze, delle nostre inquietudini, dei nostri disagi, delle nostre coscienze. Si infila nelle ferite della nostra epoca e progressivamente ci domina». La storia dovrebbe ricordarcelo. Veltroni ricorda il passato quando parla del nonno arrestato dai nazisti perché a Roma aveva dato riparo a degli ebrei, Veltroni sta già sollevando polemiche quando parla del terrorismo degli anni ’70 e contesta sia chi urlava «morte ai rossi» sia chi gridava «uccidere un fascista non è un reato». Uccidere in una democrazia è sempre uccidere. Emblematico il sottotitolo: «Dalle grandi persecuzioni del Novecento alla violenza sui social, le conseguenze tragiche di una malattia del nostro tempo».

La miccia esplosiva è la paura e l’autore indica un duplice spartiacque: l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001 e i successivi attentati; il crack finanziario del
9 agosto 2007 che ha generato un crack a catena nella vita di milioni, anzi miliardi, di persone e ha incrinato le democrazie e le social democrazie. Su quella paura proliferano via Twitter politici come Trump e Salvini. E individua l’emblema di un odio che cova anche nelle parole di un’anziana che, quando ha saputo del ragazzino della Costa d’Avorio morto nel carrello di un aereo nel tentativo impossibile di raggiungere l’Europa, ha commentato su Facebook: «Ha pensato di farsi rimborsare il biglietto?» Raggelante. Avrà un nipote? Il commento fa il paio con gli attacchi violenti a Liliana Segre, alle donne come Laura Boldrini quando denunciano la violenza contro le donne e la combattono.

L’odio «è una forma di eccezionale presunzione, che fa sì che noi, il nostro modo di pensare, il colore della nostra pelle, la nostra cultura o la nostra religione siano considerati l’unica forma legittima di esistenza. Non accettiamo di essere parte. Incoscienti e presuntuosi, pensiamo di essere il tutto», annota Veltroni. «Così, nella sua visione – scrive Giannini - si torna all’origine di tutti questi mali, che è l’assenza di una politica “alta” che è missione e servizio, e che esisteva negli anni di De Gasperi e Nenni, di Moro e Berlinguer, e che non si vede oggi. È nei fatti: “Una politica anestetizzata, soporifera, trasformista, finisce per acuire l’odio individuale”. Ed è paradossale che questo cupio dissolvi succeda mentre torna a riaffacciarsi il bipolarismo», riflette Giannini.

«A chi odia, a chi semina la paura, bisogna rispondere con un linguaggio opposto, quello della ragione e della speranza», scrive Veltroni e incita, come detto sopra, a «odiare l’odio». Con una consapevolezza di cui dà conto Pierluigi Battista sul Corriere della Sera e che emerge dal libro «il pericolo di un indebolimento fatale della democrazia, corrosa e messa in crisi da un aumento esponenziale dell’odio, viene esasperato dalla percezione che con gli strumenti democratici non si decida più niente, alimentando la fallace ma contagiosa convinzione che i regimi autoritari siano più efficaci, offrano risposte più veloci».