“Il figlio perfetto” rilegge con due bambini la tragedia e la rovina del nazismo

Nel suo romanzo la neozelandese Catherine Chidgey tesse la trama della storia da Hitler alle rovine della guerra intorno a due piccoli protagonisti

“Il figlio perfetto” rilegge con due bambini la tragedia e la rovina del nazismo
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25 Gennaio 2020 - 17.02


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di Enzo Verrengia

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Chi è il narratore de Il figlio perfetto, della neozelandese Catherine Chidgey? Strano che non venga da domandarselo iniziando ad addentrarsi in questa contro-saga lunga quanto la parte più atroce del XX secolo, quella che va dallo scoppio della seconda guerra mondiale alla caduta del muro. Poi, però, lettura facendo, si capisce bene perché il mistero di questa voce che racconta sulla pagina sta tutto nella materia stessa del romanzo.
Due famiglie, un destino parallelo. I Kröning, nella fonda provincia tedesca, che pure viene trascinata dal sogno infausto del Führer. Gli Heilmann, a Charlottenburg, un quartiere bene della Berlino che Hitler vorrebbe ribattezzare Germania dopo un completo rifacimento da parte di Albert Speer, l’architetto del Terzo Reich. Nel settembre del 1939 il Führer dichiara guerra alla Polonia e gli inglesi e i francesi intervengono per rispettare un trattato, apparentemente, ma più che altro per contrastare le mire espansioniste dei tedeschi. Infatti, nulla faranno in concreto gli alleati per impedire che i Panzern macellino l’esercito polacco a cavallo.
Tutto questo giunge ovattato nelle stanze dei Kröning e degli Heilmann, almeno finché il conflitto non li raggiunge. Intanto, con graduale fatalità, nella trama hanno già acquisito straordinaria densità i due veri protagonisti, Sieglinde, la figlia degli Heilmann, ed Erich, il maschio dei Kröning, che si è visto infante all’inizio del libro.
Tutti e due cercano un ruolo, uno spazio, un senso nell’apocalisse permanente che li circonda. Sieglinde, Siggi, chiede al papà, Vati, che lavoro faccia, e lui risponde: «Elimino delle cose pericolose, così non sono più pericolose». Nel clima del nazismo, si sospetterebbe che faccia parte della Gestapo. Quasi. Herr Kröning opera tagli sugli scritti, fa parte dell’ufficio censura.
Dal canto suo, Erich si sente già grande a otto anni, mentre crescere tra le rovine non è affatto il ciclo auspicabile per un bambino di qualsiasi epoca. Il problema è la realtà che incupisce ogni giorno che passa, finché non rimarrà che sfuggirla nella messinscena di un teatro che si erge fra le macerie di una Berlino ormai annientata dai bombardamenti. Ciononostante, c’è ancora una madre tedesca che vorrebbe adottare un figlio, fra istinto e dedizione a una causa terrificante.
Quando poi la guerra finisce, per la Germania comincia una nuova ordalia: la suddivisione imposta dal muro. Di questa se ne aveva contezza fin dal prologo, dove una Sieglinde matura fruga tra i resti dei documenti della Stasi sopravvissuta ai giorni della liberazione dalla dittatura che ha sostituito quella precedente.
Il figlio perfetto è un esempio pressoché unico di analisi della tragedia tedesca, tanto più apprezzabile oggi che, grazie al deragliamento degli ideali, più che delle ideologie, nel modo post-moderno, si tende a rivedere nella Germania la madre di tutti i problemi europei. Peraltro, così facendo, si rinfocolano i pericolosi falò neonazisti che ormai divampano ad ogni nuova tornata elettorale.
Sul piano letterario, però, Il figlio perfetto acquisisce un’importanza persino maggiore per lo stile della Chidgey, che indugia sui dettagli come in una successione di istantanee che, disposte in successione, compongono la fotografia della Storia nel suo divenire inesorabile.

Catherine Chidgey, Il figlio perfetto (Paginauno, tr. di A. Patriarca, pp. 344, euro 20,00)

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