Bianca Stancanelli ricostruisce la “pacchia” di Soumaila Sacko, ucciso perché nero

La scrittrice e giornalista rimette insieme i tasselli dell’omicidio del maliano a Gioia Tauro: una vicenda che scardina il concetto salviniano sui migranti

Manifestazione per Soumaila Sacko

Manifestazione per Soumaila Sacko

redazione 20 gennaio 2020
«La pacchia è finita». Lo proclamò solennemente l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini il 2 giugno 2018 in un comizio a Vicenza. La «pacchia» era naturalmente quella dei migranti che, pur vivendo in economie fiorenti senza problemi di fame, povertà, conflitti e altre calamità si ostinano a venire in Italia su super-barconi di lusso con incorporato il brivido – un lusso naturalmente – di non sapere se arriveranno a destinazione o affonderanno. Riprende in modo amaro quel termine la giornalista e scrittrice Bianca Stancanelli nel libro La pacchia (Zolfo Editore, pp. 176, € 16) dove tesse il filo di un episodio criminale passato nel dimenticatoio: quel 2 giugno nella piana di Gioia Tauro il 29enne maliano Soumaila Sacko fu ucciso con una fucilata. Il giovane, con permesso di soggiorno regolare, stava svolgendo un’attività come immaginerete altamente delittuosa: insieme a due amici raccoglieva lamiere abbandonate in una fornace dismessa per costruire (in senso lato) una baracca nel ghetto dei braccianti africani a Gioia Tauro.

«Scrivo di un uomo che non esiste più, di un’ingiustizia che dura», scrive Bianca Stancanelli nel libro e nel sito dell’editore. La frase del leader leghista divenne «il sigillo tragico e beffardo sulla morte di un uomo che, come migliaia di altri africani, lavorava per una paga da fame in un’Italia dove molte sono le pacchie, e nessuna ha per protagonisti i migranti», ricorda l’editore.

Nel suo libro Bianca Stancanelli, messinese che vive a Roma, Premio nazionale Paolo Borsellino nel 2016, ricostruisce quella vicenda dimenticata: è andata sul luogo, ha letto e studiato le carte, le assurdità: la prefettura nel primo comunicato scrisse che Soumaila Sacko era stato «attinto da colpi di fucile da parte di ignoti». L’autrice ha indagato e ha saputo dal bossolo del proiettile calibro 12 recuperato dai carabinieri che quelle pallottole sono fabbricate per uccidere animali piccoli a distanze non elevate e costano una manciata di centesimi. La giornalista ha anche saputo che l’assassino si è messo seduto comodamente per prendere meglio la mira.

«Bisogna leggerlo con attenzione questo libro che, inseguendo inesorabilmente lo svolgimento dei fatti, ha dentro di sé la forza della cronaca più implacabile – ha scritto Attilio Bolzoni recensendo La pacchia su Robinson del 23 novembre scorso – Quella che può svergognare una prima ricostruzione ufficiale diffusa dalla prefettura di Reggio, un comunicato che dà notizia dell’omicidio (senza mai citare il nome dell’assassino), anticipando con malizia il movente per il quale la vittima era diventata vittima: “...Veniva attinto da colpi di fucile da parte di ignoti...verosimilmente nel tentativo di effettuare un furto”». Già il linguaggio denota come si voleva inquadrare la vittima: da vittima innocente a vittima perché ladro.

Così Giuliano Capecelatro, nel sito Succede oggi, sul libro e sulla situazione nella piana calabrese riferisce: i braccianti neri vivono «in casolari abbandonati, edifici diroccati dove si dorme per terra, non c’è acqua né luce, servizi igienici neanche a parlarne», in capannoni o tendopoli dove «non ci sono neppure abbastanza servizi igienici per tutti», lavorano in nero, otto, dieci e anche più ore al giorno per pochi euro, con percentuale per il “caporale”, e all’economia di Gioia Tauro fanno comodo, quei lavoratori al livello di schiavi, perché molte delle arance e dei clementini sulle nostre tavole arrivano da lì.