Migranti e immigrati: su accoglienza o rifiuto l’Italia si gioca il futuro

Un volume curato da Tiziana Grassi e un saggio di Mario Marazziti affrontano bene un tema cruciale: gli immigrati contribuiscono positivamente, ma molti media puntano sulla paura

Murale a Napoli dello street artist Jorit dedicato agli immigrati

Murale a Napoli dello street artist Jorit dedicato agli immigrati

redazione 13 gennaio 2020
di Antonio Salvati

Ha detto giustamente papa Francesco: i rifugiati non sono un pericolo, ma sono in pericolo. Tuttavia, infondati quanto corrosivi allarmi sociali hanno voluto far passare l'immigrazione come uno dei problemi più gravi e urgenti del Paese. La gestione dei flussi migratori da anni è divenuta da anni un tema fondamentale per l’agenda politica italiana ed europea, giocando un ruolo determinante nelle principali tornate elettorali. Per meglio comprendere la complessificazione delle migrazioni contemporanee è da poco uscito il poderoso volume L'accoglienza delle persone migranti. Modelli di incontro e di socializzazione (ed. One Group, L'Aquila, 2019, pp. 783, € 39,50) curato dalla giornalista Tiziana Grassi, studiosa di fenomeni migratori. Il volume sarà presentato il prossimo 20 gennaio, alle 18 alla Sala Spazio Europa della Rappresentanza della Commissione Europea a Roma, di via IV novembre, 149 (clicca qui per le informazioni sull’incontro).

L'opera miscellanea affronta l’impresa ciclopica di dar conto dei molteplici e complessi aspetti delle migrazioni contemporanee, mettendo in rilievo un'Italia solidale e le sue buone pratiche di accoglienza. L’accoglienza del prossimo e il rispetto della dignità umana sono tratti distintivi del nostro essere italiani ed europei. Per Andrea Riccardi esiste un «umanesimo italiano che è culturale e letterario, ma anche “vivente”, rappresentato appunto dalla profonda umanità del nostro popolo. È vero, stiamo attraversando una stagione di transizione e di crisi che ci fa soffrire umanamente e antropologicamente. Penso che tutti dovremmo fare di più: lo Stato, le comunità locali, ma anche noi cittadini dobbiamo essere più consapevoli della nostra identità».

Stefano Solari della Fondazione Leone Moressa ci informa che in Italia ci sono attualmente 5 milioni di stranieri residenti regolarmente, contro 170 mila migranti accolti nei centri di accoglienza (il rapporto è di circa il 3%). Il restante 97% è costituito da cittadini residenti regolarmente, in genere da più di 10 anni (dall’inizio della crisi, 2007, le migrazioni per lavoro sono molto rallentate, e la maggior parte degli ingressi è avvenuta per ricongiungimento familiare). Quando parliamo di “immigrati”, dunque, stiamo parlando prevalentemente di residenti regolari, lavoratori, imprenditori e contribuenti che vivono stabilmente nel nostro Paese e contribuiscono al suo sviluppo. A livello nazionale si contano 2,4 milioni di lavoratori stranieri (10,5% del totale occupati), a cui si può attribuire circa il 9% del PIL nazionale (oltre 130 miliardi di euro).

Anche sul piano fiscale, i contribuenti stranieri rappresentano circa il 9% del totale. Se pensiamo alla gestione di interi settori come la ristorazione, l’edilizia, il lavoro domestico, l’assistenza a domicilio o i trasporti, appare chiaro il ruolo fondamentale svolto dagli immigrati nella nostra economia. Si tratta di elementi positivi - sia reali che potenziali – spesso posti in secondo piano rispetto alla più clamorosa cronaca nera. Elementi positivi – sottolinea la curatrice - determinanti seppur il più delle volte nullificati nella cornice narrativa del ‘rischio’ e della ‘minaccia’ di più appetibile notiziabilità.

La questione migratoria, già in sé divisiva in relazione alla scelta di postura mentale, è tanto più penalizzata da quello che il noto sociologo Mario Morcellini definisce “il tarlo della modernità e il punto critico dei media” ossia “il potere che questi hanno rispetto alla realtà”, favorendo lo sviluppo della distanza tra mondo reale e mondo rappresentato. Dall’ottica emergenziale e sensazionalistica scaturiscono così semplificazioni che, trasmesse all’opinione pubblica, alterano notevolmente il dibattito pubblico e la pacifica gestione delle relazioni con l’Altro concorrendo a creare uno spazio pubblico esacerbato.

Tra le estati 2018 e 2019 è indubbiamente trascorso un annus horribilis per l’immigrazione, con ben due ‘decreti sicurezza’, immediatamente convertiti in legge, che hanno colpito sia gli immigrati già presenti in Italia, il primo, sia quelli diretti verso il Paese, il secondo. Sappiamo quanto la comunicazione politica ha insistito sugli arrivi via mare dei richiedenti asilo, riproponendo la retorica dell’invasione, malgrado i dati dimostrano tutt’altro. Racconta Mario Morcone, Direttore del CIR (Consiglio Italiano per i Rifugiati) che l’Italia è stata attraversata da una febbre sovranista e velleitaria che ha determinato nell’ultimo anno un clima cupo e frustrante mediante il risorgere di nazionalismi che ci hanno abituato a convincimenti e comportamenti distorti a causa della manipolazione mediatica, in buona o cattiva fede che fosse: «una politica feroce e carica di pregiudizi non solo verso le persone immigrate ma anche verso chi si occupa di loro.

I decreti sicurezza 1 e 2 con l’abolizione della protezione umanitaria, il taglio dei servizi nell’accoglienza, l’allungamento dei tempi di trattenimento nei CPR, la riduzione del numero di coloro che hanno titolo all’ingresso negli SPRAR, la stretta sulla cittadinanza e complessivamente una guerra al no-profit e al terzo settore sono state le bandiere dell’orgoglio sovranista. Ma ancora di più la presunta e declamata chiusura dei porti e la vicenda paradossale della nave Diciotti della Guardia Costiera hanno di fatto confezionato quella politica della sofferenza che è stata immaginata come argine alle partenze dal Nord Africa. Tutto questo è stato condito da un linguaggio aggressivo e a volte di odio teso a costruire culture di inimicizia, a contrastare la connessione sociale determinando danni che sarà difficile riparare».

Marazziti: evitare che gli italiani virino verso la paura
Occorre evitare il punto di non ritorno di una mutazione genetica, avverte Mario Marazziti, autore del recente volume Porte aperte. Viaggio nell’Italia che non ha paura (Piemme-Mondadori, Milano 2019, pp. 380, € 18,90).

Intorno alle migrazioni si sta giocando la scommessa di una mutazione genetica degli italiani, che non è ancora avvenuta, anche se ci sono segnali. «Gli italiani – racconta Marazziti presidente del Comitato per i Diritti Umani e poi della Commissione Affari Sociali della Camera dal 2013 al 2018, promotore e primo firmatario della legge di cittadinanza per i bambini immigrati (ius soli e ius culturae) - erano favorevoli in maggioranza, ancora due anni fa, a una legge che dava dignità e cittadinanza ai bambini nati in Italia, figli di immigrati, e ai giovani stranieri che studiano e si diplomano in Italia, perché era un modo in cui la legge riconosceva quanto è già avvenuto e già è vero nelle scuole, nella società e nelle nostre famiglie. Già approvata alla Camera nel 2015, per calcoli sbagliati, mancanza di coraggio e di visione politica non è mai stata approvata definitivamente. Le leggi hanno anche una valenza culturale, aiutano a consolidare i sentimenti di un popolo. E quella occasione è stata sprecata. Oggi, a così poca distanza di tempo, tanti sono turbati invece anche da un solo immigrato in più. Molti non sanno come resistere a una rappresentazione che attribuisce ai profughi e agli immigrati, o all’altro da sé indistinto, la responsabilità di tutti i disagi. Una società dove il presentismo, ma anche ‘godersela finché si può’ senza pensare a domani ‘tanto non c’è niente da fare’, pretende di essere la maggioranza del Paese, mentre anche chi la pensa diversamente si muove in ordine sparso».

Il questionario agli studenti
In tal senso, appare assai prezioso il Questionario proposto a degli studenti di Roma ideato e condotto Michele Bononi e Gian Matteo Sabatino, presente in Appendice nel volume curato da Tiziana Grassi. Dalle risposte emergono, nella maggioranza dei casi, tre elementi fondamentali per definire chi è veramente italiano, sia per quanto riguarda se stessi che per quanto riguarda gli altri: sapere l’italiano, essere nato in Italia e vivere in Italia.

Crescere ragazzi di origine non italiana assieme agli italiani nelle scuole (uno su dieci è non italiano nelle classi), senza riconoscere loro il diritto di acquisire la cittadinanza, significa mortificare il processo d’integrazione. Ragazzi che studiano con i loro compagni italiani, ne parlano la lingua, hanno passioni e gusti simili, pensano il loro futuro in Italia, pur non essendo cittadini italiani. È importante la ripresa dell’iter parlamentare della legge sull’acquisizione della cittadinanza da parte dei minori, sotto la forma dello ius culturae. Se approvata, porterà alla cittadinanza 800mila giovani, che vivono in Italia da anni, di cui 166mila studenti. La prospettiva è un’integrazione efficace per evitare ghettizzazioni, mondi a parte. L’integrazione è garanzia per tutti, italiani e non italiani.