“Pensavamo di morire”. Un migrante racconta il suo viaggio nella paura

Pubblichiamo la testimonianza di Karamoko Fofana da “Se il mare finisce”: il libro viene presentato al Premio dei diari di Pieve Santo Stefano

“Pensavamo di morire”. Un migrante racconta il suo viaggio nella paura
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31 Agosto 2019 - 16.16


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Il viaggio nella paura incessante e nel pericolo dalla Costa d’Avorio all’Italia perché, in ogni momento, si può essere rapinati, malmenati, uccisi, e in mare si rischia di naufragare a ogni miglio. Tramite il premio Pieve 2019 dell’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano (Arezzo) pubblichiamo parte di un racconto scritto da Karamoko Fofana: nato nel 1989, sarto, i genitori morti, i fratellli in condizioni economiche difficilissime, la guerra civile, Fofana ha lasciato la Costa d’Avorio il 16 novembre 1989 per tentate una via di salvezza. Il deserto, la Libia, i trafficanti … salvato in mare da una nave spagnola, sbarcato a Palermo, Karamoko a Godiasco Salice Terme, vicino a Pavia, ha studiato alla scuola media e ora lavora come sarto.

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Il racconto è inserito nel libro di testimonianze dirette di chi migra: “Se il mare finisce. Racconti multimediali migranti”, antologia dei racconti finalisti del concorso “Dimmi 2018” (Terre di mezzo, pagine 288, € 14). Il volume, in vendita dal 10 settembre, è curato da Alessandro Triulzi e con postfazione di Cristina Ubah Ali Farah. Il libro viene presentato venerdì 13 settembre nell’ambito del Premio Pieve Saverio Tutino 2019 alle 11 al Teatro Comunale, con Michele Colucci, Alessandro Triulzi, Cristina Ubah Ali Farah, coordina Patrizia Di Luca. La manifestazione sui diari si tiene dal 12 al 15 settembre nella cittadina toscana.

Estratto da “L’equilibrio del mondo” di Karamoko Fofana
Avevamo il dubbio su quel viaggio, avevamo fatto bene a partire per l’Italia? Arriveremo vivi o morti? I lunghi giorni di viaggio in pullman vecchi, le notti senza dormire con la paura di essere rapinati e uccisi, i tanti giorni chiusi in case abbandonate, avevano fatto perdere la speranza di un futuro migliore. […] Tutto questo è durato più di nove giorni, fino a quando una mattina presto sono venuti i trafficanti con un pickup a prenderci. Loro sono venuti con dei bidoni di acqua e hanno dato a ognuno di noi due bottiglie da circa due litri che abbiamo appoggiato sulle spalle. Noi eravamo circa venti persone sul pickup aperto, insieme ai bidoni di acqua. Avevamo una protezione per la testa e occhiali di plastica durante il viaggio per la sabbia che si alzava quando la macchina andava. Davanti nella cabina c’erano il trafficante che guidava e due persone che noi non conosciamo. Tutti due avevano pistola e fucile. Il pickup era accompagnato da due persone su moto che andavano avanti per vedere se la strada era libera e senza militari francesi.

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Il giorno dopo siamo arrivati in un accampamento in mezzo al deserto, un piccolo villaggio, Siguidime, che serviva come base ai trafficanti in viaggio verso la Libia. […]

La settimana dopo di notte ci hanno fatto salire su dei camion per portarci al barcone. Era il 12 dicembre. Al buio abbiamo visto che il barcone non era nuovo e che i soldi pagati in più erano solo per guadagnare altri soldi. Il barcone era un gommone e ci siamo saliti con il mare agitato. Qualcuno di noi ha rifiutato di salire, ma molti hanno pensato come me: in Libia si muore, in mare forse riusciamo a passare. Sul gommone eravamo più di 120 migranti con due bidoni di gasolio. Il guidatore aveva un telefono per parlare con i trafficanti. A noi avevano fatto togliere le scarpe e le cinture per non fare danni al gommone.

Siamo partiti. La mattina eravamo in mezzo al mare e qualcuno stava male. Faceva tanto freddo. Tanti si lamentavano perché eravamo molto stretti e non si potevano muovere le gambe da tante ore. Il legno del pavimento era un poco rotto e faceva entrare un poco di acqua. Noi avevamo delle bottiglie di acqua vuote per buttare fuori l’acqua che entrava. Il mare era sempre agitato. Per non consumare gasolio il guidatore ha spento il motore e il gommone ha cominciato a muoversi tanto. Tutti ormai pensavano di essere morti, ma nessuno aveva il coraggio di dirlo. Il guidatore ha cercato di telefonare ai trafficanti per dire che ci eravamo persi, ma il telefono non funzionava. Allora ha acceso di nuovo il motore per tenere il gommone più fermo. Dopo tante ore abbiamo visto un aereo che girava sopra di noi e abbiamo cominciato a gridare aiuto.

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