Quell’anno indimenticabile in classe con la prof di lettere

Con “La professoressa Da Ros” Paolo Del Conte mette in forma di racconti i giorni lontani della scuola. E ci parla di scrittori, poeti e musicisti che ama

Una scena con Silvio Orlando da “La scuola”, film di Daniele Luchetti del 1995

Una scena con Silvio Orlando da “La scuola”, film di Daniele Luchetti del 1995

redazione 8 agosto 2019
di Rock Reynolds

Esordire a sessant’anni suonati non è cosa da tutti. D’accordo, le limitazioni anagrafiche oggi non hanno più molto senso e passione e voglia di raccontarsi scavalcano ogni ostacolo. Così, un professore di lettere andato in pensione prende di nuovo in mano gli strumenti a lungo padroneggiati e insegnati ai suoi allievi per dare alle stampe un libro accalorato, interessante e pure divertente.
Quell’insegnante è Paolo Del Conte e La professoressa Da Ros (Oltre Edizioni, pagg 202, euro 16) è una sua raccolta di racconti legati dal filo rosso del ricordo, in qualche maniera dalla nostalgia per i giorni lontani della scuola, per la scoperta di quel mondo che i giovani adolescenti agognano e che spesso finisce per deludere le attese o, addirittura, per tradire le aspettative create dagli adulti. L’autore è un “esordiente”, appunto: Del Conte, docente in pensione con un passato da musicista semi-professionista che avrebbe potuto proiettarlo verso vette di una certa popolarità se le idiosincrasie dell’ambiente dello spettacolo e certe sue bassezze umane non gli avessero fatto prendere la decisione di trasferirsi in campagna e di concentrarsi sulla famiglia, un moderno Quinto Fabio Massimo senza alcun slancio guerresco, fortunatamente. Del Conte, prima di affrontare la via oscura della pagina vuota, ha letto tanto e, soprattutto, ha suonato tanto, prestando la sua chitarra acustica a un paio di ottimi dischi di Lucio Dalla, a un tour trionfale di Ron e a diversi altri nomi di primo piano della scena cantautorale italiana sul finire degli anni Settanta e nei primi anni Ottanta.
Anche se ne La professoressa Da Ros – in bilico tra romanzo di formazione e romanzo storico per la scelta dei temi trattati – non si parla praticamente mai di musica, le pagine sono permeate dagli ultimi vagiti (o, forse, erano rantoli) della controcultura di fine anni Sessanta che tanto deve alla forza creativa dei grandi musicisti americani di quegli anni e del loro impatto sulla società a stelle e strisce, prima, ed europea, in un secondo momento.
A chi non è capitato di incontrare un vecchio compagno di scuola, magari perso di vista da anni, e di ritrovarsi a chiacchierare immediatamente di qualche marachella combinata in classe, come se il tempo non si fosse mai fermato? È esattamente quello che accade nel libro di Del Conte, con l’episodio centrale, una sorta di spina dorsale di questa raccolta, rappresentato dal racconto di quando i protagonisti, tra cui evidentemente lo stesso autore, hanno bigiato la scuola per ritrovarsi nel bel mezzo di una accesa manifestazione di piazza, nella Milano degli anni di piombo. Un momento di crescita, di catarsi, di ribellione, ma pure uno spartiacque ideale tra il prima e il dopo, filtrato dallo stile non convenzionale di Paolo Del Conte, un esordiente non più di primissimo pelo ma certamente da tenere d’occhio. Anche le sue risposte non sono banali.

Ci racconti come è nato questo libro.
Il libro nasce dal desiderio di raccontare, dopo tanti anni, una fuga da scuola collettiva, che ha reso davvero indimenticabile quell’anno scolastico e quella professoressa di Lettere del ginnasio. Sentivo una specie di spinta a mettere su carta quello di cui ogni tanto si parlava tra compagni di scuola, a dire il vero più nell’età matura che da giovani, quando tutto scorre così in fretta che non c’è tempo per celebrare nulla: da ragazzi infatti si va avanti dove porta la corrente per vedere cosa c’è dietro la prossima ansa del fiume, non ci si volta indietro. Da grandi la prospettiva cambia e “il rimembrar delle passate cose” è più naturale, diventa quasi un’esigenza. Poi mi sono reso conto che scrivere mi piaceva, che le storie prendevano forma con scorrevolezza, che mi sentivo coinvolto dai miei stessi personaggi e dalle loro vite. Mi sono detto: va bene così, scrivi. E sono venuti fuori diversi racconti. Quelli che sono stati pubblicati sul libro La professoressa Da Ros hanno come filo conduttore le relazioni che si instaurano durante gli anni della scuola e che rimangono indelebili a dispetto del tempo; gli altri, che potrei proporre all’editore in seguito, trattano temi di varia natura, e magari li realizzerò sotto forma di romanzo.
L’idea di trovare un raccordo tra i diversi racconti come le è venuta?
Inizialmente più che un’idea è stato un suggerimento in quanto da noi in Italia sembra non ci sia un pubblico appassionato ai racconti tout court, quindi un paio di amici mi hanno consigliato di pensare a un filo conduttore che tenesse insieme le storie che avevo scritto. A me è venuto in mente che avrei potuto utilizzare un mio scritto che si prestava ad introdurre le altre storie. Mentre lavoravo a questo progetto mi sono reso conto che il racconto che stavo utilizzando si poteva davvero sviluppare e modificare via via con l’inserimento degli altri racconti, così da formare un elemento di raccordo. L'idea è piaciuta a Diego Zandel, editor e responsabile della collana “Narrazioni” della casa editrice, e si è arrivati alla pubblicazione.
Lei ha fatto musica e ora fa letteratura. Cosa le manca della musica quando scrive e cosa le manca dello scrivere quando fa musica?
Non mi manca niente. Quando scrivi o leggi sei solo. La compagnia dei protagonisti dei libri è comunque una tua proiezione. Per quanto si possa entrare in contatto con mille mondi differenti, tutto avviene in solitudine. Quando fai musica, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, c’è una condivisione reale con altre persone, ma anche suonando da solo c’è un'interazione tra te e il tuo strumento che non è inanimato, non è solo un medium. Le mie chitarre acustiche sono vive: cantano, suonano, parlano, profumano, sono vive. Quello che intendo dire è che sono due ambiti diversi. Lo scrivere è una traversata in solitaria e, se fai questa scelta, in quei momenti non ti manca condividere la tua creatività con qualcun altro. Suonare è uno scambio tra te e altri musicisti o tra te e il tuo strumento, non può mancarti l’essere da solo.
Qual è l’universo letterario e culturale che l’ha formata?
Questa è la domanda più difficile. Per diversi motivi, ma il principale è che mi risulta impossibile riandare con la memoria a tutti i grandi scrittori che hanno contribuito a formare la persona che sono oggi. Dai grandi classici agli autori più sconosciuti potrei citarne tantissimi, ma, per sintetizzare, ho amato particolarmente Pavese, Fenoglio, Morante, Hemingway, Steinbeck, Kerouac, per arrivare ai contemporanei Andrea De Carlo, Silvia Ballestra, Joyce Carol Oates, molti minimalisti americani tra i quali la mia preferita resta Susan Minot e infine un autore che mi piace moltissimo: James Frey. Ma so di fare torto a una schiera di scrittori e poeti che mi è impossibile citare in questa sede (Spero che Petrarca, Leopardi, Emily Dickinson, Ungaretti, Quasimodo, Saba, Montale e… mi perdonino).
Da ex-insegnante, se dovesse spingere un suo allievo a leggere il suo libro, cosa gli direbbe?
Gli consiglierei di aprirlo con l’intento di non pensare che l’ha scritto il suo professore. Poi, se va bene, saranno le pagine ad aiutarlo in tal senso fino alla fine del libro.
Cosa la attrae delle storie e del mondo degli scrittori americani minimalisti e cosa pensa si sia perso di quell’America?
Di quelle storie mi coinvolge il fatto che narrano di un mondo reale, senza artifici, che può essere duro, difficile e complicato, ma che comunque è sempre vero. Ho avuto la fortuna nell’arco di oltre quarant’anni di girare parecchio negli Stati Uniti e nei miei viaggi ho sempre desiderato vedere l’America vera, lontana dagli stereotipi che vengono proposti ai turisti, che magari credono di aver visto chissà che solo per essere stati a New York o Los Angeles. L’America è ben altro, e quei racconti aiutano a comprenderla meglio. Non so con precisione cosa si sia perso di quell’America, ma sono certo che in generale nel mondo occidentale ci sia una forte carenza di valori, di ideali. Questo vuoto ha alimentato il senso di solitudine tra molti giovani e la mancanza di punti di riferimento viene riempita dal desiderio di accumulare denaro e oggetti, di ispirarsi a vite patinate e fasulle che inevitabilmente portano a grandi frustrazioni, a nevrosi e patologie che possono sfociare nei massacri di cui leggiamo ormai quasi ogni giorno in un paese in cui le armi sono alla portata di tutti. E che una volta non era così. Basterebbe confrontare le foto dei ragazzi che hanno assistito al concerto di Woodstock cinquanta anni fa con quelle di oggi, per rendersi conto della differenza.
Se dovesse scegliere una colonna sonora per le sue storie, quale sarebbe?
Anche in questo caso la scelta è molto complicata, ma penso che alla fine sceglierei una colonna sonora solo suonata, pertanto l’affiderei alle mani meravigliose di tre grandi chitarristi acustici che sono stati mio modello nella ricerca di sonorità particolari attraverso l’uso delle accordature aperte: Alex De Grassi, Michael Hedges, William Ackerman.