“L’interprete” di Annette Hess non fa sconti alla Germania nazista

Un romanzo esplora i destini di chi partecipò al genocidio e di chi scoprì la tragedia negli anni del boom economico

Annette Hesse, L’interprete, Neri Pozza, nazismo, germania

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redazione 29 giugno 2019
Enzo Verrengia

Le colpe dei nazisti si riversano su tutte le generazioni successive di tedeschi. Tanto da creare specialmente oggi, con l’istituzione dell’unità economica e politica europea, un diffuso e persistente rancore verso Berlino e tutto ciò che vi è connesso.
Ma non è con questo spirito che bisogna affrontare la lettura de L’interprete, di Annette Hess. Qui non si discute per l’ennesima volta dell’olocausto, anche se le ceneri e fumi dei lager aleggiano da un certo punto in poi su ogni riga del romanzo. L’autrice, però, segue un altro filo conduttore, che è quello delle conseguenze sui destini personali di chi partecipò anche senza volerlo o perfino senza esserne consapevole a quel tentativo di genocidio che fece sei milioni di vittime.
Come Eva Bruhns, ventiquattrenne nella Francoforte del 1963, quando la ricostruzione della Germania ha già toccato i livelli del boom commerciale. Tanto che si legge di elettrodomestici, cataloghi di vendite per corrispondenza, trasmissioni televisive e dischi dei Beatles.

Il processo ai criminali nazisti nella serenità postbellica
La ragazza vive con la sua famiglia nell’appartamento che si trova sopra la trattoria gestita dal padre, Ludwig. L’uomo ha l’età di un ex combattente della Wehrmacht, pur avendo evitato la prima linea grazie alla sua abilità di cuoco. Della quale approfittano la stessa Eva, la sorella Annegret, il fratellino Stefan e la moglie Edith per pasteggiare alla grande nel corso delle festività natalizie. Peraltro, si preannuncia un lieto evento. Eva è fidanzata con Jurgern Schoormann, rampollo di un grossista cui succederà alla guida dell’azienda di famiglia.

Peccato che questa serenità postbellica sia incrinata dal processo a un gruppo di criminali nazisti incastrati dalle testimonianze di polacchi a suo tempo prigionieri nei campi di sterminio. Eva vuole fare da interprete alle udienze, malgrado l’opposizione recisa di Jurgen e la contrarietà della famiglia. Di qui in poi, la trama scivola sul binario del thriller psicologico. È fin troppo ovvio che l’intera società tedesca non accetta di autoaccusarsi di un passato ancora prossimo all’inizio degli anni ’60. Inoltre, del collegio accusatorio fa parte David Miller, ebreo canadese che ha un contro personale da regolare con gli aguzzini alla sbarra.
Così L’interprete scorre fra diverse sottotrame, non escluso il segreto indicibile di Annegret, che fa l’infermiera in un reparto di neonatologia dove troppi bambini soffrono di disturbi su cui indagare.

Una nazione divisa in due
Dal Natale alla primavera, la Francoforte splendidamente narrata da Annette Hess si dischiude quale perfetta miniatura di una nazione ancora divisa in due, e tuttavia accomunata dalla presunzione di impunità rispetto ai propri trascorsi. L’autrice non fa sconti in proposito e riversa in Eva l’indignazione che si accompagna ad ogni successiva scoperta di verità allucinate e allucinanti.
Eppure, il suo rapporto con Jurgen, che sembra destinato a precipitare nell’abisso di tanti malefici dissepolti, acquista gradualmente una forza di redenzione. Forse perché il giovane rampollo ha anche lui un bisogno di assoluzione. Infatti, prima di conoscere Eva voleva prendere i voti da pastore protestante.
L’interprete non va esaurito al primo passaggio. Meglio riprenderlo dall’inizio e riconsiderarlo col senno della conoscenza già acquisita sui materiali che contiene.

Annette Hesse, L’interprete (Neri Pozza, tr. di C. Ujka, pp. 320, Euro 18,00)