L'invasione aliena di Wells che Orson Welles trasformò in "fake news"

Pubblichiamo un brano dal romanzo “La guerra dei mondi” riunito in un volume con il programma radio che terrorizzò gli Usa nel 1938

Un’immagine della “Guerra dei mondi” dopo il programma di Orson Welles

Un’immagine della “Guerra dei mondi” dopo il programma di Orson Welles

redazione 23 gennaio 2019
Il 30 ottobre 1938 Orson Wells e la radio Cbs di New York gettarono nel panico milioni di americani annunciando un’invasione extraterrestre sul pianeta Terra con un programma storico: La Guerra dei Mondi, tratta dall’omonimo romanzo di Herbert George Wells pubblicato nel 1897. Allora fu un’operazione intellettuale e di genio, oggi ricorda quante conseguenze possono avere le cosiddette fake news.
L’associazione culturale e casa editrice fiorentina Tessere, diretta da Daniele Pugliese, ha raccolto in un volume il romanzo e il testo radiofonico sotto un unico titolo, "W W W W, Wars of Worlds of Wells and Welles" (Tessere, 2018, pp. 240, € 18,00, anche in ebook, traduzione di Filippo Luti e Alessandra Gasparotti, prefazione di Daniele Pugliese, immagini a cura di Gian Luca Corradi). Arricchiscono il volume uno scritto di Marco Ciardi, docente di Storia della scienza e della tecnica all’Università di Bologna, e di Enrico Menduni, professore all’Università Roma Tre.
Le quattro w “stanno a metà strada fra le tre del web – scrive l’associazione - pronto a dar credito a qualunque cosa venga pubblicata, e le cinque w della regola basilare del giornalismo serio – Who, Where, When, What and Why – chi, dove, quando, cosa e perché”. Su concessione dell’editore pubblichiamo un estratto dal capitolo 24 del romanzo, “L’Uomo della Provvidenza”


H. G. Wells, capitolo 24. L’Uomo della Provvidenza

Trascorsi la notte in una locanda abbandonata in cima a Putney, dormendo per la prima volta in un letto da quando lasciai Leatherhead. Non mi dilungherò nel riferire delle inutili fatiche che feci per entrarvi dentro quando poi mi accorsi che la porta principale era appena accostata, maledizione, o di come saccheggiai disperato ogni stanza alla ricerca di briciole, ricavandone solo una crosta mangiucchiata e due scatole d’ananas trovati nella stanza di un servo. Qualche sciacallo era già passato prima di me. Nella zona pranzo trovai anche dei biscotti e dei tramezzini sfuggiti alle razzie. I sandwich neanche con la fame che mi ritrovavo erano commestibili, ma coi primi riuscii a saziarmi e mi ci riempii le tasche con quel che ne avanzò. Non accesi luci per non attirare un marziano in cerca di uno spuntino nei sobborghi londinesi.
Prima di addormentarmi scrutai inquieto i dintorni dalle finestre per controllare che non ci fossero tracce dei mostri. Dormii poco e male. Fui sopraffatto da pensieri tumultuosi, sui quali mi soffermavo con una lucidità di cui non avevo ricordo dall’ultima litigata col curato. Emozioni esplosive e fasi di stordimento si erano alternate nel corso dell’intera giornata, e ora, al buio e con lo stomaco pieno, riuscivo finalmente a pensare lucidamente.
Sulla morte del curato giudicherà il lettore
Su tre cose mi focalizzavo: la morte del curato, dove fossero finiti i mostri invasori e le sorti di mia moglie. Riguardo al povero pretino, non provai rimorso o orrore; la vedevo semplicemente come una cosa lontana anni luce; una memoria sgradevole, ma non fonte di angoscia immediata. Mi vedevo come vittima di una sequenza logico-matematica di eventi scabrosi che mi aveva portato a quell’atto per calcolo del destino. Non sentivo colpa, per quanto non potessi smettere di pensarci. Nel silenzio della notte, quando i sentimenti di angoscia esistenziale e la cognizione di Dio ti assalgono dalle tenebre, mi sottoposi a quell’unico, solitario processo per quell’assurdo olocausto.
Rividi ogni nostro singolo scambio, ogni singolo alterco, ogni singolo schiaffo, da quando lo avevo trovato fra le rovine di Weybridge, del tutto incurante della mia sete. Non riuscimmo mai a collaborare, anche perché il caso e la fortuna non ci vennero incontro. Avrei dovuto abbandonarlo a Halliford. Non avevo previsto quanto sarebbe avvenuto, e un crimine è solo se prevedi e non agisci di conseguenza. Non ci furono testimoni e avrei potuto evitare di raccontare quanto avvenne là. Ma sarei venuto meno al mio dovere nei confronti del lettore, sarà poi lui a giudicare.

Mia moglie e lo spettro del marziano
Quando riuscii a scacciare dalla mia mente l’immagine del suo corpo senza più vita, sopraggiunse l’angoscia e comparvero lo spettro del marziano e il fantasma di mia moglie. Non sapevo cosa pensare: non avevo informazioni precise riguardo a entrambi e potevo solo speculare al limite del delirio. La notte fu completamente occupata da una folle tortura mentale. Sedevo al buio, fissando il vuoto oscuro con occhi sgranati. Arrivai ad augurarmi che il Raggio mortale avesse vaporizzato in un secondo mia moglie, cosicché lei non patisse.
Non avevo mai pregato propriamente dall’inizio della mia fuga. Avevo piuttosto implorato il fato, mugugnato vaghe richieste di aiuto nello stesso modo con cui i pagani per millenni avevano compiuto riti vuoti e superstiziosi. Ora invece stavo pregando con coscienza, con decisione, chiamando Dio dal fondo dell’abisso. Notte assurda! Io, che avevo parlato con Dio tutta la notte, all’alba scivolai fuori dal mio rifugio come un ratto che fugge nell’erba alta, come lui, a ogni istante, esposto al possibile annientamento da parte di esseri superiori insensibili e imperscrutabili. Se questa catastrofe ci ha insegnato qualcosa è quello di cominciare a trattare meglio le nostre bestie.

Completamente solo
Il mattino era dolce e luminoso, col cielo roseo tinteggiato di nuvolette opache a oriente. Nella strada che va dalla collina di Putney fino a Wimbledon si trovavano ovunque tracce del torrente di disperati fuggitivi che era fuoriuscito da Londra quella domenica sera. Scorsi un carretto con l’insegna “Thomas Lobb, droghiere, New Malden”. Aveva una ruota rotta e un baule era abbandonato lì a fianco. Più avanti un cappello giaceva spiaccicato nella mota e in cima a West Hill vidi pezzi di vetro macchiati di sangue fuori da una vasca rovesciata. Mi stavo muovendo senza scopo, senza meta. Pensavo di tornare a Leatherhead, anche se mi sembrava impossibile ritrovarci mia moglie. Di certo, se la morte non li avesse colpiti inaspettatamente, lei e i miei cugini avrebbero avuto la possibilità di fuggire e avrei allora dovuto scoprire dove fossero finiti gli esuli del Surrey. Volevo ritrovare mia moglie, riscoprire lei e il mondo perduto degli uomini, ma non sapevo come fare tutto ciò. Ero completamente solo.
Barcollai per la via, e andai a ripararmi fra gli alberi e i cespugli al confine di Wimbledon.
Il paesaggio oscuro era costellato da sprazzi gialli di ginestra; la gramigna non c’era più e il Sole spuntò facendo risplendere tutto. In una pozzanghera sguazzavano quasi festose delle ranocchie. Le osservai, colpito dalla loro pervicace presenza in mezzo a quell’alterazione ecologica e antropica. All’improvviso, mi sentii io a essere osservato e scorsi qualcosa celato da un cespuglio. Non feci in tempo a girarmi che un uomo balzò verso di me puntandomi contro una baionetta. Mi avvicinai con cautela, mentre lui mi scrutava guardingo.