Da Ebla a Tabucchi, viaggi nell'anima da leggere per il 2019

Suggerimenti d'autore per il nuovo anno: da "Lezioni di immortalità" di Flaminia Cruciani a "Lanterna per illusionisti" di Vettori ai bellissimi classici "Fuga da Bisanzio" di Brodskij e "Notturno indiano"

Ebla di cui parla, tra altre cose, "Lezioni di immortalità" di Flaminia Cruciani

Ebla di cui parla, tra altre cose, "Lezioni di immortalità" di Flaminia Cruciani

redazione 3 gennaio 2019
di Alessandro Agostinelli

Entrare nel 2019 con un fagotto di libri può servire a trovare nella lettura ragioni ed emozioni per cui la vita vale la pena di essere vissuta. È troppo meschino questo mondo per non interessarci ai libri. E in questo inizio d’anno, ancora acerbo di novità librarie, conviene portarsi dietro alcuni titoli di un certo peso, che possono aprirvi mondi e speranze. Così ho pensato a un poker, composto da due libri recenti e da due vecchi ma per me già classici.

L'archeologia narrata con poesia da Flaminia Cruciani
C’è Flaminia Cruciani col suo Lezioni di immortalità (Mondadori, 2018), un libro che cuce la sostanza eterea e gassosa dell’universo poetico alla pietra screziata e antica del Medio Oriente, culla di civiltà e di promesse. Sì, perché l’archeologia, come la poesia, è una promessa futura di amore per la conoscenza e per la consapevolezza del nostro essere umani. L’archeologia affianca con nuove scoperte del passato chi e che cosa siamo noi nel presente, è una sorta di conferma del noi, di una traccia connettiva che ci rende più vicini al futuro attraverso tradizioni che pensavamo di non avere più o di non aver mai avuto abbastanza. L’archeologia è una specie di ordinatore di emozioni prevalenti nel nostro corpo arcaico, come la poesia è l’ordinatrice massima del sentimento, misurato col linguaggio delle galassie, quella leggerezza nella profondità immensa dell’oscuro che ci riporta alla barbara esperienza della nascita: una maieutica dell’oro e dello scheletro, del pane e della pietra.
Di tutto questo ci parla con fermezza, enfasi ed entusiasmo l’autrice, passando dagli aneddoti di Agatha Christie ai racconti delle rovine di Ebla, da Eliot e l’Orient Express ai torrenti di miele della tradizione alle sensazioni delle mani nella polvere dei deserti, da una risposta taciuta in un seme millenario a una domanda partita da un gruppo di archeologi italiani che fecero l’impresa.

Jazz nei lager con Pierpaolo Vettori
Ci si addentra poi in un romanzo denso e particolare che unisce il jazz ai campi di concentramento nazisti e crea già in questo ossimoro tutta l’inquietudine del Novecento, come fosse una mappa del sublime e dell’orrorifico che quel secolo ci ha imposto o regalato. Si intitola Lanterna per illusionisti (Bompiani, 2018) ed è opera del fabbro-scrittore Pierpaolo Vettori che è riuscito già nel “montaggio” della storia a dare un’alternanza rigogliosa tra passato prossimo e passato remoto, o meglio tra il senso di un presente ancora legato a certe ridondanze degli anni Ottanta e a un passato che agisce ancora nella memoria attraverso la eco immensa della sua tragedia, cioè l’olocausto della seconda guerra mondiale, il tentativo di “soluzione finale” nei lager nazisti.
In questo libro c’è un certo Maximilian Loew che produce una musica vitale e brillante e ne evoca poi i fasti nelle memorie avvizzite di prigionieri deprivati di ogni desiderio, ma non della capacità di immaginare qualcosa di un altrove così cocente come è la musica jazz che può incendiare un’adolescenza o una camerata di lager. La storia ci conduce per mano attraverso ciò che la follia nazista ha fatto alle menti di giovani generazioni di tedeschi: nella costante erosione del concetto di dubbio il nazismo agisce in questo romanzo come un illusionista, un mago delle forze del male che toglie bellezza e pudore alle storie d’amore di ragazzi-umani allo stato nascente e ne limita, circondandole di ghiaccio e ferro le emozioni, fino a pietrificare pure le sensazioni gioiose o intense di amori e gelosie.

Cosa ha potuto fare lo stalinismo a Brodskij
Tornando indietro agli anni Ottanta del Novecento scoviamo nella libreria forse l’opera più preziosa del premio Nobel Josif Brodskij, Fuga Da Bisanzio (Adelphi, 1986). Nato a Leningrado e morto a Venezia, dove è sepolto sull’isola di San Michele, in una piccola tomba dove costantemente vengono lasciati doni, biglietti, piccole pietre, fiori, Brodksij è stato un poeta intenso, ma di più è stato uno scrittore “autobiografico” immenso. Proprio questo libro ci racconta cosa possa fare una dittatura (in questo caso il comunismo sovietico e lo stalinismo) a un bambino e poi a un’artista, esiliato in Siberia, in un campo di lavoro, perché incline a disobbedire o comunque non integrarsi in una società rigida e scontrosa che non accetta i ripetuti “no” di un uomo libero, né le parole di uno spirito poetico. Ma il libro ci racconta non soltanto di vicende biografiche legate a doppio filo con la grande storia, ma anche di momenti e accadimenti storici antichi, del senso della Russia per il cristianesimo e del rapporto tra ortodossi e musulmani, tra romani e orientali, tra Islam e terrore. Un grande affresco culturale della nostra civiltà.

Viaggio nei sentimenti con "l'indiano" Tabucchi
Con un altro passo indietro arriviamo ad Antonio Tabucchi e al suo Notturno Indiano (Sellerio, 1984), novella surreale e realisticamente magica, apologo filosofico sul doppio, leggero carnet di viaggio con appunti sull’educazione dei sentimenti umani. In questa storia lo scrittore di Sostiene Pereira condisce in sintesi tutta l’architettura etica e narrativa dei suoi lavori successivi, come fosse una pietra filosofale da cui rinnovare ogni volta la materia dei proprio racconti. E per il lettore esso è un libretto di rara intensità, arrivando a figurarsi nella lettura di essere pure noi in India insieme al protagonista del libro, sulle tracce di un’investigazione che irretisce e al tempo stesso distoglie dal senso della storia. Una lettura da non mancare.