Joan Sales: noi, i vinti dai franchisti nella guerra civile

Pubblichiamo un brano da “Incerta gloria”, romanzo dello scrittore catalano sul conflitto del 1936-39 in Spagna ora in italiano per Nottetempo

Joan Sales: noi, i vinti dai franchisti nella guerra civile
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15 Dicembre 2018 - 17.24


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La Guerra civile spagnola resta una ferita non del tutto rimarginata. La vinsero nel 1939 dopo tre anni dai franchisti spalleggiati da nazisti e fascisti che ne fecero un banco di prova e di sangue per l’assalto all’Europa mentre né l’Europa né l’Unione Sovietica di Stalin spalleggiarono a dovere i repubblicani. Desta allarme come i dichiarati franchisti di Vox abbiano avuto voti sufficienti da entrare nel parlamento dell’Andalusia. Induce a riflettere su quella guerra, andando come giusto oltre la cronaca e il fatto storico, “Incerta gloria” di Joan Sales (Nottetempo, traduzione di Amaranta Sbardella, pp. 608, € 28), romanzo in catalano reputato un capolavoro del XX secolo.

Joan Sales (1912-1983), barcellonese, partecipò in prima persona alla Guerra civile e pagò lo scotto con un esilio di nove anni. È stato romanziere, poeta, editore e traduttore. “Incerta gloria” fu tagliato dalla censura franchista nell’edizione del 1956 e uscì integro nel 1971, supera le 900 pagine ed è in quattro parti: l’editore italiano ha per ora tradotto e pubblicato le prime tre.

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Opera vasta, romanzo epico epistolare con tre volontari repubblicani come protagonisti, così riassume la trama l’editore, cui va riconosciuto il merito e il coraggio di aver affrontato una pubblicazione certo non scontata: «Giugno 1937, guerra civile spagnola. I ribelli di Franco hanno attaccato la Seconda Repubblica da quasi un anno, e tutta la Spagna è chiamata alle armi in una lotta tra fratelli destinata alla rovina. Nella retroguardia di Castel de Olivo, sul fronte di Aragona, il tenente Lluís de Brocà ritrova un vecchio amico dei tempi universitari, l’eccentrico Juli Soleràs, e si innamora della Carlana, l’enigmatica vedova del signorotto locale. A Barcellona, però, Lluís ha lasciato una compagna e un figlio piccolo. Non appena questi lo raggiungeranno sul fronte, le tensioni e le passioni tra i tre giovani amici si acuiranno sino a deflagrare». Su concessione di Nottetempo, pubblichiamo un brano dalla «parte III, memorie di Cruells», pp. 580-590.

Noi, i vinti, compatiamo i vincitori

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I più degni di compassione sono sempre i vincitori, chiunque essi siano. “Compatisco di cuore chi si ritroverà la vittoria tra le mani,” era solito dire (Soleràs, NdT). Quanto ai vinti, i vinti di tutti i secoli e di tutte le cause, è la loro stessa sconfitta a redimerli. Hanno provato la sete di gloria – è questo, e nient’altro che questo, ciò che spinge gli uomini a crocefiggersi –, la sete di grandi gesta, eroiche, assolute. Hanno scritto sulla sabbia, e il vento dei secoli ha cancellato completamente le loro parole, la memoria degli uomini sembra averli dimenticati quasi non fossero mai esistiti, però “qualunque peccato sarà perdonato, tranne la bestemmia contro lo Spirito”, e qualsiasi uomo che si faccia crocefiggere in nome di una causa che ritiene giusta non proclama forse lo Spirito? Nessuno mette a rischio la propria vita se non crede in qualcosa per cui valga la pena morire, e questo qualcosa che potrà mai essere, se non lo Spirito? Lui ha scritto sulla sabbia e Lui si è fatto crocefiggere. E tu, vinto, chiunque tu sia, non devi far altro che alzare gli occhi per vederLo come Lo vedemmo noi in quegli ultimi giorni, i giorni incoerenti delle nostre ultime disfatte, quando corpi d’armata, polverizzati dall’artiglieria, dai carri armati e dall’Aviazione, dovevano intraprendere marce interminabili lasciando dietro di sé una scia di morti, di moribondi, di malati, di ritardatari, che non ne potevano più dalla fatica. Spesso, nell’ora del tramonto, sulla vetta che si stagliava all’orizzonte, in mezzo alle sagome dei soldati chini sotto il peso dei fucili mitragliatori, mi sembrava di scorgere il Suo profilo che si stagliava contro il cielo del crepuscolo. Piegato pure Lui sotto un peso, quello della croce, camminava davanti a noi, vinti tra i vinti, come per indicarci il cammino del fallimento. Solidale con tutti i dolori, tutte le sconfitte, tutte le vergogne. Trascinava i piedi scalzi e sanguinanti, e non sono stato l’unico a vederlo, in quei giorni. Quanti occhi si spalancarono allora per vederlo! Non potrò mai dimenticare quando, finalmente sulle vette dei Pirenei, voltati verso la lunga distesa di paesini e città in fiamme, intonammo il Virolai, un addio alla patria crocefissa che stavamo abbandonando! Tutti, persino gli anarchici, perché in quegli ultimi giorni eravamo mescolati gli uni agli altri nell’indescrivibile caos della disfatta suprema. Sí, Soleràs ci vedeva chiaro, però non considerava che un ideale rimane anche quando trionfa, indipendentemente dalla caricatura che ne venga fatta. Avremmo potuto trionfare, e adesso proveremmo la vergogna di tanti infelici vincitori, ma i nostri ideali rimarrebbero, come sono rimasti i loro. I nostri mezzi sono miserabili, le corde del violino sono fatte di budella di gatto, eppure Bach esiste. L’amore esiste ed è immenso quanto la Grande Fuga, sebbene i nostri mezzi siano così miserabili. E Dio stesso? Non ci è forse apparso come un giovane vincitore risplendente di gloria? Pietà di me… È stato sempre Soleràs, ovviamente – sempre Soleràs! –, a parlarmene a lungo quella notte. “Non sappiamo cosa fosse davvero la crocefissione, i nostri crocefissi non ne rendono affatto l’idea,” mi disse. E aggiunse: “Dio è insopportabile da vedere, nella Sua gloria come nella Sua vergogna”.

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