John Harvey: “Scrivo noir? Certo, pensate a quanta violenza c’è verso le donne”

Lo scrittore pubblica il romanzo “Anestesia letale”, ambientato a Nottingham, e tra i suoi riferimenti cita Hemingway, Virginia Woolf e Sillitoe. La Brexit? “Pessima”

Nottingham

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redazione 2 dicembre 2018

Rock Reynolds
Tema più misterioso e impalpabile del successo non è mai stato affrontato, con la possibile esclusione delle domande sul senso della vita. John Harvey, londinese, classe 1938, ha avuto un indiscutibile seguito in patria e, soprattutto, nel mondo anglofono. Riconosciuto e pluripremiato maestro del noir internazionale, declinato nelle sue sfumature più fosche, ha creato almeno due personaggi memorabili nell’universo del genere, protagonisti di altrettante serie: Charlie Resnick e Frank Elder, della polizia metropolitana di Nottingham. Si diceva del mistero del successo: malgrado la grande popolarità di John Harvey nel Regno Unito, in Italia i suoi romanzi sono sempre rimasti confinati a uno zoccolo duro di super-appassionati.
Anche per questo, Anestesia letale (Oltre Edizioni, traduzione di Seba Pezzani, pagg 420, euro 16) merita grande attenzione. Si tratta di un notevolissimo episodio della saga di Resnick, il personaggio più celebrato che sia uscito dalla penna di Harvey. Questa volta, lo scorbutico poliziotto è alle prese con una serie di delitti raccapriccianti che ruotano intorno a un ospedale di Nottingham. Ancora una volta, John Harvey fa centro, sfruttando il romanzo di genere per regalarci uno spaccato della società inglese moderna, con le sue contraddizioni e le sue miserie, concentrandosi sulle tonalità grigie delle Midlands, una zona industriale spesso teatro di crisi occupazionali e valoriali di grande impatto.
In cura da diversi mesi, sembra che l’uscita di Anestesia letale in Italia proprio in questo momento sia un modo per esorcizzare la malattia. Lo spirito molto britannico e decisamente caustico di Harvey permea le sue risposte senza sorprendermi. Da quando lo conosco, la banalità non lo ha mai lontanamente sfiorato.
È mai stato in un ospedale simile a quello in cui si svolge la vicenda di "Anestesia letale"?
Vuole scherzare! È quasi un anno che faccio dentro e fuori dall’ospedale per le cure contro il tumore alla prostata di cui soffro! Ma, nel periodo in cui ho studiato all’università di Nottingham, spesso percorrevo il ponte pedonale coperto che collega la città e l’ospedale al campus universitario e, quando ho scritto Anestesia letale, ho capito che quel sovrappasso sarebbe stato il posto ideale per un’aggressione improvvisa e ne ho, dunque, riproposto alcune delle caratteristiche più inquietanti.
Lei dice spesso che da qui nessuno esce vivo. È per questo che l’atmosfera dominante di quasi tutti i suoi romanzi è così cupa?
Diciamo che si muore tutti: alcuni più lentamente degli altri. Ma basta guardarsi intorno. Per esempio, basta osservare quello che popoli e nazioni si fanno reciprocamente. L’ascesa del populismo di estrema destra. E, nella sfera individuale, il livello raggiunto dalla violenza domestica, il trattamento riservato in molti paesi alle donne. Sono tutte cose che contribuiscono a creare l’atmosfera nella quale viviamo e scriviamo: cerco solo di essere realistico nella mia rappresentazione del mondo.
Lei è di Londra, ma i suoi romanzi sono ambientati a Nottingham. Come mai?
Ho vissuto a Nottingham per la prima volta tra i venti e i venticinque anni di età circa, un periodo fondamentale nella crescita di una persona, e poi ci ho trascorso due periodi lunghi per un totale di una trentina d’anni. Ho studiato a Nottingham, conseguendovi un master in Studi Americani e ci abitavo quando ho scritto il mio primo romanzo della serie di Charlie Resnick. Siccome ero alla ricerca di un luogo e una realtà riconoscibili per la storia che avevo in mente, Nottingham si è immediatamente prestata come soluzione ideale. Sono pure stato influenzato da altri autori che avevano scritto di quella zona, nella fattispecie D.H. Lawrence e, in seguito, Alan Sillitoe.
Resnick è al tempo stesso sconfortato e resiliente. Cosa lo rende tanto ostinato?
Be’, credo che abbia la convinzione di poter migliorare le cose, nel suo piccolo, se riesce a restare fedele a ciò che lui intimamente è convinto sia giusto. E trova qualche soddisfazione nelle cose piccole della vita, per esempio un sandwich ben fatto o una delle scale astratte di Monk sul pianoforte. Sono quelle le cose che danno un lumicino di speranza, per quanto effimero, alla vita.
Lei è universalmente considerato un autore di genere, ma la sua scrittura ha un che di classico. Quali sono state le sue letture quando ha mosso i primi passi da scrittore?
Non credo che sia tanto difficile per un autore di noir scrivere con uno stile classico, quale che sia la definizione di tale stile. Il fatto è che traggo maggior piacere da quelle che a me sembrano frasi equilibrate che non da altri aspetti della scrittura. Un critico francese, Lionel Germain del blog Black Libelle, di recente ha detto questo di una mia raccolta di racconti: “Le armonie sono spesso in tonalità minore, ma la prosa di John Harvey è di prima magnitudine”. Sono parole che hanno significato tanto per me. Sono felicissimo di essere conosciuto come autore di noir, perché è quella l’area in cui ho sostanzialmente deciso di muovermi, ma, forse, preferisco essere semplicemente conosciuto come “un autore”.
Ma cosa c’è di tanto affascinante nel genere noir? E c’è qualche autore di genere che le piace particolarmente?
Cosa c’è di affascinante? Ti dà una struttura all’interno della quale costruire una storia compatta e credibile e ti consente di creare quelle che io spero siano figure riconoscibili, figure che vivono e interagiscono in una città e in una società autentiche. L’autore che ho letto tanto prima di iniziare a scrivere che continuo a leggere e che spero possa essere considerato una mia influenza è Hemingway. Anzi, lo leggo ogni volta che mi accingo a scrivere qualcosa di nuovo. Ho riletto tanto anche Virginia Woolf. Quanto agli autori di genere, che ho letto soprattutto quando è cominciata la saga di Resnick, direi William McIlvanney, George V. Higgins, Elmore Leonard. L’autore di genere che tendo a rileggere oggi è Peter Temple, soprattutto Verità e La carità uccide.
Un’ultima domanda, pressoché ineludibile: che ne pensa della Brexit?
Sospetto che, se non si trova un sistema per evitarne gli aspetti peggiori, avrà un pessimo impatto su questo paese, sul piano economico tanto quanto culturale.


 


John Harvey, Anestesia letale, Oltre Edizioni, traduzione di Seba Pezzani, pagg 420, euro 16)