Fuga contro il tempo nell’Italia del 2043: solo fantascienza?

Nel romanzo “La fuga degli insonni” l’esordiente Michele della Rocca disegna con una narrazione serrata un futuro prossimo che sa tanto del presente

Fuga contro il tempo nell’Italia del 2043: solo fantascienza?
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13 Settembre 2018 - 09.55


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Enzo Verrengia

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Finalmente un romanzo italiano la cui trama innesca una corsa contro il tempo. È la prima impressione di lettura che viene da La fuga degli insonni, dell’esordiente romano Michele della Rocca. Ma sì, quella regola delle migliori narrazioni made in USA, dov’è d’obbligo legare tutto quanto accade a una scadenza da rispettare, pena conseguenze pericolose. Perciò i protagonisti di questa variante distopica del futuro prossimo venturo hanno solo tre giorni di tempo per arrivare al porto di Civitavecchia e cercare di sottrarsi a una sorte che diviene sempre più agghiacciante, pagina dopo pagina.
Si è nel settembre del 2043, all’incirca dopodomani. E non nella Los Angeles di Blade Runner o nella Manhattan di Fuga da New York, bensì nella Roma tanto familiare. Solo che qualcosa è cambiato rispetto a oggi. Gran parte della popolazione peninsulare è ridotta allo stato di Larve (con la maiuscola, perché è la denominazione ufficiale adottata dalle autorità sanitarie), ossia giacente nel sonno comatoso provocato dalle mosche Kisser. Neanche troppo lontano dalla realtà attuale, specialmente nell’estate appena trascorsa, per nulla avara di morti dovute a morsi di insetti tutt’altro che innocui.
Nik, il protagonista, si trova con altri internato in una struttura ospedaliera che sa di limbo. Durante una fatidica “riunione operativa”, l’amico Willy informa tutti che: «…abbiamo una scadenza.(…) Fra tre giorni il centro di accoglienza del Gran Sasso non accoglierà più altri ospiti. Temporaneamente, dicono. Fra tre giorni l’Ultima Nave del Programma di Evacuazione salperà da Civitavecchia». Ecco qui il meccanismo del time lock, o scadenza oraria, o corsa contro il tempo.
Michele della Rocca, quindi, si dà subito il compito di guidare il dipanarsi di eventi senza tregua. Che danno modo al lettore di guardare affascinato e insieme trepidante una realtà possibile, fin troppo possibile, in serbo per un Paese già ora infestato da catastrofi quotidiane.
Nik e i suoi devono arrivare a Civitavecchia come in una parodia tragica dell’Odissea. Ma per loro non c’è in attesa Itaca e la dolcezza del ritorno a casa. Picaresco? Forse. O non piuttosto deragliante? Militari divenuti dei Robocop viventi, istituzioni che sono una Tangentopoli 4.0, e la voce disperata di Nik, che sebbene in terza persona, avvince sempre di più in un’empatia della disperazione assoluta.
La fuga degli insonni non è semplicemente la “risposta” italiana agli scenari apocalittici di marca americana. Qui si ritrova il perduto pessimismo visionario di Philip José Farmer in Le rovine della mia mente e l’elegia dell’armageddon di James G. Ballard. Innervati da uno stile che, con le sue olofrasi, i dialoghi sincopati e la frammentazione ritmica dei capoversi restituisce un montaggio digitale, più che televisivo. In corsa contro il tempo per scongiurare che tutto si verifichi sul serio.
Fruttero e Lucentini, storici curatori di “Urania”, sostennero che un disco volante non poteva apparire sopra Lucca. Probabilmente. Però nel libro di Michele della Rocca non ci sono dischi volanti e il suo sfondo fantascientifico è un pretesto per fare della letteratura a chiave sullo stato del presente, alla stregua dei libercoli del Settecento, ritenuti favole utopistiche, quando invece contenevano i prodromi dell’Illuminismo.

Michele della Rocca, La fuga degli insonni (Damiani, pp. 368, Euro 17,00)

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