“La settima lapide” di De Amicis, pagine vere da un poliziotto vero

Un romanzo che delinea in modo perfetto camorristi, avvocaticchi, la realtà del carcere. Scritta da un commissario capo della Polizia penitenziaria

“La settima lapide” di De Amicis, pagine vere da un poliziotto vero
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28 Agosto 2018 - 15.37


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Enzo Verrengia

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Dai libri per l’infanzia al noir spietato, ultraviolento, sanguinario ma appassionato, per adulti, dal crescendo inesorabile, alla Scerbanenco. È lo stupefacente percorso narrativo di Igor De Amicis, commissario capo di Polizia Penitenziaria e adesso autore de La settima lapide, più di un romanzo, più di un reportage del costume criminale contemporaneo in Italia, più di una prova di stile che lascia il segno di una lettura irripetibile. A partire dalla perfetta applicazione della regola elementare della scrittura: scegliere temi, personaggi e ambienti che si conoscono bene.
E La settima lapide, malgrado la varietà delle location, torna sempre allo scenario del carcere, quello in cui ha languito per venti anni Michele Vigilante, detto Tiradritto, camorrista feroce ossessionato dai morti che ha lasciato alle sue spalle e da quelli che deve ancora accumulare.
Il ventre buio di Napoli
Viene liberato per accumulo di giorni che vanno defalcati dalla pena. Questo sembra esporlo immediatamente alle mire omicide di un boss, Giuseppe Notari, detto ‘o Cardinale. Sì, siamo nel ventre di una Napoli per niente oleografica, come in altre serie di successo. Ecco la Babilonia partenopea popolata di una disumanità che è la versione predatrice di quella raffigurata da Jacques Callot nel suo capolavoro pittorico, La fiera dell’Impruneta. Un riferimento culturale che non stride con l’altro, singolarissimo aspetto de La settima lapide. In galera, Michele Vigilante ha beneficiato dell’amore per il libri di tale Pinochet, vecchio capoclan che divora un classico dopo l’altro, compreso Il conte di Montecristo: il rapporto fra i due, infatti, somiglia a quello fra Edmond Dantés e l’abate Faria.
Le parole acquisite dai maestri della letteratura incombono nella mente di Michele Vigilante fino a conferirgli una psicologia molto nobilitata. Con lui, Igor De Amicis non vuole riproporre l’ennesimo clone dei protagonisti di Gomorra. Tiradritto è uno vero. Come vera è la catena di omicidi che accompagnano la sua rimessa in libertà.
Gli ispettori Lopresti e Corrieri pensano si tratti dell’ennesima faida tra bande rivali. Invece tutto risale a una questione privata, fra Michele Vigilante e chi?…
Anche i poliziotti di De Amicis sono delineati con realismo ineccepibile. Corrieri parla della pensione che lo attende di lì a venti mesi, Lopresti intende prodursi in un’indagine esemplare, da segugio.
L’inaspettato motivo
Michele Vigilante scappa da Scampia. Nel quartiere ghetto delle Grandi Vele ha ridotto quasi in fin di vita due scagnozzi de ‘o Cardinale. È diretto a Milano, apparentemente, per poi involarsi verso la Spagna. Sennonché, all’ombra della Madudina c’è da vedersela con la ‘ndrangheta calabrese, che non tollera movimenti sul proprio territorio senza venirne messa al corrente.
Il pericolo per Michele Vigilante però giunge dall’avvocaticchio Umberto De Marco, dei cui servigi si è avvalso in passato. Il leguleo, tossicodipendente, vede in Tiradritto una merce di scambio con i potentati malavitosi interessati a ghermirlo.
Nessuno sospetterebbe il motivo scatenante dell’intera vicenda e l’identità dell’assassino, che ha approntato sette lapidi nel cimitero di San Giuseppe Campano, «una cupa isola di dolore nella provincia di Napoli».

Igor De Amicis, La settima lapide (DeA Planeta, pp. 416, Euro 16,00)

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