Monaco 1938, quel compromesso con Hitler fu nefasto

Robert Harris nel romanzo “Monaco” miscela perfettamente fiction e storia: è sulla conferenza in cui il premier inglese Neville Chamberlain cedette al Führer e non evitò la guerra

Neville Chamberlain e Adolf Hitler a Monaco nel 1938

Neville Chamberlain e Adolf Hitler a Monaco nel 1938

redazione 20 agosto 2018

Enzo Verrengia


Il 29 settembre prossimo ricorreranno gli ottant’anni dalla Conferenza di Monaco del 1938, quando Sir Neville Chamberlain, all’epoca primo ministro inglese, concesse a Hitler di invadere i Sudeti, nel tentativo di evitare una disastrosa guerra mondiale. Questo atto venne in seguito definito appeasement, pacificazione, e fu considerato un cedimento al tiranno nazista, che effettivamente non recedette dai suoi propositi bellici e meno di un anno dopo invase la Polonia, dando inizio al secondo conflitto mondiale.
In realtà, la Conferenza di Monaco durò due giorni, il 29 e il 30 settembre, e la precedettero intrighi e sotterfugi diplomatici sull’orlo del thriller vero e proprio. Così è un’ottima occasione per specularvi in termini narrativi da parte di Robert Harris, lo storico e giornalista inglese passato al romanzo con Fatherland, il suo grande successo del 1992, basato sull’ipotesi alternativa di una vittoria dei tedeschi e di un Hitler ancora vivo nel 1964. Adesso con Monaco, l’autore torna su temi analoghi, ma attenendosi rigorosamente ai fatti.
Trame, amicizie, congiure fallite
È il settembre 1938 e a Londra fervono i preparativi per una guerra che sembra inevitabile e imminente. Nella cerchia ristretta del primo ministro Chamberlain gravita Hugh Legat, giovane diplomatico in carriera, tormentato da una moglie fedifraga, Pamela. Non che quest’ultima giochi un ruolo più che marginale. Il romanzo, infatti, verte sulle complesse manovre in atto al Numero 10 di Downing Street, residenza del premier britannico, per scongiurare le mosse avventate del Führer. In parallelo, la trama segue la congiura ordita a Berlino da un gruppo di tedeschi antinazisti, fra cui Paul Hartmann, già compagno di studi di Legat a Oxford.
Deciso il viaggio di Chamberlain a Monaco, Legat viene contattato nientemeno che da Sir Stewart Menzies, capo del servizio segreto inglese, per l’incarico di verificare la fondatezza di possibili azioni contro Hitler nella stessa cerchia del partito nazista.
Fra Legat e Hartmann c’è un’amicizia che resiste ai divari creati dalla Storia. Perciò i due stabiliranno un contatto nella Monaco decorata di svastiche e altri simboli del potere hitleriano. Non sarà facile per loro aggirare i rigidi controlli delle rispettive delegazioni, pure riusciranno a scambiarsi dati vitali per l’andamento della Conferenza. Hartmann, in particolare, consegnerà a Legat un documento segreto della Cancelleria di Berlino dal quale traspare inequivocabilmente l’intenzione finale di Hitler: la guerra.
La finzione romanzesca apre a profondità incomparabili
Robert Harris miscela con impeccabile accuratezza la realtà di quel fatidico settembre 1938 alle vicissitudini dei suoi protagonisti. Specie quando questi interagiscono con i personaggi storici, sia inglesi che tedeschi. Lo stile privo di cedimenti melodrammatici ma carico di passione ed empatia, trascina i lettori all’indietro nel tempo, verso un punto nodale del XX secolo, le cui conseguenze si scontano ancora oggi.
Monaco è un altro encomiabile esempio di come la finzione romanzesca possa aprire a scenari di incomparabile ampiezza e profondità, ben lontano dall’invadenza minimalista che sta uccidendo un po’ dappertutto la letteratura con la L maiuscola.



Robert Harris, Monaco (Mondadori, traduzione di Aannamaria Raffo, pp. 300, Euro 20,00)