Con Charles Dickens & Wilkie Collins il brivido è assicurato

Ambientato tra Londra e la Svizzera, il romanzo a quattro mani “Senza uscita” scorre come noir o un dramma: è l'800 inglese al suo meglio

Sulle Alpi svizzere

Sulle Alpi svizzere

redazione 9 luglio 2018

Rock Reynolds


Alzi la mano chi non ha mai sperato che due suoi idoli si mettessero insieme per creare qualcosa di ancor più grande nel loro campo. A me è capitato spesso, soprattutto nella musica, e ricordo ancora l’eccitazione e la curiosità, per esempio, quando cinque tra i miei musicisti preferiti – Bob Dylan, George Harrison, Jeff Lynne, Roy Orbison e Tom Petty – formarono una simpatica band estemporanea chiamata Traveling Wilburys. Per carità, nella musica non era certo una scelta inedita (Cream, Crosby, Stills, Nash & Young, Little Village), ma non sempre i sodalizi tra i grandi partoriscono creature fatte e finite.
Non è questo, fortunatamente, il caso di Senza uscita (Nottetempo, traduzione di Marina Premoli, pagg. 249, euro 13), uno splendido – e lasciatemi, per una volta, sottolineare splendido – romanzo scritto in tandem da due amici, due grandi narratori che avevano enorme stima reciproca: Charles Dickens e Wilkie Collins.
A questi due romanzieri inglesi, attivi soprattutto in pieno Romanticismo e nei giorni straordinariamente innovativi della Rivoluzione Industriale, la storia della letteratura ha ascritto grandi meriti, facendoli entrare di diritto nella ristretta cerchia dei maestri del romanzo. A ragione. Wilkie Collins, di una dozzina d’anni più giovane di Dickens, divenne popolarissimo pubblicando una serie di romanzi a puntate, anche grazie alla intercessione dell’amico. Inizialmente dedito alla pittura come il padre, uno stimato paesaggista, Collins colpì Dickens con la sua notevole capacità di creare intrigo e suspense nelle sue storie, al punto da venir considerato un antesignano del giallo inglese e di ispirare gli ultimi romanzi di Dickens, quelli più foschi e votati all’intrigo narrativo. Di Dickens, ovviamente, non serve dire granché.
Fabbriche, rivendicazioni, classe operaia
La stagione che hanno vissuto in Inghilterra è stata uno dei periodi più fertili, con l’avvento delle grandi fabbriche, delle macchine, del lavoro scandito da ritmi via via più stressanti, così come dalle prime rivendicazioni di quella che avrebbe finito per essere chiamata classe operaia e delle prime proteste violente, scandite persino dalla distruzione di macchinari promossa dal movimento luddista. Per di più, l’allora Impero Britannico stava vivendo uno dei suoi momenti di massima espansione, facendo della lingua inglese e della relativa cultura due pilastri del mondo contemporaneo. Tutti elementi che, inevitabilmente, finiscono per impreziosire il paesaggio narrativo di questi due autori.
Uscito originariamente sul numero del Natale 1867 della rivista “All the Year Round”, diretta da Dickens stesso, Senza uscita è frutto di un lavoro collaborativo che, per due autori usi a dare alle stampe romanzi lunghissimi, deve essere stato poco più che un divertissement. Fondato su una struttura da dramma teatrale, con un’alternanza sapiente di momenti quasi comici e situazioni fortemente drammatiche, comunque sempre sostenuto da una magistrale tensione narrativa, Senza uscita consta di quattro atti, con un preludio e un finale: il preludio e il terzo atto sono stati scritti dal solo Dickens, così come Collins ha scritto da solo il secondo atto, mentre il primo e il quarto sono frutto di un lavoro comune.
Il cuore svizzero di Londra
Non tutti sanno che nel cuore di Londra, a Leicester Square, sorge un monumento all’amicizia anglo-svizzera. Pare che la comunità svizzera della capitale britannica ne abbia animato il cuore finanziario da molto tempo. Di certo ne erano consci i due autori, perché nella vicenda fosca e allo stesso tempo non priva di spunti umoristici di Senza uscita la Svizzera svolge un ruolo primario. Ecco come Charles Dickens, nel solco della scuola naturalista dell’Ottocento inglese, descrive il paesaggio della valle alpina in cui si svolge una scena madre: “Benché la luce fosse così tristemente velata, il panorama non era coperto. Giù nella valle del Rodano, sotto di loro, il fiume si poteva seguire in tutte le innumerevoli anse, oppressivamente scuro e solenne nel suo uniforme tono plumbeo, un’incolore desolazione. In lontananza, alti su di loro, ghiacciai e valanghe sospese incombevano sui punti ove dovevano passare tra poco; profondi e oscuri sotto di loro a destra, un precipizio pauroso e un torrente mugghiante; montagne tremende sorgevano a ogni scorcio”.
Ma, trattandosi di una storia dominata dalla suspense, una sorta di noir dunque, non guasterò le attese del lettore.
Basti dire che nasce tutto da un equivoco: una donna lascia la sua creatura in fasce sulla porta dell’Ospedale dei Trovatelli di Londra e, qualche anno dopo, ha un ripensamento e si riprende il bambino che, però, non è quello che lei aveva depositato sui gradini. Il bambino finirà per ereditare una florida società attiva nel commercio dei vini. Ma scoprire casualmente di non essere il vero figlio e di aver in qualche modo usurpato la vita agiata e potenzialmente felice di un altro uomo insinua in lui il tarlo dei sensi di colpa. La sua vita si voterà alla ricerca dell’uomo di cui ha preso il posto. E altri due uomini faranno di questa vicenda uno scontro esistenziale all’ultima… sorpresa.
E qui mi fermo, proprio perché la suspense è assicurata e la qualità narrativa è alta e non è minimamente mia intenzione togliere al lettore la possibilità di gustarsela appieno. Ci sono lettori che trovano ostici i romanzi inglesi ottocenteschi, soprattutto perché lunghissimi e zeppi di divagazioni. Senza uscita non rientra in quel tipo di romanzo. Di pause non ce ne sono proprio perché gli autori hanno puntato a tenere alta la tensione narrativa e a pungolarla con qualche colpo di scena ben assestato. C’è una notevole introspezione che anticipa romanzi considerati più maturi della seconda metà del secolo. Insomma, Senza uscita è un romanzo che fa riflettere, appassiona e diverte.