Maestri lasciati a se stessi. Ma c’è sempre un’altra via

Da "La maestra portava carbone. Quando la scuola diventa cattiva" pubblichiamo l’introduzione di Alex Corlazzoli e un estratto di Giuseppe Maurizio Piscopo

Una classe elementare

Una classe elementare

redazione 29 giugno 2018

I rapporti tra maestro e studente sono cruciali ma spesso chi insegna è gettato allo sbaraglio. Quale rapporto si instaura tra maestri e alunni? Quanto è difficile fare l’insegnante? Perché un insegnante può ritrovarsi in classe senza essere preparato all’incontro – e talvolta scontro – con i ragazzi. "La maestra portava carbone. Quando la scuola diventa cattiva" di Giuseppe Maurizio Piscopo con Salvatore Ferlita e introduzione di Alex Corlazzoli (Edizioni Torri del Vento, Palermo, pp. 47, euro 8) è un libro piccolo eppure ben concentrato. Comprende un racconto d’invenzione e una storia autobiografica (da maestro) di Piscopo, un testo del docente universitario di Letteratura italiana contemporanea a Palermo Salvatore Ferlita, un’introduzione di Alex Corlazzoli. Su gentile concessione dell’editore, pubblichiamo il testo di Corlazzoli e le righe finali di “Storia di Faustina” di Piscopo.


 


di Alex Corlazzoli
C’è un solo momento in cui mi sono sentito fallito come insegnante. Era il primo anno che facevo questo mestiere, nessuno mi aveva insegnato a farlo, nessuno mi aveva fornito gli strumenti psicologici per gestire un bambino quando è iperattivo, quando manifesta momenti di aggressione o quando si chiude in se stesso. Nessuno mi aveva messo nelle condizioni di essere un bravo maestro: non un corso propedeutico, non un periodo di sperimentazione con altri colleghi, nemmeno una sorta di tutoraggio. Da supplente precario ero stato “piazzato” in una terza e quarta con bambini i più diversi possibili, com’è giusto che siano. E non poteva certo essere quel diploma magistrale preso quindici anni prima allo storico “Albergoni” di Crema a ricordarmi o insegnarmi come essere un maestro che sa gestire le situazioni di conflitto, le fragilità di un ragazzo, i momenti di euforia eccessiva o le sue espressioni di rabbia magari dovute ad un malessere respirato nelle mura di casa.


Quel giorno Marco, durante la refezione, aveva deciso di attirare l’attenzione su di sé. Lo stava facendo giocando con il pane. Tirandolo addosso agli altri bambini. Faceva una pallina con la mollica e poi via: guerra con il pane. Intervenni una volta. Due. Tre. Provai a spiegare l’importanza del cibo a Marco e agli altri, nel caos totale che si registra in ogni mensa, ma nulla da fare. Finché persi la pazienza e l’aureola del bravo maestro. Mi alzai, presi il pane, lo misi sul tavolo, presi la buccia della banana che Marco aveva appena mangiato e gli dissi: “Vuoi vedere che ora te la metto in testa?”. Non arrivai a tanto ma bastarono le parole per far arrossire il mio alunno. Per isolarlo. Per metterlo alla berlina davanti agli altri. Non mi ero accorto ma ero stato violento. Avevo “alzato le mani” della parola, avevo usato in maniera scellerata e ignorante il mio potere, inteso come sostantivo e non come verbo.
Non ho più scordato quell’episodio, è stato l’errore che ha cambiato il mio essere maestro: perché mi ero comportato così? Perché un maestro può portare carbone? Cos’era successo in quell’istante? Dov’era finito il mio ruolo di educatore, di colui che indica la strada? Ho una sola risposta: l’ignoranza è la migliore alleata dei “cattivi maestri”.
Nessuno dovrebbe entrare in classe senza essere prima accompagnato in questo percorso. E dopo anni nessuno dovrebbe essere abbandonato a sé stesso. Gli episodi di violenza che come giornalisti registriamo nei confronti dei bambini sono sempre casi di insegnanti che da troppi anni fanno un mestiere delicato, difficile, capace di assorbire risorse, senza alcun sostegno, senza momenti di “ristoro”.
Passano anni e anni in classi soli. Non si sentono team, squadra. Non sentono nemmeno il preside o dirigente come un approdo sicuro, un “padre” professionale cui rivolgersi. Non hanno la formazione che serve. Non hanno gli strumenti che consentono loro di gestire classi che nel corso degli anni hanno cambiato fisionomia.
Non basta dire: “I bambini non si toccano”. Lo sanno anche questi “cattivi docenti”. Non possiamo fermarci qui sarebbe come guardare al dito che punta alla luna. Nella scuola italiana manca una figura: il responsabile delle risorse umane. Una persona che sappia fare prevenzione, che sappia intercettare le situazioni di bornout, che organizzi percorsi che sappiano accompagnare i docenti nella loro vita professionale, che sia in grado di fermare l’insegnante che porta il carbone prima che sia tardi.
Videosorveglianza per bambini, la resa dello Stato
La Camera nei mesi scorsi ha approvato una legge che permetterà l’installazione degli impianti di videosorveglianza negli asili e nelle scuole dell’infanzia. È la resa dello Stato che di fronte ad un problema sventola la bandierina facile della sicurezza a spese delle scuole che dovranno sobbarcarsi il finanziamento delle telecamere.
Una Legge inutile e scellerata che boccia l’intera categoria degli insegnanti in toto. Non resta che riformare noi la scuola chiedendo a ciascun insegnante di alzare la mano quando non ce la fa più, di formarsi, di leggere, studiare, ricaricarsi. Chi entra in classe deve sapere che non fa un mestiere come un altro ma un lavoro che può cambiare la vita di una persona. Per sempre.


 


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Giuseppe Maurizio Piscopo
“Storia di faustina (piccola chiosa autobiografica)”


[…]
Il medico ci ricordò di scendere al primo piano per l’ecografia, le analisi del sangue e dell’urina. Egli sospettava un’appendicite acuta. Arrivò un altro medico che visitò la bambina accuratamente: i risultati delle analisi, circa 15000 globuli bianchi, convinsero i dottori ad intervenire. Era necessario e con la massima urgenza operarla. Ma come fare, se i genitori erano a Palermo? Non ci perdemmo d’animo. La famiglia venne chiamata diverse volte al telefono, sia per avere informazioni sanitarie, sia per avere qualcuno, un parente che arrivasse e che desse il consenso all’intervento.
Per sette ore noi maestri rimanemmo con Faustina e non l’avremmo mai lasciata se non fossero arrivati gli zii in ospedale intorno alle ore 11. Faustina venne operata nella notte. Il mattino dopo nel suo viso ritornò il colore roseo e dolce di quell’infanzia che a lei era stata sempre negata, per non aver ricevuto le attenzioni e le cure che spettano di diritto ad ogni bambino.
Questa è stata l’emozione più grande della mia esperienza di maestro. Quel giorno ho imparato che fare questo mestiere del maestro significa affrontare la vita in tutti i suoi aspetti. Avrei voluto scrivere anche questa storia sul registro di classe, ma il Ministero dell’istruzione prevede solo le pagine della programmazione…