Alchimia, biologia e camorra: un rompicapo per l’ispettore Bastiani

Nel “Boss è immortale” Massimo Nava incrina i canoni del giallo italiano. Un romanzo in una Napoli misteriosa tra un furto e un rapimento in apparenza inspiegabili

Il museo della Cappella di San Severo a Napoli

Il museo della Cappella di San Severo a Napoli

redazione 26 giugno 2018

Enzo Verrengia


La storia, l’attualità e perfino l’esoterismo confluiscono nel vortice narrativo de Il boss è immortale, di Massimo Nava, un romanzo che spiazza il cosiddetto “giallo italiano” contemporaneo e lo riduce a quello che forse Togliatti avrebbe definito “thrillerame” (cfr. “culturame”). Anziché improbabili vicequestori ambosessi e giornalisti d’assalto, qui si trova un’accolita di figure complesse, ciascuna con una propria motivazione occulta. Sono ben riassunte a pagina 108: «…abbiamo a che fare con persone che cercano di andare oltre i sensi». A parlare è Patrick Chamelot, della polizia di Lione, consultato da uno dei due investigatori protagonisti, l’ispettore Bernard Bastiani, dell’Interpol. Il quale, a sua volta, viene richiesto come collaboratore dal colonnello dei carabinieri Gianni Gagliano.
In ballo ci sono due vicende criminali interconnesse. La prima consiste nel furto una delle “macchine anatomiche” di Raimondo de Sangro, principe di Sansevero. È il corpo metallizzato di una donna con un feto nel grembo, che secondo la leggenda faceva parte della servitù del celebre negromante nato a Torremaggiore e vissuto a Napoli. Il secondo caso riguarda il probabile rapimento di Lisa Miller, giovane ereditiera iscritta all’università partenopea e sequestrata in pieno centro senza che nessuno abbia chiesto il riscatto.
Ma la rotazione a spirale della trama ha anche altre spinte. Per esempio Don Michele, boss della camorra malato di un cancro terminale al pancreas. Consapevole che dopo la sua dipartita si scatenerà una sanguinosa guerra di successione, agli sgoccioli della vita vorrebbe trasferire i poteri al figlio Luca, esiliato a Londra per non contaminarlo di criminalità organizzata. L’unico di cui Don Michele si fida è Bellini, luminare della medicina e suo amico fraterno. A lui tocca tessere una ragnatela che si allarga all’ambiguo avvocato Sammanco, a Monsignor Della Monica, prelato vizioso, e soprattutto al principe Carullo, discendente di de Sangro e legittimo proprietario della macchina anatomica rubata e del palazzo Sansevero.
L’ispettore Bastiani e il colonnello Gagliano non tardano a capire di muoversi ai confini tra antichi lignaggi, denaro sporco e ricerche biologiche intrise di alchimia. Il giovane Chamelot, che ha indagato su sette sataniche e affini, orienta Bastiani su una clinica di Lione dove lo sconcertante Padre Klement potrebbe saperne della macchina anatomica sparita da Napoli.
Massimo Nava traccia così la geometria mobile de Il boss è immortale. Vi inserisce stacchi sulla prigionia di Lisa, che ha trascorso anche un periodo in Afghanistan, aprendo un varco geopolitico che arricchisce lo scenario. Oppure chiama in scena la madre della ragazza, l’affascinante Sharon, che sembra avere un interesse personale negli avvenimenti. Alla fine trova conferma la definizione di Chamelot circa le “persone che cercano di andare oltre i sensi”. Gli interessi compositi che innescano i fatti gareggiano con la figura di de Sangro nell’incutere sgomento.
In Italia si scrivono e si pubblicano pochissimi libri, o nessuno affatto, come Il boss è immortale. Lo sappiano quanti si lasciano incantare dalle varie “cinquine” dei premi letterari.


 


Massimo Nava, Il boss è immortale (Mondadori, pp. 264, Euro 18,00)