Attente, un killer a caccia di tatuaggi si aggira per Roma

In “Primo venne Caino” di Mariano Sabatini un serial killer uccide donne per strappare i loro tatuaggi. Un thriller sul disfacimento del Paese. Che ricorda Dario Argento

Tatuaggi di Manjeet Singh, vincitore di premi in India

Tatuaggi di Manjeet Singh, vincitore di premi in India

redazione 15 giugno 2018

Enzo Verrengia


«Vedi, esistono tanti tipi di serial killer: il visionario,l’edonista, quello che considera la sua una missione oppure quello che vuole il controllo assoluto, poi c’è il lussurioso». Una classificazione sintetica ma pertinente, quella che il vicequestore aggiunto Jacopo Guerci, della Squadra Mobile di Roma, sezione Omicidi, fa a beneficio del suo amico giornalista Leo Malinverno in Primo venne Caino, di Mariano Sabatini (Salani editore). Si è già verso la fine del romanzo, quando il Tatuatore ha già fatto diversi cadaveri in un “luglio sahariano”. L’assassino uccide le sue vittime per strappare loro dei tatuaggi, appunto. Qualcosa di simile a ciò che compie Jame Gumb, detto Buffalo Bill in Il silenzio degli innocenti, di Thomas Harris. Anche qui c’entra la pelle, ma il colpevole ingrassa delle giovani donne rapite per scuoiarle e ricavarne un pelliccia. Mentre il Tatuatore si accontenta di molto meno, solo una sezione dell’epidermide.
È la seconda storia criminale in cui incappa Leo Malinverno, e stavolta le incognite sono parecchie. Innanzi tutto, perché la seconda uccisa, Sabrina Olcese, lavorava in uno studio di architettura romano, quello dell’architetto Marzio Zega, con un curriculum eccezionale, maturato a Milano, capitale autentica, fra le altre cose, dell’interior design? Poi, in modo alquanto innaturale nella prassi corrente, tiene alla collaborazione con Malinverno il maggiore Walter Sgrò, dei carabinieri, convocato sulla prima scena del crimine, dove il cadavere era quello di Simone Intrieri, ventenne con la passione della musica, trovato morto nel suo studio di registrazione da dilettante. Infine, la scia erotico-sentimentale di Malinverno, che comprende la giovane di origine greca Eimì Vardalos, qualche donna sposata e squarci d’improvviso ardore che alzano la temperatura già “sahariana”.
Un dramma sull’Italia e sull’invadenza del digitale
Primo venne Caino, per quanto definito “romanzo nero” da Maurizio De Giovanni sulla copertina, va considerato più probabilmente un dramma del costume nazionale all’epoca del post-moderno. Leo Malinverno, più che un protagonista, è il filo rosso che serve a Mariano Sabatini per condurre una vivisezione dell’Italia in diretta. A partire dall’invadenza del digitale, che mette in crisi il giornalismo tradizionale, non solo e non tanto quello della carta stampata. Piuttosto è la transizione dalla scansione cronachistica alla notizia-scheggia, non più catturabile dai professionisti. Sarà anche questo che contribuisce all’infarto di Orefici, il capo di Malinverno al Globo, la sua testata, sostituito da Lembo, che lo defalca dall’inchiesta.
Di qui, si risale al disfacimento sociale che vi si accompagna, anche grazie alla caduta di un impianto politico che prima di Mani Pulite dava certezze, sebbene ai confini della legalità. Si prenda l’ancora affascinate Adelfa Maiorini, attrice sulla cresta dell’onda soltanto ieri e poi in disarmo alla caduta dei socialisti. Ricorda qualcosa.


Il gatto a nove code
Intanto gli omicidi del Tatuatore proseguono in una serie noire che conferma e dilata le tipologie elencate da Guerci. Malinverno, che per seguire la vicenda è stato richiamato dalle vacanze, poco alla volta si cala nel vortice delle verità nascoste che si avvolgono su se stesse a crescente velocità. Questa forza cinetica risucchia anche il sostrato culturale del giornalista, che si nutre di letture abbondanti e raffinate, le cui citazioni dei titoli sono altre perle disseminate fra le pagine. A tratti lo si immagina con i tratti del compianto James Franciscus in Il gatto a nove code, forse il film meglio riuscita della trilogia “animalista” di Dario Argento. Il suo sguardo dalle cose che dovrebbe raccogliere e connettere per esporle ai lettori, come succede al personaggio interpretato da Franciscus, diviene stralunato, perché il Tatuatore sembra solo un agente del caos, per citare De Cataldo, nello scenario torrido di una Roma implacabilmente condannata ad avvolgere nel suo manto di antiche pietre i delitti più efferati. I quali non saranno emendati né dalla scoperta del colpevole, né dalla decifrazione del deragliamento patologico di una psiche come quella del Tatuatore, né dalla scoperta del valore simbolico del titolo.



Mariano Sabatini, Primo venne Caino (Salani, pp. 288, Euro 16,50)