L’apocalisse Capitale di Vanzina romanziere

Dimenticate i cinepanettoni: con “La sera a Roma” il regista-scrittore impagina un bel thriller sulla città e sul sentire collettivo

La copertina del romanzo 'La Sera a Roma'

La copertina del romanzo 'La Sera a Roma'

redazione 21 febbraio 2018

Enzo Verrengia


 


«La profondità va nascosta. Dove? Alla superficie.» Il motto più ricorrente di Hugo von Hofmannsthal precorre e sintetizza La sera a Roma (Mondatori, pp. 192, € 18,50), il nuovo romanzo di Enrico Vanzina. E non arricci il naso chi pensa ai cinepanettoni e alla commedia facilona in technicolor. Non solo Vanzina ha il gene del padre, Steno, cui si deve l’invenzione di alcuni miti fondativi del grande schermo italiano. Crescendo in un ambiente del genere, ha avuto il privilegio di assorbire tutto quanto vi ruotava intorno. Specialmente il genio contemplativo e analitico di Ennio Flaiano, cui devono moltissimo lo stile, la sostanza e la narrazione del libro.
Vanzina, infatti, non si limita a “spiegare” Roma sub specie ironica. Lo fa con un taglio e una conoscenza che non si ritrovano in molti altri, che della Capitale ripropongono solo le idee “raccolte”, come i flaubertiani postumi Bouvard e Pécuchet nel loro dizionario. Questo perché oggi, anche chi all’ombra del Colosseo è nato e vissuto, non può evitare di porsi in una visuale dall’esterno. Neanche Flaiano era autoctono, però capiva meglio e più dei capitolini l’essenza discutibile di una città eterna candidata da sempre a collassare e invece resistente in una sorta di apocalisse permanente.
Quella che racconta Vanzina. La vicenda del suo protagonista, uno sceneggiatore implicato in un delitto, si consuma su uno sfondo che finalmente dà una direzione precisa ai materiali dispiegati un po’ a caso ne La Grande Bellezza. Certo, anche in La sera a Roma prevale l’affresco, il raduno di una folla di alta classe che sembra il contrario dell’umanità lacera de La fiera dell’Impruneta di Jacque Callot, il pittore dei pezzenti. Questi qui pasteggiano nei migliori ristoranti, danno cene pantagrueliche a metà fra la Recerche di Proust e la caduta dell’impero. Ma conta il fatto che la loro decadenza si consuma anche e per lo spettacolo indecoroso di un’Italia non più funzionante. Tanto che Vanzina non si attarda nemmeno sullo sfascio strutturale di Roma, lo dà per scontato sullo sfondo. Al massimo vi dedica un siparietto chiamando sulla scena politici di pessimo rango.
Il suo Federico, che rievoca in prima persona l’omicidio di Domenico Greco, giovane pugliese venuto a cercare la fama nel cinema, si attarda su una lunga introspezione che sa di flusso di coscienza joyciano. Lui riporta circostanze, dialoghi, incontri, dubbi, attacchi depressivi come l’autentica materia del libro, quella che più gli preme. Dall’inizio, quando si reca da Roberto Bassani, ricchissimo ed elusivo finanziere ebreo con l’attico in Piazza di Spagna. I colori della scalinata al tramonto sono la concretizzazione di quelli epocali. La Roma avviata al crepuscolo è tutta lì. Quindi il resto viene inevitabile. La raccomandazione di Bassani a beneficio del suo giovane protetto, Greco, la scoperta successiva della morte di quest’ultimo con due colpi di pistola, la rosa dei sospetti. Per primo Bassani, che dell’ucciso non era soltanto il mentore ma ben altro. Il fascino sinuoso di Claudia, «il più bel culo del Venezuela», amante di Federico. Pamela, la moglie americana, che gli perdona l’adulterio con una saggezza maturata oltreoceano: indulgenza verso il maschio latino. La dolente brasiliana Neiva, fidanzata di Greco e destinata a spirare anche lei in odore di delitto. L’attraente alterigia di Lavinia, arrivista che ha sposato un principe. La sua arcinemica Domietta, cugina acquisita. La patetica figura di Cafiero d’Aragona, nobile napoletano squattrinato e lubrico. La pervicacia investigativa del commissario Margiotta, che tiene tutti inquadrati, pronto a ghermire il colpevole. Lui è colto. Al primo incontro con Federico gli cita P. D. James. Più tardi afferma: «Io vengo dal Sud e ci ho messo un po’ di tempo a capire che Roma è la città di Nanni Moretti, ma anche quella del Canaro».
Alla trama del giallo, Vanzina alterna omaggi al suo vissuto personale. Fatto di defunti e viventi che fungono da cammei. Si assiste pressoché in diretta al suicidio di Dino Risi e di Carlo Lizzani. Federico incontra i produttori Galliano Juso e Aurelio de Laurentiis, in trattativa con tutti e due per un film da scrivere. Firmerà con il secondo e il regista sarà Calopresti. Compare anche un Oliviero Beha non ancora trapassato, più amareggiato di Federico su Roma e sull’Italia.
Il finale rispetta la norma più importante del poliziesco: l’assassino è la persona cui nessuno aveva pensato. Nel frattempo, Vanzina ha completato la sua versione di Roma che incombe per obbligo nel sentire collettivo di un Paese, di un continente e di un intero pianeta con i suoi fasti fatalmente occultatori di nefasti.