Tatty, impossibile resistere alla sua disastrata famiglia irlandese

Il romanzo della dublinese Christine Dwyer Hickey racconta con leggerezza di alcolismo, violenza e guai. La protagonista è una bambina fortissima costretta a badare alla famiglia

Pub e strade dublinesi

Pub e strade dublinesi

redazione 6 novembre 2017

di Rock Reynolds


 


Non è passato molto, in fondo, dai giorni in cui Irlanda era sinonimo di miseria, di feccia dell’Europa, di terra di zoticoni inclini ad alzare troppo il gomito, a intonare ebbri e vuoti canti patriottici così come a menare le mani. Secoli di occupazione britannica e di britannica propaganda avevano contribuito alla diffusione planetaria dello stereotipo dell’irlandese ubriacone e rissoso, indolente e tonto, corroborando pesantemente la dura realtà di isolamento internazionale in cui la stessa natura isolana del paese, una endemica crisi occupazionale e – indigesta ciliegina sulla torta – una devastante carestia di metà Ottocento avevano fatto piombare la nazione. D’accordo, non di nazione si trattava. Non ancora.


Il film"Michael Collins" con Liam Neeson


Per poter parlare di un’Irlanda finalmente nelle condizioni di badare a se stessa e di scrollarsi di dosso l’odiato giogo britannico, bisogna attendere il 9 dicembre 1921, con il discusso Trattato Anglo-Irlandese che, di fatto, sancisce la definitiva autonomia dell’Irlanda ma pure quella sua partizione in Repubblica d’Irlanda e Ulster (provincia del Regno Unito) che ancor oggi fa discutere. Qualcuno ha visto il film Michael Collins, con un credibile Liam Neeson nei panni di uno dei padri del paese? Per aver siglato quell’accordo e non essere riuscito a tornare a Dublino con l’intera Irlanda in tasca, Michael Collins fu ucciso. Non credo che tale accordo sia la madre di tutti i mali che hanno seguitato per anni a tormentare il paese, spingendo migliaia e migliaia di disperati ad abbandonarlo per un futuro migliore oltreoceano o, addirittura, a casa dei detestati inglesi. Non molti sanno, infatti, che, malgrado la dura e annosa contrapposizione, i gusti degli irlandesi – quanto a cibo, musica, calcio e abbigliamento – si ispirano in larga parte alla cultura degli invasori britannici.



È altrettanto vero che gli algidi cugini maggiori nel corso dei secoli si sono spesso segretamente sorpresi – senza mai ammetterlo pubblicamente – della genialità e profondità artistica di quel popolo indomabile. L’abbondanza in Irlanda di narratori di razza, poeti quanto prosatori, ha pochi eguali nel mondo occidentale. Ci sono, naturalmente, grandi scrittori che mettono al centro della loro opera l’orgoglio nazionale, la lotta per la libertà, l’instancabile rivendicazione di una unicità culturale che per secoli ha fatto da corazza a un popolo in grave difficoltà. Ma c’è pure una seconda grande categoria di autori irlandesi che, senza abbandonare del tutto le tematiche care alla tradizione patriottica, preferiscono sondare gli abissi dell’individuo, calandoli sapientemente nelle amate atmosfere irlandesi. Insomma, amore, avidità, violenza, amicizia e morte sono temi universali, ma l’inchiostro che quando esce dalla penna di un romanziere irlandese ha sfumature molto particolari, decisamente tendenti al verde dei prati, al blu scuro dell’Atlantico e al grigio plumbeo dei cieli carichi di pioggia.


 


È a questo secondo gruppo di autori che appartiene di diritto la dublinese Christine Dwyer Hickey, autrice dell’intenso Tatty (Paginauno, traduzione di Sabrina Campolongo, pagg 178, euro 15). L’autrice è stata di recente a Milano per il lancio del romanzo e, fra le altre cose, ha fatto questa interessante considerazione: “Quando Tatty è uscito in Irlanda e nel Regno Unito ha creato un grosso movimento, se ne è parlato molto. All’improvviso mi sono trovata sotto i riflettori. La gente mi scriveva, mi scriveva lettere che dicevano: è la mia infanzia! Ed erano molto commossi e colpiti da Tatty, e dicevano che ora avevano qualcuno con cui parlare. Sono arrivata al punto di dovermi tirare indietro, perché in particolare in Irlanda ero diventata una sorta di portavoce degli adulti, figli di alcolizzati, e ho detto: No, io sono una scrittrice, questa è solo una delle mie storie, e sono felice di aver aiutato qualcuno, ha aiutato anche me stessa a venire a patti con la mia infanzia, ma io non sono una portavoce, sono una scrittrice…”


Non è la prima volta, e certo non sarà l’ultima, che un grande scrittore irlandese affronta il tema tuttora spinoso della disgregazione della famiglia, della disfunzionalità dell’ambiente familiare. Tatty è una bambina forte che nasce in seno a una famiglia come tante, con un padre sognatore e poco pratico e una madre che beve ed è affetta da disturbi mentali invalidanti. Tatty ha pure quattro fratelli e, in qualche modo, il peso della loro crescita ricade su di lei, anche perché non è che sua madre la collochi sul classico piedistallo.


Con una leggerezza che stride solo formalmente con la durezza della storia e la cupezza dell’atmosfera che vi aleggia quasi sempre, Christine Dwyer Hickey ci regala un testo stilisticamente molto interessante e una storia comunque avvincente. Sfido anche il lettore più scettico a non lasciarsi prendere dalle vicende di una famiglia che, malgrado i drammatici rovesci, non è così raro incontrare nella vita reale, nemmeno nell’Irlanda di oggi, che ha conosciuto un boom economico tardivo rispetto, per esempio, a quello del dopoguerra italiano, e anche i primi dubbi del riflusso che fa sempre seguito a un momento di grande spolvero. C’è davvero tanta Irlanda fra le righe. Più ancora che nelle inevitabili descrizioni di situazioni e ambienti e che nei riferimenti a piccole icone della cultura pop, l’Irlanda esce prepotentemente dalla travolgente intensità narrativa dell’autrice, dalla voce di Tatty che, in realtà, non è la narratrice, pur restando il faro assoluto della storia. L’autrice ha la grande virtù di raccontare la sua storia in terza persona, trasmettendo però al lettore che sia Tatty stessa a parlare in prima persona. E non ci sono mai momenti di stanca, malgrado la drammatica ripetitività di scene di imbarazzo domestico e vuoti educativi.


Si diceva che raccontare l’infanzia in difficoltà appartiene alla tradizione narrativa irlandese. Soprattutto a quella del passato o, comunque, a storie ambientate in quel passato. Perché le grandi difficoltà dell’Irlanda della “Grande Carestia” – scatenata da un parassita delle patate che, tra il 1845 e il 1846, mieté un impressionante numero di vittime e spinse molte altre persone ad abbandonare il paese – sono materiale naturalmente letterario. Ma qui non si parla di un’Irlanda ottocentesca, anche se l’autrice sceglie di ambientare la sua storia negli anni Sessanta, come per appesantire l’atmosfera cupa e non permettere alla grande crescita economica irlandese degli anni Novanta di alleggerirla. Il clima, dunque, non è poi tanto diverso da quello narrato da Frank McCourt nel suo fortunato Le ceneri di Angela. Fortuna che la traduttrice di Tatty ha preferito esimersi dall’utilizzare le fastidiosissime espressioni semi-romanesche che rendono indigeribile la traduzione del libro di McCourt. Peraltro, malgrado tutto, in Tatty c’è sempre una sfumatura più o meno velata di ottimismo.
Chissà se ha avuto modo di accostarsi ai romanzi della compianta Siobhan Dowd, londinese di genitori irlandesi, i cui romanzi per ragazzi sarebbe bene che venissero letti ancor più dagli adulti. E chissà se Christine Dwyer Hickey ha mai letto e, nel caso in cui l’abbia letto, se ha subito il fascino di un autore come John McGahern. Il suo The Dark è un libro disperatamente splendido. Probabilmente, deve avere tenuto ben presente la lezione di Edna o’Brien, a sua volta molto attenta alla tematica dell’infanzia negata e della famiglia disfunzionale. In fondo, alcolismo e violenza domestica sono un triste binomio che ha mietuto tante vittime in Irlanda, paese in cui per tante ragioni il bere problematico ed endemico resta una questione di emergenza nazionale.


D’accordo, oggi l’Irlanda resta una delle mete preferite di tanti studenti o, comunque, di ragazzi – italiani e non – alla ricerca di un lavoro in un ambiente stimolante e giovane, un paese che alletta moltissimo con la sua musica, la sua filmografia, la sua storia e cultura e la bellezza dei suoi luoghi. Mettiamoci pure la sua letteratura. Tatty di Christine Dwyer Hickey non è che l’ultimo intenso capitolo di una tradizione ricca e affascinante.