Il ballo dei belgi e il Mondiale che danza al ritmo del potere

Il presidente americano possiede il talento di trasformare qualsiasi cosa in un'estensione del proprio ego. Per quanto si voglia trasformare il calcio in piattaforma geopolitica, continua ostinatamente a produrre ironia involontaria.

Il ballo dei belgi e il Mondiale che danza al ritmo del potere
La "Trump dance" dei belgi
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redazione Modifica articolo

7 Luglio 2026 - 15.18


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Alla fine hanno ballato loro. I belgi.  Dopo aver liquidato gli Stati Uniti, si sono messi a oscillare con quella coreografia riconoscibilissima della “Trump Dance”. Bastano pochi movimenti, una smorfia appena accennata, un paio di ondeggiamenti. Il tempo di un reel e il calcio, ancora una volta, smette di essere calcio per trasformarsi nell’ennesimo episodio della serie Il mondo secondo Donald.

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È il trionfo del nostro tempo e anche quando non gioca, Trump riesce a entrare in campo. Il presidente americano possiede il talento di trasformare qualsiasi cosa in un’estensione del proprio ego. Le guerre, quelle vere e quelle commerciali, i summit, i tribunali, e ora perfino un’esultanza calcistica. Tutto finisce per girare intorno al suo campo, persino un pallone che dovrebbe andare in tutt’altro campo.

Eppure non tutti sanno che il Belgio, dagli anni Ottanta, è una delle patrie più importanti della danza contemporanea, con coreografi che hanno cambiato il linguaggio del corpo, compagnie che hanno insegnato al continente come si possa narrare il mondo attraverso un gesto. Poi arriva il Mondiale e dove la danza contemporanea fatica decenni a farsi conoscere TikTok risolve la questione in dieci secondi.

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Il capo della Fifa, Gianni Infantino, da tempo interpreta il ruolo di amministratore delegato di questo spettacolo globale. Ogni leader è un interlocutore, ogni fotografia un investimento, ogni polemica un dettaglio di percorso. Lui continua a ripetere che il calcio unisce il mondo. Ma ora più che mai dà l’impressione che unisca soprattutto chi il mondo lo governa, o vorrebbe governarlo, sotto il grande tendone del business calcistico. Nel mondo Fifa si rafforza l’ecosistema dove presidenti, sponsor, televisioni e influencer sembrano muoversi con più naturalezza di Messi sul prato verde.

E allora ecco il paradosso: una squadra europea elimina gli Stati Uniti dopo la telefonata di Trump a Infantino per l’annullamento della squalifica a Balogun e festeggia sfottendo il presidente americano. Se non fosse accaduto davvero sembrerebbe una sceneggiatura rifiutata perché troppo caricaturale. E questa è la qualità che può sfuggire ai più ma che il calcio conserva. Per quanto lo si voglia trasformare in piattaforma geopolitica, continua ostinatamente a produrre ironia involontaria. E un balletto, anche quando diventa un caso mondiale, dura pochi secondi. Molto meno delle ambizioni di Trump e Infantino.

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