L’Odissea di Nolan fa parlare di sé e infiamma i social di polemiche sterili

Un confronto tra alcuni punti di vista “eccellenti” ci riporta al potente significato del film

L’Odissea di Nolan fa parlare di sé e infiamma i social di polemiche sterili
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25 Luglio 2026 - 13.17


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di Luisa Marini

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Da quando è uscito il nuovo film di Christopher Nolan, Odissea, lo scorso 16 luglio, dopo una lavorazione durata circa 2 anni interamente in IMAX70mm (prima volta nella storia del cinema), come ci si poteva immaginare è tutto un parlare del film e – come prevedibile – polemizzare: è fedele/non è fedele all’opera di Omero? Elena può essere o non essere di pelle scura? Fino agli orecchini persiani di 2000 anni indossati da Zendaya/Atena alla première londinese del film.

Alla ricerca di un significato che abbia senso, andiamo a vedere cosa ne hanno detto alcuni critici cinematografici.

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Michele Anselmi scrivendo per Cinemonitor proprio nel giorno di uscita, appena visto il film a Roma, punta ironicamente il dito: “Di colpo tutti grecisti e filologi” e consiglia di andarlo a vedere.

“Com’è? A me è piaciuto, nel senso che è potente, stratificato, in più non mi ha annoiato”, … “sul piano della sostanza, cioè dello sguardo che il regista britannico posa sul complesso poema omerico, tagliando episodi, aggiornando “il messaggio”, introducendo novità già oggetto di risibili polemiche (Elena è nera, quindi senza “le candide braccia”), penso che tutto sia lecito. In questo do ragione al collega Roberto Escobar, il quale ha scritto sulla sua pagina Facebook: «Quando lo vedrò non mi domanderò se e quanto Nolan sia stato fedele al mito di Odisseo (alla latina Ulisse). Un mito non è una somma di fatti ai quali il narratore debba restare fedele». Appunto”. E ancora: “Di sicuro l’Ulisse di Nolan è un uomo tormentato… «La nostra età del bronzo sta crollando» sentiamo profetizzare in sottofinale, ed è come se Nolan parlasse del mondo odierno, fors’anche di Trump, del perenne tramonto dell’Impero americano, non di quello omerico. Ma ogni interpretazione è lecita”.

Anselmi chiude così: “Frase chiave che racchiude forse il senso del film, a mio parere: «Non cercare gli dèi negli uomini, resterai deluso». E già”.

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Paolo Mereghetti titola sul Corriere della Sera «Niente epica ma la parabola di un uomo sconfitto. Voto 9», dicendo che “I cacciatori di polemiche andranno a nozze con l’Odissea secondo Nolan. Altro che elmi creativi e pigmentazioni non regolamentari (ma secondo quale regola? quella che ha fatto della britannica Elizabeth Taylor una regina egiziana?). A voler essere pignoli le infrazioni, le invenzioni, le libertà sono innumeri, ma è da queste cose che si giudica il risultato di un film? Assolutamente no! Lasciamo i cacciatori di cavilli alle prese con le loro piccole fobie e diciamolo subito: la lettura che Christopher Nolan fa del poema omerico merita attenzione e rispetto. Oltre che applausi”.

Il critico scrive che “quello che in Omero diventa il resoconto di una «pena di vivere», quella appunto di Odisseo che misura su se stesso la stanchezza per una lotta che sembra non dover mai finire…, nella rilettura di Nolan diventa qualcosa di più tragico, quasi epocale: non è più pena ma quasi paura di vivere quella che blocca l’eroe, schiacciato dal ricordo (e dalla responsabilità) della violenza che ha innescato per conquistare Troia: troppa brutalità, troppa distruzione, troppi morti”.

Un eroe appesantito dalla propria coscienza, dunque, che per Mereghetti indica “qualcosa di epocale, che segna la crisi di una civiltà, quella che obbediva alla «legge di Zeus», simbolo di un mondo disposto ad accogliere chi bussava alla porta e che proprio a Itaca vediamo non essere più messo in pratica dai pretendenti che aspirano alla mano di Penelope”. Nolan rende tutto questo attraverso invenzioni visive di grandissima efficacia, dice il critico, e sottolinea soprattutto il ruolo di Circe e di Calipso, una “per niente seducente, ma rabbiosa e vendicativa”, l’altra “per niente tentatrice” e “bellissima ma come spenta e rassegnata nei suoi vestiti poco appariscenti”, segnali “di una lettura molto lontana dalle classiche interpretazioni omeriche, ma che riconosce al poema la capacità di parlarci anche oggi”. Mereghetti non nega episodi mancanti e situazioni stravolte nel film, “ma tutto è funzionale a restituirci un mondo buio (metaforicamente e letteralmente), dove possono esistere solo il rimpianto e la disperazione”.

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Nolan, chiude il critico, “ha fatto una riflessione cupissima e avvincente (volano i 172 minuti di durata) su un mondo che non può cancellare il peso del dolore e della disperazione che proprio gli uomini hanno contribuito a diffondere e di cui non resta che contemplare le rovine. Fisiche e morali”.

Per Gianni Canova, l’Ulisse di Nolan “è contemporaneo perché rappresenta il totale fallimento della razionalità calcolatrice e la scomposizione psicologica dell’eroe classico”. Odisseo qui rinnega la propria astuzia (la “metis” omerica), che vede “non come la virtù divina concessagli da Atena, ma come la scintilla originaria che ha portato alla fine del mondo antico e all’inizio di un’era di barbarie”.

Canova indica “una scena ripetuta più volte che forse condensa e sintetizza il senso del film: è quella in cui Ulisse, durante l’incendio di Troia, tra fiumi di sangue e palazzi che crollano, decapita la statua di Atena, cioè della dea che gli ha donato la metis. Decapitare la statua della dea della ragione significa che la guerra di Troia ha superato il limite della logica strategica ed è sfociata nella follia distruttrice. La razionalità ha, letteralmente, “perso la testa”. Senza più la sua razionalità calcolatrice, Ulisse si ritrova alla deriva nel mare delle emozioni e dei traumi, nell’inconscio tempestoso”.

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Canova affianca a Ulisse altri personaggi di Nolan: il protagonista di Memento che “vive la frammentazione della memoria e il ricordo come auto-inganno”, Dom Cobb di Inception che “è divorato dal senso di colpa” e Bruce Wayne di Batman, “eroe spezzato che deve accettare di andarsene per il bene della sua patria”.

Canova intuisce infine che “nel mettere in scena l’incessante naufragare della ragione, in un viaggio che diventa sempre più smarrimento cosmico ed esistenziale, il cinema di Nolan ancora una volta dialoga a distanza con quello di Stanley Kubrick: perché la sua rilettura dell’Odissea omerica alla fine ci dice cose non molto diverse da quelle che Kubrick ci aveva detto in 2001: Odissea nello spazio.

La grandezza del film di Nolan sta dunque nel suo monito a riflettere sul nostro mondo, in cui ancora oggi la miseria morale nega gli orrori di guerre e genocidi in corso.

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