Non solo cucina e moda: Isgrò rilancia il ruolo dell’arte italiana

Emilio Isgrò critica l’immagine riduttiva dell’Italia affidata a cucina e moda e rilancia il ruolo strategico dell’arte contemporanea. Al centro, i giovani artisti e la necessità di una visione culturale capace di dare futuro al Paese.

Non solo cucina e moda: Isgrò rilancia il ruolo dell’arte italiana
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26 Gennaio 2026 - 16.32


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“Come ha potuto l’Italia affidare la propria immagine internazionale alla sartoria e alla buona tavola, con tutto il rispetto per i grandi stilisti e per i nostri chef?”, a chiederselo è Emilio Isgrò, artista, scrittore e poeta di fama mondiale, intervenendo all’ANSA in occasione della presentazione del progetto editoriale ARTnews Italia, a cura di Treccani e Urban Vision Group. Una riflessione che va oltre la provocazione e che chiama in causa il modo in cui il Paese ha scelto di rappresentare se stesso nel mondo.

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“Noi italiani non possiamo contentarci di andare per il mondo solo con la buona cucina e con la moda”, insiste l’artista, sottolineando come questa riduzione dell’identità culturale italiana sia stata, a suo avviso, una forma di arrendevolezza eccessiva. Un’immagine rassicurante, ma povera di ambizione, che rischia di oscurare una delle risorse più profonde del Paese: l’arte contemporanea.

Secondo Emilio Isgrò, l’Italia dispone oggi di artisti contemporanei tra i migliori al mondo, inclusi moltissimi giovani, spesso relegati ai margini del discorso pubblico e istituzionale. “Non c’è bisogno di citare quali siano, perché in realtà lo sono tutti”, afferma, rivendicando una qualità diffusa e sistematicamente sottovalutata. Anche movimenti fondamentali come l’Arte Povera, pur avendo segnato la storia dell’arte del Novecento, non hanno ricevuto lo spazio internazionale che avrebbero meritato. “Se ci presentiamo solo come cuochi e sarti, che sono rispettabilissimi mestieri, non andiamo lontano”, avverte.

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Il recente rilancio dell’arte contemporanea in alcuni territori, come la Sicilia, dove Gibellina è stata nominata Capitale italiana dell’Arte Contemporanea per il 2026, rappresenta per Isgrò un segnale incoraggiante, una nuova speranza, ma ancora insufficiente se non inserita in una visione più ampia e strutturale. In un mondo attraversato da conflitti e tensioni geopolitiche, “le guerre le fanno in casa nostra, con il Mediterraneo pieno di armi”, osserva l’artista, ma l’Italia può e deve contendere il posto delle armi con quello delle arti. Questa visione propone di investire su una forma di leadership fondata sull’intelligenza critica, sulla libertà espressiva e sulla capacità di generare futuro. Una scelta che non nega la realtà dei conflitti, ma tenta di sottrarle il monopolio dell’immaginario globale.

L’arte non è un ornamento né un lusso, ma una forza capace di resistere agli urti della storia e della geopolitica. “Non è vero che l’arte è tanto importante quanto più è diffusa; è invece vero che più l’arte ha spessore storico, tanto più può reggere l’urto della geografia e degli intenti espansionistici nel mondo”. Ridurre il Paese a un popolo di cuochi e sarti significherebbe riproporre una vecchia caricatura, a meno che non vogliamo passare per un popolo di cuochi e sarti, come nell’Ottocento passavamo per un popolo di camerieri”.

Da qui l’appello alle istituzioni, rivolto a qualunque colore politico, affinché si superi una politica culturale fondata prevalentemente sulle commemorazioni. “Le commemorazioni vanno bene, ma vivere sul passato è suicida in questo momento”, avverte, criticando anche l’idea che il cambiamento possa essere affidato esclusivamente alle tecnocrazie e alle tecnologie. “Il mondo non si cambia solo con le tecnologie alla Elon Musk: si cambia, perfino a più buon mercato, con l’arte”.

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Al centro di questa visione ci sono soprattutto i giovani artisti, spesso esclusi dai circuiti decisionali e simbolici del Paese. “Abbiamo moltissimi artisti tra i migliori al mondo che però sono stati ricacciati nell’ombra ingiustamente”, denuncia, ricordando come l’Italia sia uno dei paesi culturalmente più attrezzati per sostenere un confronto reale e non velleitario con le altre aree del mondo. Per questo “deve risorgere una visione dell’arte che trascini visioni diverse”.

L’arte non è un’alternativa decorativa alla politica o all’economia, ma una forma di pensiero attivo capace di incidere sul presente. Non si tratta di negare il valore di ciò che ha reso celebre il Paese, ma di affiancarvi una visione più complessa e coraggiosa, capace di trasformare la creatività in progetto e la cultura in responsabilità.

Se l’Italia saprà riconoscere nell’arte una risorsa strategica e non un semplice ornamento identitario, potrà sottrarsi alla tentazione di vivere di rendita sul passato e tornare a produrre senso nel presente. E’ in questo caso che cambia la prospettiva italiana immaginando un futuro in cui le arti non siano il riflesso di ciò che siamo stati, ma il luogo in cui impariamo a immaginare ciò che possiamo ancora diventare.

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